La smisurata preghiera di Fabrizio de Andrè, l’uomo che cantò gli esclusi

Tutti noi conosciamo, chi più chi meno, Fabrizio De André.
Chi lo conosce per le canzoni più celebri, come la Guerra di Piero o la struggente Canzone dell’amore perduto, chi invece ne ha interiorizzato ogni singola nota. Chi lo conosce come il poeta che ha restituito le atmosfere di Spoon River nell’album Non al denaro non all’amore né al cielo, chi ha solamente sentito la madre fischiettare che «all’ombra dell’ultimo sole s’era assopito un pescatore».

De André è comunque diventato – si potrebbe dire – patrimonio della cultura popolare italiana. E, di questo, sicuramente, ne andrebbe fiero. Perché è questo che egli ha voluto fare della sua vita: parlare alla gente, anzi – si potrebbe meglio dire – raccontare storie che parlassero alla gente della gente. Con la sua chitarra, la voce profonda da cantastorie, le musiche da atmosfera popolare, testi diretti ed immagini crude, egli è stato ed è la voce degli ultimi, la voce della Genova di Via del Campo.

Di De André si dice di tutto. Che fu uno dei più grandi cantautori italiani, che fu anarchico, che fu poeta, che fu ateo. Tuttavia su ognuno di questi punti bisognerebbe aprire profonde riflessioni, perché lui, come la sua musica, non può mai essere considerato mai così semplice ed immediato come sembrerebbe di primo acchito.

Il primo ritratto di De Andrè, ovvero quello del cautautore per eccellenza, non potrebbe in alcun modo essere smentito, anzi: continua ad essere confermato giorno dopo giorno nell’intimità degli auricolari di chi lo ascolta, nelle voci e nelle chitarre di chi lo risuono. Faber ebbe sempre una concezione quasi mistica del fare musica: «Il canto deve in qualche maniera avere come obiettivo quello che anticamente aveva la musica cantata ch’era di far guarire le persone. […] Penso che il fine della canzone sia quello, se non proprio di insegnare, almeno di indicare delle strade da seguire, dei codici di comportamento […] ed è l’unico motivo che mi fa pensare che questo possa anche essere un mestiere serio».

Che fu poeta è altrettanto vero. Anzi, proprio per questa concezione da aedo che egli ebbe del mestiere del cantante, quando si parla di De André non si può scindere la “parola” dalla “musica”. A conferma di questo un evento: nel 1997 gli viene consegnato il premio Lunezia per il valore letterario di Smisurata Preghiera ed in questa occasione Fernanda Pivano parlò di lui come il più grande poeta in assoluto negli ultimi cinquant’anni in Italia.

È proprio con questa formula che unisce strettamente la figura del poeta a quella del musico che Faber riuscì ad arrivare a tutti. Egli scelse una musica popolare perché i protagonisti delle sue storie erano popolari. Ma non per questo i testi erano filastrocche di paese, al contrario erano (e sono) portatori di un significato spesso struggente, sicuramente profondo, di un’analisi della realtà sociale acuta, in cui De André si inserisce sia da protagonista sia, soprattutto, da voce narrante.

I testi di De André, infatti, non contengono mai storie fini a se stesse. Né hanno mai contenuto strettamente autobiografico. Anche quando parla di fatti che lo riguardano molto da vicino (ad esempio, Hotel Supramonte fa riferimento al suo rapimento), anche quando sta cantando di amori finiti (Amore che vieni amore che vai) o di apparenti favole antiche (Ottocento), il tutto rimanda sempre ad altro. Questo “altro”, che si percepisce come sfondo o come punto di arrivo a cui la storia o il sentimento narrato tendono, è l’essere umano con la sua interiorità, è Genova (rappresentazione per qualsiasi altra città) nella sua realtà effettuale e contingenza, è il puzzo delle strade, è la malalingua della gente, è la costante onnipresente nella storia umana: l’eterna solitudine dell’uomo e l’eterna emarginazione dell’ultimo.

Per questo, a mio avviso, De André sceglie di essere popolare: non perché voglia avere una massa di ascoltatori, ma perché si inserisce DENTRO il popolo, quindi nella fetta più bassa della società. Proprio lì l’uomo, specchiandosi nella sua stessa miseria, scopre il suo essere infimo e divino insieme, scopre che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

Veniamo alla terza comune definizione: l’anarchia.

Nel sito della Fondazione de Andrè si possono leggere le seguenti dichiarazioni dello stesso Faber: “Fu grazie a Brassens, maestro di pensiero e di vita, che scoprii di essere un anarchico. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti. Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamente della democrazia”.
La matrice anarchica di De André viene vista come desiderio di assoluto che non viene mai placato, come base della sua spiritualità laica. E questo ci porta all’ultima affermazione, quella di ateismo.

Ciò che porta a definire il cantautore ateo è la costante presenza, nel suo pensiero e nei suoi testi, di una visione critica della religione ufficiale, e con essa del Dio cristiano. Egli risulta fortemente ostile all’uso della religione come “instrumentum regni”, fino all’anticlericalismo. Ma questo può portare alla diretta conclusione dell’ateismo?

De André è contrario all’uso della parola Dio per giustificare azioni cruente, a chi “cerca l’anima a forza di botte” di un blasfemo, condanna il bigottismo borghese ed ipocrita di quel professore che chiama la prostituta “pubblica moglie” di giorno ma di notte dilapida la sua pensione per “sentirsi dire micio bello e bamboccione”. Egli ricerca continuamente, in molti dei suoi testi, una giustizia divina che vada al di là delle forme utilitaristiche ed imbellettate che caratterizzano la Chiesa cristiano-cattolica, immobile nel suo ruolo di sacra inquisitrice.

Afferma lo stesso De André: “mi ritengo religioso, la mia religiosità consiste nel sentimi parte di un tutto, quindi nel rispetto di tutti gli elementi. […] Penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari dandogli i nomi che ho imparato da bambino”.

A questo punto quella di Faber si potrebbe definire una religiosità panteistica, ovvero la credenza che esista un senso di spiritualità insito in tutte le cose. Ma che cosa è questo se non una semplice ed umana adesione al messaggio più intimo predicato da Gesù? Non è forse vero che Gesù aveva predicato l’amore indiscriminato per il prossimo e la presenza di Dio soprattutto tra i poveri, i mendicanti e gli ultimi?

De Andrè non fa altro che questo: cercare disperatamente un Dio che risponda a quel ritratto di Padre che offre una speranza ai più miserandi sulla terra.

Questo lo si può vedere nell’album che, per eccellenza, è testimone del rapporto di Faber con la religione: La Buona Novella.

«Quando scrissi “La buona novella” era il 1969. Si era quindi in piena rivolta studentesca; e le persone meno attente – che poi sono sempre la maggioranza di noi -, compagni, amici, coetanei, consideravano quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “cosa stai a raccontare della predicazione di Cristo, che noi stiamo sbattendoci perché non ci buttino il libretto nelle gambe con scritto sopra sedici; noi facciamo a botte per cercare di difenderci dall’autoritarismo del potere, dagli abusi, dai soprusi.” …. Non avevano capito – almeno la parte meno attenta di loro, la maggioranza – che La Buona Novella è un’allegoria. Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell’autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali».

La Buona Novella è un concept album tratto dalla lettura di alcuni Vangeli apocrifi (in particolare, come riportato nelle note di copertina, dal Protovangelo di Giacomo e dal Vangelo arabo dell’infanzia), pubblicato nell’autunno del 1970. In accordo con gli Apocrifi,  di Cristo, alluso però come concepimento terreno. E questa è la chiave di lettura non solo di questo album, ma anche di altri testo che mettono in luce la figura di Gesù, come Si chiamava Gesù. A De André non interessa più di tanto la lode a Dio e la contemplazione del mistero del Verbo che si fa Carne, quanto il constatare che Gesù fu innanzitutto un uomo. Non a caso La Buona Novella si apre con il brano Laudate Dominum che si trasforma nell’ultimo pezzo in Laudate Hominum. Gesù non è più il figlio di Dio, ma il figlio di un uomo.

Un’ultima annotazione. Non è forse un caso che il primo album di Faber, Volume I, si apra con il brano Preghiera in Gennaio, che con toni elegiaci mette in luce l’umana e laica religiosità del cantautore, il quale costruisce una nuova e giusta legge divina, secondo la quale “non c’è l’Inferno nel mondo del buon Dio”. De André, già con questo primissimo brano, dedicato all’amico Tenco, sapeva di scardinare i più consolidati luoghi comuni, specie se si pensa che si era ancora in un Paese impermeato dal bigottismo ben pensante. Aggiunge, infatti, in una strofa della canzone: “Signori ben pensanti, spero non vi dispiaccia, se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia, soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”. Il disperato suicida non è più un peccatore, ma un promotore di libertà in un mondo superficiale ed ipocrita. E la libertà, la giustizia, l’umiltà, la profondità d’animo, non sono forse le maggiori Virtù dei Santi?

Non è caso, nemmeno, che l’ultima canzone dell’ultimo album, Anime Salve, sia Smisurata Preghiera.

Questa è il testamento ultimo del nostro cantautore. Un affresco della solitudine libera e scelta di chi si muove in “direzione ostinata e contraria”, di chi si afferma INDIVIDUO contro la massa bigotta ed indistinta. Un inno alla libertà, la voce delle minoranze; il grido di chi è emarginato per libera scelta e spera che “la fortuna aiuti i figli di Dio disobbedienti alle leggi del branco”.

De André, in un’intervista, dichiara che questo brano è una preghiera, perché è “un’invocazione ad un’entità parentale, ad una sorta di madre e padre più potenti”, che la tradizione identifica con Dio, la Madonna ed altri, ma ai quali ognuno di noi, comunque li chiami, ha un disperato bisogno di appellarsi per un personale riscatto.

Tutto questo non è estraneo all’affresco sociale presente negli altri testi di De Andrè. Egli scelse di sottolineare i tratti nobili ed universali degli emarginati, affrancandoli dal “ghetto” degli indesiderabili e mettendo a confronto la loro dolorosa realtà umana con la cattiva coscienza dei loro accusatori.

Per questo Smisurata Preghiera può essere considerata la summa finale del pensiero poetico, sociale e religioso del nostro cantautore.

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri 
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole 

celebrative del nulla 
lungo un facile vento 
di sazietà di impunità 

Sullo scandalo metallico 
di armi in uso e in disuso 
a guidare la colonna 
di dolore e di fumo 
che lascia le infinite battaglie al calar della sera 
la maggioranza sta la maggioranza sta 
recitando un rosario 
di ambizioni meschine 
di millenarie paure 
di inesauribili astuzie 

Coltivando tranquilla 
l’orribile varietà 
delle proprie superbie 
la maggioranza sta 
come una malattia 
come una sfortuna 
come un’anestesia 
come un’abitudine 
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria 

col suo marchio speciale di speciale disperazione 
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi 
per consegnare alla morte una goccia di splendore 
di umanità di verità 

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio 
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli 
con improbabili nomi di cantanti di tango 
in un vasto programma di eternità 

ricorda Signore questi servi disobbedienti 
alle leggi del branco 
non dimenticare il loro volto 
che dopo tanto sbandare 
è appena giusto che la fortuna li aiuti 
come una svista 
come un’anomalia 
come una distrazione 
come un dovere 

 

Costanza Motta

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Costanza Motta

Laureata triennale in Lettere (classiche), ora frequento un corso di laurea magistrale dal nome lungo e pretenzioso, riassumibile nel vecchio (e molto più fascinoso) "Lettere antiche". Amo profondamente i libri, le storie, le favole e i miti. La mia più grande passione è il teatro ed infatti nella mia prossima vita sono sicura che mi dedicherò alla carriera da attrice. Per ora mi accontento di scrivere e comunicare in questo modo il mio desiderio di fare della fantasia e della bellezza da un lato, della cultura e della critica dall'altro, gli strumenti per cercare di costruire un'idea di mondo sempre migliore.