Inquinamento e progresso: come ce li racconta la letteratura

Il motivo della città inquinata compare nella letteratura soprattutto con l’avvento della rivoluzione industriale. Per lo scrittore, che è generalmente legato alla contemplazione della bellezza e alla nobiltà dello spirito, l’inquinamento dell’aria assomiglia all’inquinamento dei suoi valori, che sembrano sgretolarsi sotto la travolgente avanzata del progresso, dell’industria, delle macchine.

L’inquinamento che svuota gli uomini nella letteratura inglese

Non è casuale che il motivo dell’inquinamento irrompa nella letteratura del Paese che ha dato inizio alla Rivoluzione industriale e ne ha patito gli effetti in modo più devastante: l’Inghilterra. Charles Dickens ha dedicato ai problemi della città industriale moderna un intero romanzo, Tempi difficili (1854, acquista). Coketown, la città del carbone, è una città immaginaria, che però riproduce fedelmente la realtà del tempo:

«Era una città di mattoni rossi, o meglio di mattoni che sarebbero stati rossi se il fumo e la cenere lo avessero permesso; […] Era una città di macchinari e di lunghe ciminiere, dalle quali strisciavano perennemente interminabili serpenti di fumo, che non si srotolavano mai. […] il pistone della macchina a vapore andava su e giù con monotonia, come la testa d’un elefante colto da una pazzia malinconica.»

Hard times, C. Dickens

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Nel Novecento, poeti e romanzieri insistono abitualmente sui risvolti negativi della modernità. Famosi sono i versi di Terra desolata (1922) di Thomas Stearns Eliot, che offrono una visione spettrale di Londra, avvolta nella nebbia mista a fumo. Viene evocata l’immagine dei dannati dell’Inferno dantesco, citato testualmente; la coltre di nebbia oscura che pesa sulla folla è il simbolo della civiltà moderna che svuota i suoi uomini della loro umanità, come fossero dei morti viventi:

«Città irreale! Sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno/ una folla scorreva sul ponte di Londra, così numerosa/ che io non credevo che morte tanta n’avesse disfatta.»

The Waste Land, T. S. Eliot

L’inquinamento nella letteratura italiana

In Italia, dato il ritardo dello sviluppo industriale, per trovare affrontato il problema nella letteratura bisogna aspettare gli anni a cavallo fra Otto e Novecento. L’inquinamento atmosferico era solitamente deprecato dagli scrittori, ma il Manifesto del Futurismo (1909) va a celebrare proprio quei fumi che soffocavano le città: le ciminiere non sono altro che il simbolo esaltante del progresso moderno e della sua nuova bellezza, la contaminazione dell’aria è secondaria o addirittura dimenticata.

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Il problema dell’inquinamento inizia a gravare sulle coscienze italiane nel periodo del cosiddetto “miracolo economico“, alla fine degli anni Cinquanta, quando il Paese conosce una forte crescita della produzione industriale. Italo Calvino dedica al tema dell’inquinamento atmosferico un lungo racconto intitolato La nuvola di smog (1958), il cui protagonista è un intellettuale che si trasferisce in una grande città industriale, Torino. La contaminazione dell’aria è insidiosa, costante, invade tutta l’esistenza ed è impossibile sfuggirle. Quando il protagonista può abbracciare con uno sguardo dall’alto tutta la città, si accorge di quella nuvola densa di smog che la avvolge:

«[…] era insomma un’ombra di sporco che la insudiciava tutta e ne mutava – anche in questo essa era diversa dalle altre nuvole – pure la consistenza, perché era greve, non ben spiccicata dalla terra, dalla distesa screziata della città sulla quale pure scorreva lentamente, a poco a poco cancellandola da una parte e dall’altra riscoprendola, ma lasciandosi dietro uno strascico come di filacce un po’ sudice, che non finivano mai.»

La nuvola di smog, I. Calvino

Il motivo dell’inquinamento atmosferico della grande città industriale ha una parte molto importante nel romanzo Due di due (1989) di Andrea De Carlo, uno dei maggiori best seller degli anni recenti. È la storia di due giovani, ambientata tra il ’68 e gli anni ’80, della loro insofferenza verso la società, la famiglia e la scuola. Il simbolo materiale di tutto ciò che provoca la rivolta dei due giovani è proprio la città di Milano, con la sua aria irrespirabile e il suo frastuono. Lungo il romanzo si susseguono immagini dall’atmosfera allucinata, da incubo:

«Le macchine e i camion si avventavano con furia dissennata tra gli argini grigi delle facciate, si lasciavano dietro onde laceranti di rumore, scie di gas irrespirabili. […] Sono andato a piedi con la mia borsa lungo un viale percorso da fiumi di mezzi meccanici che grattavano e laceravano e centrifugavano l’aria, se la vomitavano alle spalle ancora più difficile da respirare. Il marciapiede era sporco di chiazze d’olio e polvere nerastra ed escrementi di cane e catarro umano.»

Due di due, A. De Carlo

Il progresso è davvero tale quando contamina la vita del suo artefice?

Le atmosfere agghiaccianti che gli autori presentano non si allontanano molto dalla realtà con cui ci troviamo a stretto contatto ogni giorno. Le città soffrono schiacciate dall’inquinamento, un problema lasciato libero di insinuarsi tra i nostri stessi polmoni (e non solo) ma di fronte al quale proprio non sappiamo reagire.

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Fin dalle prime manifestazioni dell’inquinamento alcuni autori hanno preso coscienza di questo fenomeno inserendolo come sfondo delle loro opere, presentandolo in tutta la sua drammaticità già allora spaventosa. Oggi il flusso del progresso ci trascina ad una velocità forse troppo elevata per poter concedere uno sguardo alle conseguenze più o meno evidenti che la sua scia dissemina.

Trascurare un problema che ci riguarda così da vicino è irrispettoso verso quel diritto al progresso e all’evoluzione che magari abbiamo da sempre intrinseco nella nostra natura, o che forse ci siamo autoriconosciuti nel tempo e che troppo spesso però, abbiamo confuso con un presunto diritto ad avanzare incontrollati calpestando il pianeta che ci ospita e del quale noi stessi facciamo parte. Perchè un domani possa emergere una letteratura in grado di raccontare un mondo più respirabile, è necessario quantomeno trovare il coraggio di riconoscere il nostro dovere di tutelarlo per salvaguardare anche noi stessi, in nome di quel buonsenso di sopravvivenza che sembra essere andato perduto.


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