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L’Italia in ginocchio: il caso Black Lives Matter scalda gli Europei

9 minuti di lettura

In questi caldi giorni estivi di inizio luglio, l’Italia si scalda ulteriormente e si divide su temi socialmente e politicamente scottanti e, grazie al Campionato europeo di calcio, si riscopre popolo di allenatori e di commissari tecnici, svestendo i panni da virologi. E così, mentre la Chiesa chiede all’Italia dei diritti di mettersi metaforicamente in ginocchio, l’Italia del pallone non è in grado di inginocchiarsi contro il razzismo dentro e fuori dal mondo dello sport.

Il caso

Facendo un passo indietro e provando a ricapitolare, bisogna tornare all’assassinio di George Floyd per mano della polizia di Minneapolis nel maggio dello scorso anno e alle conseguenti contestazioni da parte del movimento Black Lives Matter, che hanno rapidamente scavalcato i confini statunitensi per approdare in varie zone del mondo cosiddetto occidentale. Tra le manifestazioni più simboliche e significative delle proteste del BLM per denunciare e contrastare il razzismo endemico – sovente si riscontra nelle strade delle città e nelle stanze dei palazzi istituzionali (nonché dal pulpito di alcuni politici, anche nostrani) – c’è proprio l’atto di inginocchiarsi, il take a knee.

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Anche il variegato mondo dello sport non è stato esente da critiche e da manifestazioni in favore del BLM. Tra le varie situazioni che riguardano il calcio se ne possono richiamare molteplici alla memoria, tra cui: la maglietta fieramente indossata da David Alaba dopo aver vinto la finale di Champions League 2019/2020 con il Bayern Monaco, l’affermazione «lotto per le diversità» del bomber nerazzurro del Belgio Romelu Lukaku, il kneeling come abitudine per buona parte delle squadre inglesi di Premier League nel corso della stagione appena conclusasi, e via andare. Perché sì, talvolta sui campi da calcio si giocano partite ben più importanti di quelle annotate nei tabelloni.

David Alaba, "Black Lives (still) Matter"
David Alaba, “Black Lives (still) Matter”. Fonte: elespanol.com.

Lo sport non c’entra niente con la politica?

Tuttavia, forte è la critica di chi sostiene che lo sport è sport e che pertanto non si dovrebbe occupare di società, di costumi e di politica. Eppure, nella storia, si possono contare una miriade di esempi più o meno famosi a sfondo sociale e politico, per la conquista o per la difesa dei diritti: da Jesse Owens alle Olimpiadi berlinesi del 1936, alla finale di Coppa Davis di Adriano Panatta e compagni nel Cile del dittatore Augusto Pinochet nel 1976, dai pugni guantati di Tommie Smith e di John Carlos sul podio olimpico nel 1968 al rifiuto del saluto fascista del calciatore partigiano Bruno Neri nel 1931 e alla famosa tregua di Natale del 1914. Volendo argomentare ulteriormente, si potrebbe anche tornare alle Olimpiadi dei greci antichi, quando i giochi avevano lo scopo di interrompere le guerre e i conflitti. Che poi, per inciso, «Lo sport non c’entra con la politica» era il mantra di Avery Brundage, che nel 1936 aveva supervisionato e avvallato le Olimpiadi nella Germania nazista e che negli anni a seguire ha inanellato una serie di scelte terribilmente irripetibili.

EURO2020, la polemica è servita

Posto che quindi non di sole gesta sportive vive lo sport e ammesso che le manifestazioni “politiche” possono purtroppo mostrare pure l’altro lato della medaglia – quello negativo, talvolta reazionario –, anche questo itinerante EURO2020 non è stato da meno. Infatti, da una parte abbiamo avuto i fischi e il coro “Germania, Germania omosessuale” dei tifosi ungheresi, il divieto della UEFA alla richiesta del Sindaco di Monaco di Baviera di illuminare lo stadio con i colori dell’arcobaleno, gli insulti razzisti dell’austriaco di origine serba Marko Arnautovic verso un calciatore della Macedonia del Nord (costatigli appena una giornata di squalifica), i sequestri delle bandiere arcobaleno a Baku e a Budapest. Dall’altra parte, fortunatamente, possiamo annoverare l’esultanza con le mani a cuore del centrocampista tedesco Leon Goretzka verso i tifosi ungheresi, le nazionali di Inghilterra, Galles e Belgio sempre in ginocchio prima dell’inizio dei match, l’applauso dei calciatori danesi nei confronti dei colleghi belgi prima e gallesi poi inginocchiatisi precedentemente al fischio d’inizio, numerosi arbitri (tra cui l’italiano Daniele Orsato, lo spagnolo Matéu Lahoz e il tedesco Felix Brych) aderenti al kneeling.

E l’Italia?

Nelle prime due gare giocate con Svizzera e Turchia, tutti gli azzurri sono rimasti in piedi, ma è nella gara col Galles che, grazie a un po’ di turnover, in sei (Emerson Palmieri, Andrea Belotti, Federico Chiesa, Federico Bernardeschi, Matteo Pessina e Rafael Toloi) hanno deciso di emulare la squadra avversaria, inginocchiandosi. «C’è libertà di scelta, ma questa è una protesta molto importante e avrei preferito che si inginocchiassero tutti gli azzurri» commenta l’opinionista ed ex calciatore Claudio Marchisio, unendosi al coro di molti altri favorevoli all’inginocchiamento. Questo “Effetto Brancaleone”, dunque, non è piaciuto, ha innalzato il livello della discussione e ha reso necessario un confronto interno alla squadra per decidere il da farsi. Calciatori e staff tecnico, nel loro finora grande cammino in relazione ai risultati sportivi, si sono forse scoperti un po’ divisi tra chi vorrebbe sostenere con un semplice gesto il movimento del BLM e chi invece preferirebbe soprassedere (o, forse, sarebbe il caso di dire “rimanersene in piedi”). Insomma, ignavia e indifferenza – mali dai quali Antonio Gramsci, Liliana Segre e molti altri ci hanno detto di guardarci – l’hanno fatta da padrona in questo ennesimo compromesso all’italiana.

Abbiamo davvero bisogno di “una richiesta”?

Ma le cattive notizie non vengono mai sole. Ed ecco che arriva la motivazione del mettersi in ginocchio sì, mettersi in ginocchio no, mettersi in ginocchio forse, mettersi in ginocchio dipende. «Non c’è stata nessuna richiesta, quando capiterà e ci sarà la richiesta dell’altra squadra, ci inginocchieremo per sentimento di solidarietà e sensibilità verso l’altra squadra», dice il capitano della spedizione azzurra Giorgio Chiellini ai microfoni di Rai Sport poco prima dell’ottavo di finale con l’Austria. Con una gaffe degna di Orietta Berti, aggiunge che «Cercheremo sicuramente di combattere il nazismo in altri modi, con iniziative insieme alla federazione nei prossimi mesi». Quindi, lapsus a parte, ci si inginocchia per solidarietà verso l’altra squadra e non per il significato intrinseco del gesto, per il messaggio di civiltà? La toppa è peggio del buco, sì. Tant’è che con l’Austria erano tutti in piedi, mentre ai quarti col Belgio si sono inginocchiati tutti.

Dopotutto, in Italia non abbiamo certo un problema di razzismo. E ci scusino – se possono – Willy Monteiro Duarte, Seid Visin, Mousa Balde. Ma anche il dottor Nelson Yontu, i ragazzi e le ragazze malmenati a fine giugno a Milano dai Carabinieri e tutti coloro che sono vittime di razzismo.

Tommaso Davide Fasola

Nel Basket l'Italia si inginocchia contro il razzismo
«L’Italia del basket si schiera: in ginocchio per il BLM». Fonte: ilportaledellosportivo.altervista.org

P.S.: per nostra fortuna, non esiste solo il calcio.

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