Ingres a Palazzo Reale: l’arte al tempo di Napoleone

Dal 12 marzo al 23 giugno 2019 il Palazzo Reale di Milano ospita la mostra «Ingres. La vita artistica ai tempi dei Bonaparte», una retrospettiva che unisce storia ed estetica in un percorso affascinante e suggestivo di riscoperta del pensiero artistico del XIX secolo, fortemente influenzato dalla politica di Napoleone. Molte sono le sezioni da esplorare: la ritrattistica, le scene storiche, i riferimenti all’antichità classica, i nudi, e in ognuna di esse è percepibile l’intento del pittore di trasmettere un messaggio sulla sua contemporaneità: è come svegliarsi da un sogno e rendersi conto che fuori il mondo continua a girare, e che l’arte altro non è se non la portavoce della storia, pronta a raccontare la verità a coloro che stavano dormendo. 

Jacques-Louis David e Joseph Marie Vien: nelle prime sale si scoprono gli artisti dello scandalo 

Due sono le opere che colpiscono appena si inizia il percorso espositivo: da una parte Nudo maschile detto Patroclo (1780) di Jacques-Louis David, dall’altra La Venditrice di Amorini (1763) di Joseph Marie Vien.  Dipinti suggestivi, sebbene molto diversi da loro, che hanno in comune la capacità di suscitare critiche e, in alcuni casi, indignazione.

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Jacques-Louis David, Nudo Maschile detto Patroclo, 1780 Cherbourg en Cotentin, Musée Thomas Henry. Credits: Art Reproduction

Nel suo Patroclo David descrive il sentimento dello Spleen precedendo di ottant’anni la pubblicazione de I Fiori del Male (1857) di Charles Baudelaire: l’uomo che raffigura, pur non mostrando il volto, esprime un forte sentimento di angoscia, di risentimento, è come l’albatro, re del cielo, che una volta sulla terra viene deriso per la sua andatura goffa. Il concetto di superomismo nietzschiano e il senso di superiorità tipico dell’artista simbolista vengono raffigurati, in tutto il loro splendore, nel corpo nudo e bellissimo di un uomo accasciato al suolo, le gambe distese da un lato, i capelli corvini preda di raffiche di vento, una muscolatura possente ma che non sfocia nell’eccessività michelangiolesca. Ad accogliere il corpo disteso, un drappo rosso: una toga, un mantello, un sipario strappato – in un pezzo di stoffa si condensano le tre realtà dei grandi incompresi, dei grandi giudicati: politici, sovrani e artisti.

Joseph-Marie Vien, La Venditrice di Amorini, 1763, Fontainebleau, Musée National du Château. Credits: Parol

A pochi passi, una realtà totalmente diversa è rappresentata ne La Venditrice di Amorini di Vien, un dipinto raffinato, dalle linee e sfumature che fanno intendere il richiamo, l‘omaggio al classicismo. Una giovane donna, china davanti a una giovane seduta, le porge da un cesto un amorino dalle ali indaco – nel cesto, altre creature che aspettano di essere vendute. Soggetto per questo quadro è un affresco di Villa Arianna, situata nell’odierna Castellammare di Stabbia, ritrovato dopo molti scavi nel 1759.

La Venditrice di amorini, affresco proveniente da Villa Arianna a Stabia, conservato al museo archeologico nazionale di Napoli, I secolo ca. Credits: Wikipedia

Lo scandalo suscitato da Vien fu quello di essere un semplice copiatore, privo di originalità – una critica inconsueta, che per la prima volta mette in discussione l’assoluta autorità dell’antichità nell’arte. L’uomo moderno ha bisogno di qualcosa di nuovo. E sono questi due sentimenti, un senso di incompresa superiorità e il desiderio di innovazione, a catapultare l’arte, e lo spettatore, nell’era napoleonica, e nell’opera di Ingres. 

Aristocrazia e mitologia: due mondi che coesistono nell’opera Élisabeth-Louise Vigée Le Brun e Anne-Louise Girodet

Prima di immergersi completamente in Ingres, ci sono due opere che introducono una tematica fondamentale per l’opera del ritrattista di Napoleone: il rapporto fra aristocrazia e mitologia. Un legame che risale all’Antico Egitto, dove il faraone veniva identificato con il dio Horus, ne riprendeva i colori, dal verde coleottero al rosso carminio, e profusioni di oro e nero sul capo e sul corpo: la tradizione è  proseguita nei secoli, e dal pantheon egizio si passava all’Olimpo. Fra i principali interpreti di questa vague de mythologie, la ritrattista Élisabeth-Louise Vigée Le Brun, la preferita della regina Maria Antonietta cui si devono tutti i suoi ritratti ufficiali, e Anne-Louise Girodet, allievo di Jacques-Louis David. Per la mostra, sono scelti due capolavori: Ritratto della principessa Karoline von Liechtenstein come Iris (1793) della Le Brun e Il Sonno di Endimione (1791) di Girodet. Colori pastello ma intensi e accesi; un’aura di evanescenza ma con contorni e linee netti e definiti – due opere distinte che condividono uno stesso tema, una medesima estetica.

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Élisabeth-Louise Vigée Le Brun, Ritratto della principessa Karoline von Liechtenstein come Iris,1793, Palais Liechtenstein, Vienna. Credits: Fine Art America

Nel Ritratto della principessa Karoline, la Le Brun raffigura la giovane donna nelle vesti della dea Iris, messaggera degli dei, genitrice dell’arcobaleno, che porta pace e armonia fra gli uomini. Una divinità prettamente femminile, con simboli di sensualità e fertilità quali i capelli ricci sciolti e morbidi lungo le spalle e uno scialle color senape che abbraccia dolcemente in ventre. Piedi nudi e abito stile impero, una semplicità che non si adatta a una principessa, ma che a una dea è possibile giustificare.

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Anne-Louise Girodet, Il Sonno di Endimione, 1791, Musée du Louvre, Parigi

Lo stesso vale con Endimione di Girodet. Un giovane pastore, bellissimo ed efebico dorme fra i boschi di Mileto, catturando con la sua bellezza l’attenzione di Selene, dea della Luna, che se ne innamora, e prega che il sonno e la giovinezza mai abbandonino il corpo amato. Le caratteristiche fisiche sono quelle di un nobile: capelli corvini e ricci, muscoli scolpiti ma delicati, un sesso di piccole dimensioni e pose languide e femminee. Un uomo che ha potere sugli dei, un uomo diventa un dio: il potere della bellezza, del rango, l‘essenza stessa della politica borbonica e, successivamente, napoleonica.

Il mondo di Jean-Auguste-Dominique Ingres: la storia, la politica, l’estetica

Il percorso di preparazione ci porta infine a conoscere finalmente il mondo di Ingres. Tutte le sue opere, che si tratti di nudi femminili o ritratti di imperatori, sono pervasi dallo stesso senso di potenza e maestosità che mescola la perfezione formale del classicismo a una nuova consapevolezza dell’Io. L’essere umano che Ingres raffigura è sempre conscio del suo potere, sia esso politico, militare, o sessuale: è il fascino malizioso che si cela nello sguardo di una donna, è il delirio di onnipotenza dato da uno scettro e da una corona, ed è anche un senso di superiorità morale che contraddistingue i santi. L’uomo di Ingres è moderno, nuovo: non c’è traccia di razionalità illuminata che nega l’esistenza di Dio per far ruotare il cosmo intorno alla terra – gli dei esistono, sono fra noi, e non perdono occasione per farcelo notare.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Napoleone I sul trono imperiale, 1806, Musée de l’Armée, Parigi. Credits: Wikipedia

Ne Napoleone I sul Trono Imperiale (1806) Ingres sfrutta nuove tecniche per attribuire a Bonaparte i connotati di un dio. Corona di lauro d’oro, mantello porpora bordato di zibellino bianco e nero, fronte ampia e naso alla greca. Eppure, chi lo guarda ha l’impressione di cogliere la sua bassa statura, il suo leggere sovrappeso, guance un po’ piene, una rigidità posturale quasi goffa, che non gli si addice. Il messaggio è forte e chiaro: l’uomo che si avvicina al divino, che diventa divino, non è colui che eccelle per qualità come bellezza o intelletto, a essere superiore è un unico tratto: un’incrollabile forza di volontà.

Jean-Auguste Dominique Ingres, Grande Odalisca (versione a grisaille), 1830, The Metropolitan Museum of Art, New York. Credits: ArtsLife

La stessa volontà che si percepisce negli occhi della Grande Odalisca (1830), che non seduce perché più attraente delle altre donne, ma solo perché lo vuole, e fa di tutto per raggiungere il suo scopo: la nudità, lo sguardo languido, la posa sensuale, il busto leggermente in torsione come a rivolgere un invito.

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Jean-Auguste-Dominique Ingres, Il Sogno di Ossian, 1812-1813, Musée Ingres, Mountauban. Credits: Wikipedia

È la volontà di Ossian nel suo Sogno (1812-1813), il bardo d’Irlanda, figlio di una terra di canti e guerre, di prati smeraldo e cieli cobalto, una terra di oppressi, una terra di liberi che non sanno piegarsi, e che per combattere impugnano un’arpa e cantano. Il grande valore di questa mostra è l’esporre non solo delle opere d’arte, ma un’analisi del pensiero umano, di come esso si sia evoluto nel tempo sino a raggiungere i giorni nostri. Predestinazione e fatalismo lasciano il posto al potere decisionale dell’uomo: solo colui che sa scegliere per se stesso è libero, solo chi sa accettare le conseguenze delle proprie azioni è grande, e soltanto chi plasma se stesso a immagine e somiglianza dei suoi ideali è un dio. 

 

 

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Mi chiamo Giano Anna Maria, nata a Milano il 4 marzo 1993. Laureata Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Milano, mi sto specializzando in Letterature Comparate presso il Trinity College di Dublino.Fin da bambina ho sempre amato la musica, il colore, la forza profonda di ciò che è bello. Crescendo, ho voluto trasformare dei semplici sentimenti infantili in qualcosa di concreto, e ho cercato di far evolvere il semplice piacere in pura passione. Grazie ai libri, ho potuto conoscere mondi sempre nuovi e modi sempre più travolgenti di apprezzare l'arte in tutte le sue forme. E più conoscevo, più amavo questo mondo meraviglioso e potente. Finchè un giorno, la mia vita si trasformò grazie ad un incontro speciale, un incontro che ha reso l'arte il vero scopo della mia esistenza... quello con John Keats. Le sue parole hanno trasformato il mio modo di pensare e mi hanno aiutata a superare molti momenti difficili. Quindi, posso dire che l'arte in tutte le sue espressioni è la ragione per cui mi sveglio ogni mattina, è ciò che guida i miei passi e che motiva le mie scelte. E' il fine a cui ho scelto di dedicare tutti i miei sforzi, ed è il vero amore della mia vita.