Marco Travaglio spiega il limite tra informazione e comunicazione

Lo scorso 21 ottobre il giornalista e saggista italiano, Marco Travaglio, è intervenuto per approfondire il tema fulcro della 17° Rassegna Letteraria di Vigevano: il limite. In particolare sono stati evidenziati il concetto di limite e le differenze che separano l’informazione dalla comunicazione.

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Le differenze

L’informazione è un servizio che risponde al bisogno espresso di conoscere ed è prodotta e diffusa con un metodo controllato, in base ad un criterio di verità esplicito. La comunicazione serve a trasmettere messaggi che spesso hanno lo scopo di orientare il modo di pensare , in modo studiato e calcolato,da chi diffonde comunicazione.

Teoricamente, l’informazione è opera dei giornalisti e da chi svolge un’attività intellettuale inserita in un contesto storico, economico e politico. La comunicazione è veicolata anche dalle aziende, dai politici, da tutti quei soggetti che hanno bisogno di valorizzare la propria attività con diverse forme pubblicitarie.

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Lo scopo dell’informazione è servire il pubblico nel modo più obiettivo e distaccato possibile. Lo scopo della comunicazione è, invece, servire chi comunica. Se le due attività, così importanti e basilari, si confondono, entrambe perdono credibilità e suscitano meno attenzione, cioè la reazione contraria al loro stesso “essere”.

Quando si confondono…

La grande critica lanciata da Travaglio arriva quando informazione e comunicazione si confondono. Questa può essere divisa essenzialmente in tre parti:

  • I giornali e mass media sempre più politicizzati. Questi, infatti, non farebbero libera informazione ma seguirebbero delle direttive imposte da chi finanzia lo stesso e questo, secondo il giornalista, non giova all’informazione ma alla propaganda.
  • Le multinazionali, acquistando spazi pubblicitari nei quotidiani, ottengono notevoli vantaggi propagandistici perché, attraverso la pubblicità, finanziano il giornale che, di contro, non può svolgere inchieste o attività di altra natura contro quelle stesse multinazionali.
  • Il conflitto d’interessi che si genera quando una determinata figura politica controlla le emittenti televisive e la carta stampata.

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A sostegno di questa tesi, Travaglio ha portato quattro aneddoti:

  • Il caso della Fiat Duna, definita dallo stesso giornalista «la macchina più brutta mai fatta, un ferro da stiro con le ruote», pubblicizzata come un’auto performante ma che, in seguito, si è rivelata un flop.
  • Il caso Enel che nel 2010, dopo un articolo di Giorgio Meletti di critica alle modalità di quotazione in Borsa di Enel Green Power, aveva minacciato di togliere al giornale inserzioni pubblicitarie con un danno di migliaia di euro per Il Fatto Quotidiano. Il paradosso evidenziato da Travaglio sta nel fatto che, dopo la denuncia pubblica fatta dal suo quotidiano, colui che aveva mandato la mail “minatoria” venne licenziato per poi, successivamente, essere assunto come consulente per l’immagine per Autostrade per l’Italia.
  • Il caso Eni che, in seguito agli articoli di Stefano Feltri e Carlo Tecce sullo scandalo internazionale delle tangenti petrolifere nigeriane, aveva intenzione di togliere al giornale inserzioni pubblicitarie per 20 mila euro, salvo poi ritrattare.
  • Il caso del crollo del ponte Morandi avvenuto a Ferragosto dove nessuna grande testata giornalistica, salvo Il Fatto, ha fatto il nome della famiglia Benetton come responsabili del disastro, a fronte del fatto che versavano solamente 23 mila euro per la sua manutenzione quando lo Stato, in precedenza, ne versava circa 1 milione.

Sotto quest’attenta analisi, Travaglio afferma che se si fosse fatta la giusta informazione, invece di piegarsi alla marchetta pubblicitaria, molti disastri si sarebbero potuti evitare, come ad esempio il crack Parmalat o il sopracitato crollo del ponte Morandi.

Marco Travaglio durante la conferenza

E le fake news?

Noi di Frammenti siamo riusciti a fare una brevissima domanda al giornalista, chiedendogli cosa pensasse delle fake news. Travaglio, già durante la conferenza, ha affermato che queste non sono nate con l’avvento di Internet, ma che ci siano sempre state anche attraverso i giornali.

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La potente critica lanciata da Travaglio si basa sul fatto che, nonostante le fake news possano effettivamente influenzare una parte della popolazione, non bisogna attribuire a queste un potere ed una responsabilità eccessiva.

Il fulcro della critica sta nel fatto che non è solamente colpa delle fake news se Renzi ha perso al referendum costituzionale o si è votato per la Brexit ma è, sopratutto, colpa di politiche che non hanno saputo stare al passo con il bisogno dei cittadini e con la contemporaneità. Quindi, ha aggiunto, che i partiti usciti sconfitti non devono crogiolarsi dando la colpa di tutto alle fake news, ma rimboccarsi le maniche e rivedere le proprie politiche.

Niccolò Manai
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