Brasile

Il paradosso del Brasile al voto

I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile confermano le previsioni: saranno infatti Jair Bolsonaro (46%), del Partito social-liberale (PSL), e Fernando Haddad (29%), del Partito dei Lavoratori (PT) ed erede di Luiz Inacio Lula da Silva, a confrontarsi al ballottaggio del 28 ottobre.

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Fernando Haddad (PT) e Jair Bolsonaro (PSL) – Fonte: www.vermelho.org

Le prime analisi demoscopiche della Ibope (Instituto Brasileiro de Opinião Pública e Estatística) dopo i risultati del primo turno vedono Jair Bolsonaro attorno al 59% contro il 41% di Fernando Haddad.

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Accordi e variazioni pre-voto

Manca una settimana al voto e la strada per Fernando Haddad è tutta in salita infatti ha già iniziato a stringere accordi con altri partiti, tra cui quello con la sinistra più moderata di Ciro Gomes (PDT), che al primo turno ha preso il 12,5% dei voti, e proverà a strappare qualche voto pure al centro rappresentato da Geraldo Alckmin (4,8%), anche se sarà molto complicato fare breccia in questo elettorato.

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Fernando Haddad – Fonte: Wikipedia

Il candidato alla presidenza per il Partito dei Lavoratori non potrà limitarsi agli accordi politici: per avere qualche chance di vittoria dovrà apportare cambiamenti nelle proposte di politica economica per convincere quella parte di elettorato tanto avversa a Bolsonaro quanto scettica a un possibile ritorno del PT.

Jail Bolsonaro, il Trump brasiliano

Queste elezioni presidenziali stanno facendo molto discutere tutto l’Occidente, a partire dall’incarcerazione di Lula (che era il favorito alla vittoria) per corruzione nell’inchiesta Lava Jato fino all’ascesa inaspettata di Jair Bolsonaro, considerato fino a qualche anno fa soltanto un outsider, nonostante i 27 anni passati all’interno del Congresso come Deputato federale di Rio de Janeiro.

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Jair Bolsonaro – Fonte: www.aljazeera.com

Bolsonaro è stato capitano della riserva dell’esercito brasiliano e un militante di estrema destra ma quello che ha fatto scalpore sono state le sue innumerevoli dichiarazioni alla Trump che gli hanno garantito un buon seguito, soprattutto  sui social network, dove in poco più di un anno è passato da pochi migliaia di followers ai quasi 2 milioni su Twitter e 8 milioni su Facebook,  una lotta impari paragonandolo con quelli di Fernando Haddad.

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Le sue dichiarazione sessiste e omofobe hanno dato vita a una forte opposizione di persone appartenenti a vari schieramenti politici e sociali, che in più di una occasione si sono riversate a manifestare in piazza unite nell’hashtag #EleNão (lui no), a cui i sostenitori di Bolsonaro hanno risposto con #Elesim (lui si).

Elezioni paradossali

Ma il vero paradosso di queste elezioni presidenziali in Brasile è un altro. Tra le dichiarazioni più riprese di Jair Bolsonaro c’è n’è una, tra le tante, che non si ferma all’elogio del ventennio di dittatura militare (1964-1985) ma arriva ad affermare che secondo lui questa ha torturato ma non ucciso abbastanza.

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Dittatura militare in Brasile (1964-1985) – Fonte, www.terredamerica.com

In condizioni come questa, subito verrebbe da pensare che una buona parte di brasiliani siano pronti ai cambiamenti costituzionali, come promessi dal Generale Hamilton Mourão, vice di Bolsonaro, che potrebbero portare il Brasile lontano dagli assetti democratici e liberali e più vicino all’universo alternativo che l’ex militare propone.

Il paradosso di queste elezioni invece è rappresentato dal fatto che, nonostante le idee del favorito alla vittoria siano palesemente favorevoli a certi assetti istituzionali anti-democratici, il sostegno alla democrazia non è mai stato così forte in Brasile dal lontano 1989, anno in cui si sono svolte le prime elezioni dirette per il presidente dopo il regime militare.

Tra dittatura e democrazia

Lo rivela una ricerca Datafolha, l’istituto di ricerca del giornale la Folha de S.Paulo, nel quali si sottolinea come il 69% gli elettori brasiliani (linea blu del grafico) ritenga che il sistema democratico sia la miglior forma di governo tra quelli possibili.

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Oltre a indagare i livelli di approvazione della democrazia il sondaggio di Datafolha afferma che il 12% degli elettori crede che in alcune circostanze la dittatura sia la forma di governo più appropriata. Un altro 13% dell’elettorato risponde che non fa differenza tra democrazia e dittatura e il restante non risponde.

Il livello di confidenza di queste indagini, condotte su 11 mila persone in quasi 400 comuni differenti, è del 95%, significa che in 95 casi su 100 l’indagine rispecchia il trend reale dell’elettorato.

È interessante dare uno sguardo anche ai risultati della ricerca Datafolha negli elettorati dei due sfidanti alla presidenza. Per il 77% di elettori che di votare per Haddad la democrazia è la migliore forma di governo, solo il 6% ritiene che la dittatura possa essere migliore in alcune circostanze. Nel caso di Bolsonaro, il 64% è a favore della democrazia e il 22% è per la dittatura. L’indice più alto di approvazione della democrazia è stato riscontrato nella popolazione giovanile (74%).

Alle origini del paradosso

A parte questi risultati, comunque importanti per capire il paradosso che il Brasile sta vivendo, bisogna comprendere le ragioni che sostengono l’elettorato di Bolsonaro.

Pensare che più della metà degli elettori brasiliani siano razzisti, omofobi e inclini alla dittatura, come afferma chi contesta i sostenitori di Bolsonaro, significa continuare a togliere l’acqua da una nave che affonda senza capire dov’è il buco che causa il problema.

Il Brasile negli ultimi anni è stato registrato come uno dei Paesi più pericolosi al mondo dove la criminalità dilagante e la mancanza di sicurezza sono all’ordine del giorno. Basti pensare che l’anno scorso in Brasile sono stati registrati 30.8 omicidi ogni 100.000 abitanti, mentre in Messico, patria del narcotraffico mondiale, sono stati registrati 20 omicidi ogni 100.000 abitanti.

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Inutili palliativi

Bolsonaro ha messo al centro della sua campagna la sicurezza e milioni di brasiliani hanno apprezzato riconoscendo in lui una speranza per potere uscire da questo circolo vizioso.

Bisogna però dire che le proposte avanzate da Bolsonaro sono di semplice propaganda, inefficaci se messe a confronto con i problemi seri e strutturali che il Brasile deve affrontare con la criminalità. Diminuire la pena per i poliziotti che eccedono nell’esercizio del loro potere o dare il via alla libera circolazione della armi per i cittadini è il sintomo della malattia che sta affliggendo il Brasile, non certo la cura.

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Countdown con le dita incrociate 

È in questo contesto di polarizzazione e di aspro scontro politico che tra pochi giorni uscirà dalle urne il prossimo Presidente del Brasile

I riflettori sono accesi, così come la speranza che il sistema democratico rimanga il punto fermo di un Paese che sembra ormai aver perso la rotta.

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Pietro Regazzoni

Nato a Lecco tra lago e monti nel 1997. Studio Scienze politiche interessandomi di mille altre cose. Amo passeggiare e immaginare il futuro.