Il caso Rape Day: la percezione della violenza nei videogiochi

Friedrich Nietzsche, nel libro Genealogia della morale, scrisse:

Veder soffrire fa bene, cagionare la sofferenza ancor meglio – è questa una dura sentenza, eppure un’antica, possente, umana – […]. Senza crudeltà non v’è festa: così insegna la più antica, la più lunga storia dell’uomo – e anche nella pena v’è tanta aria di festa!

Tuttavia qualche giorno fa il videogioco Rape Day (tradotto giorno dello stupro), sviluppato dalla statunitense Valve Corporation per la piattaforma Steam, è stato eliminato dalla propria libreria a causa della sua natura controversa. Infatti, lo scopo principale del gioco  è quello di vestire i panni di un brutale serial killer che, nel bel mezzo di un’apocalisse zombie, se ne va in giro alla ricerca di donne da violentare, stuprare e uccidere. Le motivazioni, a nostro avviso corrette, che hanno spinto, giustamente, alla cancellazione del titolo ci arrivano direttamente dalla compagnia, che dichiara:

Molta della nostra politica riguardo ciò che distribuiamo è e deve essere di reazione. Semplicemente attendiamo e vediamo ciò che ci arriva attraverso Steam Direct. Successivamente dobbiamo prendere una decisione giudicando i rischi per Valve, per i nostri partner o per i consumatori. Dopo diverse discussioni e indagini pensiamo che Rape Day proponga rischi e costi sconosciuti e per questo non sarà su Steam.

il caso Rape Day

Una questione culturale 

A differenza del media cinematografico e letterario, il videogioco sfrutta un insieme di caratteristiche sensazionali che sfruttano le capacità visive e sonore della cinematografia e, in aggiunta, offre un certo grado di interattività che ne favoriscono l’immedesimazione.

Sono proprio queste caratteristiche che mettono il medium stesso sotto una lente d’ingrandimento da parte dell’opinione pubblica. Nel corso della storia videoludica, molti titoli sono stati fortemente criticati a causa della troppa violenza come Grand Theft Auto e Bully della Rockstar Games o Carmaggeddon. Tuttavia, nonostante le critiche, questi titoli, come gli innumerevoli giochi di guerra che annualmente escono, come Call of Duty o Battlefield, sono entrati all’interno del mercato, ritagliandosi una buona fetta di pubblico.

Qui entra in gioco un elemento essenziale: la questione culturale. In questo periodo temporale la nostra società sta vivendo un situazione di enorme discussione, a tratti rivoluzionaria, sulla violenza di genere e un titolo come Rape Day non farebbe altro che sminuire non solo il problema in sé, ma ridicolizzerebbe tutte le battaglie e vittorie che sono state ottenute. Invece i videogiochi di guerra sono metabolizzati e accettati dalla nostra società perché questa è lontana da noi, sopratutto se i nemici sono creature mostruose o aliene, dove l’aspetto ripugnante non suscita empatia ma, anzi, disgusto. E’ importante precisare che la violenza nei videogiochi è giusta se ben contestualizzata ad una storia matura e che ne aumenti la potenzialità narrativa, come nel caso del pluri-premiato The Last of Us.

 

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Niccolò Manai

Sono un ragazzo di 27 anni, curioso e voglioso di imbarcarmi sempre in nuove avventure. Sono laureato in Filosofia e in Sociologia. Ho una passione irrefrenabile per i videogiochi, fumetti e, ahimè, per la cioccolata.