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Tre buoni motivi per leggere «I leoni di Sicilia» di Stefania Auci

I Leoni di Sicilia di Stefania Auci si è rivelato in pochissimi mesi il nuovo fenomeno editoriale italiano. Tradotto in diversi Paesi e con una serie tv dedicata in cantiere, il primo romanzo della Saga dei Florio ha indubbiamente conquistato i lettori. Vedendolo sullo scaffale della libreria, dopo essere incappati in recensioni a cinque stelle sugli e-shop online, interviste all’autrice, ed entusiastici pareri di chi lo ha letto, si è subito tentati da acquistarlo, e un motivo c’è. A dire il vero, ce ne sono almeno tre.

1. Racconta l’Italia attraverso l’odissea di una famiglia

La narrativa di Stefania Auci permette al lettore di vivere la storia d’Italia attraverso gli occhi di personaggi realmente esistiti. Il terremoto di Bagnara Calabra del 1799, i porti di Palermo gremiti da commercianti inglesi, lo scontro fra il Regno di Napoli e la nobiltà siciliana… Eventi che normalmente sono solo paragrafi nei libri di storia diventano pane quotidiano fra le pagine del romanzo, facendolo masticare anche al lettore. Le vicende dei fratelli Ignazio e Paolo Florio hanno la crosta dura e croccante delle storie vere, dove l’estro dello scrittore non può intervenire, e la mollica morbida e profumata di storie eccezionali, quelle di uomini che hanno creduto a tal punto nel valore dei loro sogni da farli avverare.

Sullo sfondo, l’Italia di inizio Ottocento, alle prese con i nuovi assetti socio-politici dell’Europa, divenuta la scacchiera di Napoleone, e dove le grandi potenze si scontrano a suon di dazi, imposte e veti doganali. È l’Italia borbonica, l’Italia pre-garibaldina in cui il tricolore non era che un sogno lontano, ed è l’Italia dove il borghese altro non è che un pizzente arricchisciuto. Un’Italia che Paolo, Ignazio e Vincenzo dopo di loro, vivranno sulla loro pelle, pagando mazzette ai doganieri per far partire i loro carichi, tendando nuove rotte commerciali per non contare sulle merci francesi, prendendo schiaffi e rendendo pugni al nobile di turno che gli rinfaccia il loro sangue da facchini. Il talento di Stefania Auci sta nel non rendere questi eventi come ‘passati’, ma nel renderli straordinariamente attuali: la differenza tra ieri e oggi è quasi impercettibile, e leggendo ci si immerge nell’eterno presente del nostro Paese che arranca sotto il peso delle scaramucce politiche, dell’inettitudine dei governanti, resa marcia e odiosa dall’arroganza, dall’insoddisfazione, e dall’ignoranza.

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2. Per la scorrevolezza e la leggerezza della scrittura

Molti drammi storici sono spesso associati a una scrittura pesante, inutilmente prolissa, fin troppo descrittiva. Stefania Auci ha invece il pregio di rendere leggera e scorrevole la lettura del suo romanzo attraverso una scrittura dinamica, non intralciata da divagazioni di qualsivoglia natura o da descrizioni inutili. I Leoni di Sicilia scorre come un sorso di buon vino: lo si manda giù con piacere, lo si assapora con calma, e una volta mandato giù ne si apprezza il retrogusto. I finti puristi della letteratura potrebbero criticarla, definendola troppo semplice, in alcuni tratti lacunosa, con salti temporali troppo ampi… In realtà, il valore di un libro sta nel raccontare tutto a tutti, rendendo fruibile e comprensibile anche la più complessa delle storie. E questo valore, Stefania Auci lo possiede a pieno, raccontando la crudezza della vita con la dolcezza di una favola.

3. I Leoni di Sicilia è l’altra faccia del Gattopardo

Chi ha letto il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa avrà notato un forte legame con questo romanzo. La Sicilia di Don Fabrizio Salina e quella dei Florio è la medesima, a essere diverso è però il punto di vista. Tomasi di Lampedusa ha avuto il pregio di raccontare con una destrezza fiabesca e una nostalgia tardo-romantica il declino della società aristocratica italiana: ha tramandato ai posteri lo splendore perduto per sempre dei nobili siciliani, degli ultimi Gattopardi di Sicilia il cui ruggito altro non è se non un’eco lontana. Un’eco sostituita dal verso di un nuovo animale, un animale che Tomasi di Lampedusa definì iena, ma che Stefania Auci definisce leone. È quello della borghesia, dell’uomo nuovo che come un novello Adamo plasma se stesso dal fango della sua miseria, dal sangue e sudore del suo lavoro, per creare una nuova classe dirigente: la borghesia.

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‘Ritratto di Donna Franca Florio’, Giovanni Boldini, 1924

In breve, I Leoni di Sicilia (acquista) è un romanzo prezioso, una rara gemma nel panorama contemporaneo che (troppo) spesso sforna prodotti mediocri che non lasciano né trasmettono nulla. È un romanzo di formazione, di crescita, wertheriano nella morale, è un’opera storica, vivace e intelligente, da leggere tutta d’un fiato, trattenendo il respiro sino all’uscita del prossimo volume.

Anna Maria Giano

Mi chiamo Giano Anna Maria, nata a Milano il 4 marzo 1993. Laureata Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Milano, mi sto specializzando in Letterature Comparate presso il Trinity College di Dublino.Fin da bambina ho sempre amato la musica, il colore, la forza profonda di ciò che è bello. Crescendo, ho voluto trasformare dei semplici sentimenti infantili in qualcosa di concreto, e ho cercato di far evolvere il semplice piacere in pura passione. Grazie ai libri, ho potuto conoscere mondi sempre nuovi e modi sempre più travolgenti di apprezzare l'arte in tutte le sue forme. E più conoscevo, più amavo questo mondo meraviglioso e potente. Finchè un giorno, la mia vita si trasformò grazie ad un incontro speciale, un incontro che ha reso l'arte il vero scopo della mia esistenza... quello con John Keats. Le sue parole hanno trasformato il mio modo di pensare e mi hanno aiutata a superare molti momenti difficili. Quindi, posso dire che l'arte in tutte le sue espressioni è la ragione per cui mi sveglio ogni mattina, è ciò che guida i miei passi e che motiva le mie scelte. E' il fine a cui ho scelto di dedicare tutti i miei sforzi, ed è il vero amore della mia vita.
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