Faber, “pittima” fragile

«Il signor Fabrizio De André, genovese, ventotto anni, benestante, un po’ poeta, è da due anni in testa alla classifica dei dischi long playing più venduti in Italia. Ne vende più lui di Mina, di Celentano, di Morandi, dei Beatles, di Barbara, di Brassens, e non lo sa nessuno. Scrive e canta canzoni difficili, irripetibili, letterarie, piene di parole ottocentesche». Così si apre un’intervista a Fabrizio De André di Adriano Botta apparsa su L’Europeo del 13 marzo 1969.

Ora, quasi cinquant’anni dopo, potrebbero far sorridere queste formule di presentazione così prudenti: «poeta» ma solo «un po’», a sminuire la portata letteraria delle canzoni «irripetibili»; ecco il «signor» Faber, questo ragazzo che vende dischi con parolacce e parolone, li vende bene «e non lo sa nessuno». Eppure non sono i frammenti di un ingenuo articolo anni Sessanta che minimizza Tutti morimmo a stento.

È l’inizio della storia di un luogo comune dove pascolano indistintamente leader politici, giornali della destra orgogliosamente populista e pronta a liquidare artisti senza un briciolo di discorso, e una certa sinistra radical-chic che lo idolatra come vate. E così si disseppellisce in malo modo la voce dolce e cavernosa di De André, sempre rivolta ai diseredati, agli analfabeti, a chi ha l’occhio nero, sempre a cantare per il popolo fragile e per l’umano: la musica non è scalfita dalle disquisizioni critiche (Faber migliore cantautore sì, migliore cantautore no; Faber compagno sì, compagno no) e rimane in ogni suo album «così splendido e vero da potervi ingannare».

Gli inizi della carriera

Proveniente dall’alta borghesia genovese, il ventisettenne De André, dopo una serie di 45 giri raccolti in Tutto Fabrizio De André (1966), pubblica l’album d’esordio Volume I (1967). Il disco è aperto da Preghiera in Gennaio, il brano che dimostra cosa sottenda l’intera parabola artistica del Bob Dylan italiano: la ricerca – sempre raffinata, quasi letteraria – di nuove fonti, nuovi territori culturali in grado di interpretare il presente e capaci, allo stesso tempo, di restituirne la dimensione archetipica attraverso gli occhi degli ultimi. Come la Preghiera all’amico suicida Luigi Tenco assorbe la pietà primigenia del cristianesimo, così Tutti morimmo a stento (1968) è una meditazione di forte eco esistenzialista sulla Morte; La buona novella (1970) il capolavoro che riporta l’umanismo dei Vangeli apocrifi; come Non al denaro, né all’amore, né al cielo (1971) reinterpreta il mito spoonriveriano dell’America di Edgar Lee Masters, così Fabrizio De André – L’indiano (1981) racconta il sopruso sui nativi americani. Una ricerca condotta sempre con la fedele chitarra e l’animo da chansonnier.

Congiungendo il genocidio dei Pellerossa alle tensioni degli indipendentisti dell’anonima sarda («I veri prigionieri continuano a essere i sequestratori. Tanto è vero che noi siamo usciti e loro sono ancora dentro», queste le parole di De André pochi giorni dopo essere stato rilasciato dall’Hotel Supramonte) L’Indiano prelude a un’ulteriore sfumatura della poetica del cantautore. Le nuove sonorità raggiunte con brani come Franziska e Verdi pascoli, sommate all’amore per l’isola mediterranea indagata sull’eco di antichi popoli lontani, preannunciano (ma solo a posteriori ce ne rendiamo conto) il capolavoro Creuza de mä.

Creuza de mä e le sperimentazioni linguistiche

Stimato anche da David Byrne dei Talking Heads, il disco è interamente cantato in lingua ligure, pervasa nella sua struttura di lingua del mare dalle infiltrazioni catalane, corse, arabe, provenzali: un linguaggio che fabbrica una koinè mediterranea, un «esperanto» – la definizione è dello stesso Faber – per tornare ad esplorare il bacino delle proprie radici. Poco importa se all’ascoltatore è sconosciuto il dialetto genovese, l’intento non punta certo alla salvaguardia statica di una minoranza linguistica. Al contrario, Creuza de mä non conduce pedantemente a una grammatica ligure: sono la sonorità e la pesantezza delle parole, più del significato letterale, a vivificare i testi. Si ascolta una sperimentazione linguistica sulla storia delle emozioni dei popoli mediterranei, un passato che De André trova nei mercati e nei lungomari salati e assolati.

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Approdando a quella che verrà poi chiamata world music, Faber si discosta dalle linee vocali tradizionali della canzone d’autore italiana e francese, e non senza stupire il pubblico d’allora, abituatosi com’era alle armonie di Ballata dell’amore cieco, Amore che vieni amore che vai, Inverno, Amico fragile, insomma, dei classici del genovese. Grazie a Creuza de mä la voce conosce altre estensioni sonore, adagiandosi su freschi rifacimenti della musica mediorientale e nordafricana – basta ascoltare l’elegia Sidun e la vivacità di Sinan capudan pascià. E ancora Jamin-a, una canzone di madreperla, tanta è la sensualità: il più bello dei proseguimenti possibili per la grande ode alle prostitute iniziata con Bocca di rosa e Via del campo.

L’omaggio all’identità cosmopolita del Mediterraneo, poi, non pecca di quel fastidioso patetismo che sembra essersi comunemente diffuso riguardo ai tanti Sud (non geografici: allegorici). De André non si riferisce mai alla fantomatica solarità dell’etnia marinara. «Certo, navigando non è che si incontrino soltanto Jamine o tavole imbandite con gatti in salmì spacciati per conigli selvatici, come si dice nella canzone Creuza de . Ci si può trovare anche di fronte alla tragedia, magari alla tragedia altrui, anche se condivisa, in quanto fratelli o figli della stessa cultura», spiega Faber ad uno speciale della trasmissione Rai Mixer  (minuto 10.55).

Sidun è, ancor più della conclusiva Da me riva, malinconico lamento del marinaio al momento della partenza, il brano più drammatico dell’album: a cantare è un padre arabo che tiene in braccio il figlio, morto ammazzato dall’avanzare dei carrarmati nella città libanese di Sidone, palcoscenico degli scontri fra israeliani e siriani.

Oggi, a vent’anni dalla morte del cantautore avvenuta nell’11 gennaio 1999, ciò di cui più si sente la mancanza è il senso dell’umanità spassionato e viscerale insieme, praticato sempre a parole e musica. La morte del figlio «non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea».

«[…] Ciao mæ ‘nin, l’ereditæ l’è ascusa
‘nte sta çittæ ch’a brûxa, ch’a brûxa
inta seia che chin-a, e in stu gran ciaeu de feugu
pe a teu morte piccin-a»

(Ciao bambino mio, l’eredità è nascosta in questa città che brucia, che brucia nella sera che scende, e in questa grande luce di fuoco per la tua piccola morte)

Andrea Piasentini

Redazione

Frammenti, rivista online di attualità e cultura, nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.
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  • […] Faber, “pittima” fragile – «Il signor Fabrizio De André, genovese, ventotto anni, benestante, un po’ poeta, è da due anni in testa alla classifica dei dischi long playing più venduti in Italia. Ne vende più lui diMina, di Celentano, di Morandi, dei Beatles, di Barbara, di Brassens, e non lo sa nessuno. Scrive e canta canzoni difficili, irripetibili, letterarie, piene di parole ottocentesche». Così si apre un’intervista a Fabrizio De André di Adriano Botta apparsa su L’Europeo del 13 marzo 1969. Ora, quasi cinquant’anni dopo, potrebbero far sorridere queste formule di presentazione così prudenti: «poeta» ma solo «un po’», a sminuire la portata letteraria delle canzoni «irripetibili»; ecco il «signor» De André, questo ragazzo che vende dischi con parolacce e parolone, li vende bene «e non lo sa nessuno». Eppure non sono i frammenti di un ingenuo articolo anni Sessanta che minimizza Tutti morimmo a stento. Leggi tutto […]

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