«Io non mi chiamo Miriam» e il dimenticato Olocausto rom

Nel settembre 2016, la casa editrice Iperborea pubblica il romanzo Io non mi chiamo Miriam (acquista) della scrittrice e giornalista svedese Majgull Axelsson, vincitrice dell’Augustpriset nel 1997 con il romanzo Strega d’aprile (titolo originale: Aprilhäxan). Questo interessante romanzo, pubblicato in Svezia nel 2014 con il titolo Jag heter inte Miriam, tratta un lato dell’Olocausto che in pochi prima d’ora hanno affrontato: la persecuzione dei rom. La storia narrata inizia durante la Festa di mezza estate a Nässjö, in Svezia, durante l’ottantacinquesimo compleanno della protagonista Miriam. Alla festa sono presenti il figlio Thomas insieme a sua moglie Katarina, la figlia Camilla e il nipote Sixten di due anni. Il regalo che Miriam riceve, un bracciale, «un pezzo d’artigianato zingaro», scatena in lei la seguente reazione:

Le lacrime le salgono agli occhi costringendola a battere le palpebre per scacciarle e le parole le balenano nella testa, quelle parole che non può dire, quelle parole che non ha mai detto, non una sola volta da quando è arrivata in Svezia. Io non mi chiamo Miriam. Tira su col naso, deglutisce, alza la testa e guarda Thomas, di cui è madre in ogni senso tranne uno e che, pur essendole più vicino di chiunque altro al mondo, è un estraneo. Gli ha mentito. L’ha fatto crescere in una menzogna e ha lasciato che vivesse tutta la sua vita adulta protetto da quella menzogna.

L’occasione giusta per cominciare a raccontare la verità è la passeggiata al parco con la nipote Camilla. All’inizio, Miriam si dimostra titubante a ricordare, in quanto «Abbiamo imparato a dimenticare. Lo dicevano tutti, allora: dimentica e guarda avanti! Non stare a rimuginare sul passato…».

Tuttavia, parlando di Krystyna, la donna ebrea vittima degli esperimenti clinici di Ravensbrück che irrompe un giorno a casa sua in preda alla follia, e degli esperimenti di Mengele ad Auschwitz, a cui è stato sottoposto anche il fratellino Didi, Miriam decide di svelare il suo segreto: lei, in realtà, è una rom, il cui vero nome è Malika, diventata Miriam Goldberg dopo aver sottratto i vestiti alla ragazza omonima sulla via per Ravensbrück dopo che altre prigioniere le hanno strappato i vestiti di dosso, spacciandosi così per ebrea:

perché i tedeschi erano abominevoli con quelli che avevano il triangolo giallo, disgustosamente abominevoli, ma le prigioniere, comprese le kapò, le privilegiate, le svuotalatrine e le altre che godevano di qualche beneficio particolare, erano peggio nei confronti degli zingari, e in fondo era soprattutto con gli altri prigionieri che si aveva a che fare. Così continuai a essere Miriam.

io non mi chiamo miriam

Parole chiave di Io non mi chiamo Miriam sono sicuramente “ricordare”, “dimenticare” e “sopravvivere”. Per tutta la vita Miriam ha sempre ripetuto a se stessa questa frase, come un imperativo: «Dimentica. Dimentica. Dimentica. E sopravvivi». Da un lato dimenticare la propria esperienza ad Auschwitz e a Ravensbrück; dall’altro il fatto di essere rom. Dopo l’Olocausto, infatti, i rom non sono stati riconosciuti come vittime dei nazisti al pari degli ebrei. Miriam spiega che

ai rom non era stato offerto nessun risarcimento. Non erano stati sterminati per ragioni razziali, avevano spiegato le autorità tedesche dopo la guerra, ma perché erano criminali.

e sono stati vittime di episodi come i disordini contro i tattare, etnia rom svedese, negli anni Quaranta a Jönköping, ai quali Miriam assiste durante una passeggiata con Nippon, il cane di Hanna. Come osserva Björn Larsson nella postfazione:

Paradossalmente, l’Olocausto ha in parte reso più facile dopo la guerra essere ebreo; l’antisemitismo è costretto a ritirarsi nelle cantine razziste in cui era germogliato. I rom, invece, non godono dello status di vittime dei nazisti riconosciuto agli ebrei e continuano nella maggior parte dei casi a essere considerati feccia e rifiuti della società. Per questo è comprensibile che nel primo periodo in Svezia Miriam continui a farsi passare per ebrea, anche se a tratti soffre di dover fingere e mentire.

Pertanto, Miriam decide di diventare Nacht und Nebel (letteralmente notte e nebbia), espressione usata da Else a Ravensbrück per indicare coloro che non hanno nessun legame fuori dal campo di concentramento: decide di dimenticare la sua famiglia e le sue origini (vedi il primo dialogo con Hanna ad Aneby, quando alle domande sulla sua famiglia Miriam risponde di non ricordare nulla) e persino la lingua che la lega al suo passato, il romanès (nel dialogo con Anuscha Seconda, fa finta di non capire espressioni come “gağe” oppure “Romengi san?”). Parlando di lingua, una cosa che alcuni personaggi fanno presente a Miriam è la sua predisposizione a imparare facilmente le lingue, in particolare svedese e norvegese, le lingue della nuova Miriam, della nuova vita, mentre il romanès è la lingua di Malika, una lingua che la lega agli affetti, Didi e Anuscha su tutti, ma una lingua da dimenticare per sopravvivere in una società che sembra dimenticare ciò che è accaduto ai rom ad Auschwitz e che, dunque, continua a discriminarli.

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Nel corso del romanzo, vi sono degli elementi facilmente ricollegabili al passato che Miriam cerca per tutta la vita di dimenticare: Kaiser, il pastore tedesco del vicino che abbaia sempre contro Miriam; il bracciale, pezzo di artigianato zingaro, ricevuto come regalo di compleanno; la cicatrice, che si è procurata per cancellare il numero identificativo per facilitare il cambio d’identità in Miriam; Krystyna, una delle “Kaninchen”, delle tante donne ebree cavie degli esperimenti clinici di Ravensbrück che irrompe in casa di Miriam in preda alla follia dicendo di essere inseguita dalle SS; Anuscha Seconda e suo figlio Fardi, due rom che Miriam ha aiutato; l’immagine di Didi in sogno. Questi particolari aumentano il suo dolore, il suo senso di colpa per aver tradito tutti coloro che hanno permesso la sua sopravvivenza, in particolare il fratello Didi, morto per gli esperimenti di Mengele; sua cugina Anuscha, morta per essersi rifiutata di spogliarsi come tutti i prigionieri; Else, la donna norvegese che vedeva in Miriam la figlia che è rimasta in Norvegia con i nonni; Sylvianne, la donna ebrea che ha aiutato Miriam a sopravvivere nella camera delle punizioni.

Il senso di colpa dovuto al fatto di “aver tradito i morti”, come osserva la stessa Miriam, infatti, porta la protagonista a smascherare la sua menzogna e a raccontare, dunque, la sua storia, e lo fa come tutti i sopravvissuti, vale a dire non con suo figlio Thomas, che per tutta la vita ha cercato di proteggere dalla verità sull’esperienza dei campi di concentramento, ma con sua nipote Camilla, membro di quella nuova generazione. Alla fine della sua postfazione, Björn Larsson afferma quanto segue:

[…] Io non mi chiamo Miriam non è “solo” un romanzo sull’Olocausto, ma anche un – forte – romanzo su cosa significhi vivere una vita intera con un segreto che non può essere svelato, soppesare costantemente cosa si può dire e cosa non si può dire, essere in una certa misura sempre costretti a fingere, senza mai perdere del tutto il controllo sulla propria coscienza. È anche un romanzo sulla fiducia, su chi ne è degno e chi no, su quanto sia importante non essere completamente soli al mondo e su quali persone, eventualmente, possiamo considerare dei “nostri”

Per una sopravvissuta come Miriam, le persone che possiamo considerare dei “nostri” sono quelli come Camilla, i figli di una nuova generazione che deve conservare il ricordo della storia, per evitare che persone come Miriam restino sole al mondo, affinché non muoiano due volte: per via dei campi di concentramento e per la paura di ricordare, e dunque per la tendenza all’oblio della storia.

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Nonostante Theodor W. Adorno affermasse che «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie», ed Elie Wiesel sostenesse che «un romanzo su Trebinka è impossibile: o non è un romanzo o non parla di Treblinka», Majgull Axelsson è fermamente convinta che il fatto che siano rimasti pochi sopravvissuti non può comportare la fine della testimonianza di questo crimine contro l’umanità. È proprio questo che rende speciale Io non mi chiamo Miriam: la volontà di continuare a parlare della Storia e dei crimini che sono stati commessi contro l’umanità, e lo fa con un lavoro accurato di documentazione, che come racconta Larsson nella postfazione, riportando la risposta dell’autrice alle sue domande, consiste in interviste a sopravvissuti a Ravensbrück, una conversazione con il coetaneo Hans Caldaras sulla cultura rom e sul vivere da rom in Svezia, e sulla lettura di documenti reperiti ad Auschwitz e libri come Prigioniera di Stalin e Hitler (titolo originale: Als Gefangene bei Stalin und Hitler. Eine Welt im Dunkel) di Margarete Buber-Neumann, consegnando così ai lettori un’opera ben curata nei dettagli e nelle descrizioni. Un altro punto di forza di Io non mi chiamo Miriam è anche l’attenta psicologia dei personaggi: nonostante la prospettiva in terza persona adottata dall’autrice possa suggerire una certa distanza nei confronti di Miriam e degli altri personaggi, il lettore si trova comunque a provare empatia verso la sofferenza e il dolore delle vittime, e dunque a immedesimarsi nei pensieri e nei sentimenti di persone che sono state tutte vittime allo stesso modo di odio e barbarie.

Alberto Paolo Palumbo




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Frammenti è una rivista online di attualità e cultura edita dall'associazione culturale no profit Il fascino degli intellettuali.
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Alberto Paolo Palumbo

Laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca e attualmente frequentante la magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee con percorso bilingue in inglese e tedesco.
Sente suo quello che lo scrittore Premio Campiello Carmine Abate definisce "vivere per addizione". Nato nella provincia di Milano, figlio di genitori meridionali e amante delle lingue e delle letterature straniere: tutto questo lo rende una persona che vive più mondi e più culture, e che vuole conoscere e indagare sempre più. In poche parole: una persona ricca di sguardi e prospettive.
Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda
Alberto Paolo Palumbo
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