L'uomo che uccise Don Chisciotte

«L’uomo che uccise Don Chisciotte», la grande impresa di Terry Gilliam

Il mondo cinefilo ha di che festeggiare in questo 2018 fatto di film ritrovati, ricomposti e, addirittura, sorprendentemente conclusi. Dopo The other side of the wind di Orson Welles, nota opera incompiuta recentemente rimontata grazie ad un progetto Netflix, arriva infatti in sala L’uomo che uccise Don Chisciotte.

L’Odissea di Terry Gilliam, lunga quasi trent’anni, sembra così concludersi e l’Itaca a cui è giunto, e in cui ci invita ad entrare, brilla di un valore che sembra aver fatto propria quella lunga impresa di continui « fare e disfare» .

L'uomo che uccise Don Chisciotte

Don Chischiotte della Mancha, forse

Ciò che appare ovvio ad un primo sguardo è come la sceneggiatura dell’agognata pellicola sia certamente figlia dell’insieme di vicissitudini che ne impedirono un’immediata realizzazione.

Le sfortune climatiche (un violentissimo nubifragio distrusse il primo set), il ripetuto cambio di attori, la continua lotta contro venali produttori e forse addirittura le disillusioni del suo ideatore si accorpano infatti nel racconto in una meta narrazione che pone al centro, guarda caso, proprio uno sfortunato regista. Toby (Adam Driver), geniale e cinico direttore di spot televisivi.

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Giunto in Spagna per occuparsi di un lavoro dedicato al Don Chischiotte si ritrova tra le mani i ricordi della propria prima opera giovanile, scoprendo che i fantasmi del suo passato vivono non lontani dal set in cui lavora.

Da qui l’accavallarsi di situazioni sopra le righe, tra un vecchio convinto di essere l’eroe cavalleresco ed un viaggio attraverso l’illusorio deserto della Mancia. L’obiettivo è tornare al set, abbandonare i fantasmi e ritrovare se stesso, ma il Don Chisciotte (Jonathan Pryce) ha ben altri piani per Toby, e per noi.

L'uomo che uccise Don Chisciotte

«Quixote Vive»

Trovare un centro in quest’intricata storia fatta di continue vicende confuse tra ciò che è vero e ciò che è falso appare complesso, se non al limite del sopranaturale.

Perché il vero punto dell’intreccio è l’inafferrabile ombra del Don Chisciotte, un fantasma che si incarna saltuariamente di personaggio in personaggio, affidando i propri temi prima all’anziano signore impazzito, convinto di essere il vero Don Chisciotte, poi al giovane regista, intento invece ad impazzire,  ed infine all’ideatore di tutto questo, Terry Gilliam.

È anche lui, o forse solo lui, l’eroe della ritrovata cavalleria pronto a scagliarsi contro quei mulini che, alti come giganti, gli impediscono di vedere l’orizzonte di un mondo che, afferma, «non capisco più».

L'uomo che uccise Don Chisciotte

Perdersi sognando

L’uomo che uccise Don Chisciotte è così un viaggio imperfetto che peregrina tra le terre confuse della narrazione cinematografica. Gilliam dialoga con il medium, piegando l’inquadratura, distorcendola con continui Dutch Angle che mutano lo schermo in un gioco di titaniche malvagità e piccolezze umane.

La narrazione si inscatola, riversando continuamente quanto mostrato in sale sempre più grandi e labirintiche che nel loro avanzare confondono il senso di realtà e lasciano dimenticare il punto di partenza. La realtà caotica della pellicola sosta infatti in grandi saloni in cui la narrazione si fa inafferrabile ginepraio di situazioni tragicomiche.

Trovarsi a chiedersi quale sia l’evento che ha portato sino al punto che si sta guardando diventa così il perno dello spettatore. Esso è il satellite alieno di un pianeta fatto di moto sfreccianti nel caldo spagnolo, di ideali cavallereschi e confusioni mentali, sempre e comunque divertito dalla tristezza di un vecchio convinto di essere Don Chisciotte, il protagonista quanto il regista.

L'uomo che uccise Don Chisciotte

L’uomo che uccise Don Chisciotte, non è perfetto, anzi, a volte rallenta e si ripete come fosse infatuato da quell’accennata demenza propria del suo convinto protagonista, ma è confusionario e dispersivo quanto basta per amarlo sino a dimenticarsi il perché.

Chi conosce la storia (diciamo pure Epopea) di questa pellicola sa che poterla vedere dopo 25 anni di incertezze e problemi non è solo un miracolo, ma anche un onore il cui risultato riesce a reggere due decenni di accumulate aspettative.

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Alessandro Cavaggioni

Appassionato di storie e parole. Amo il Cinema, da solo e in compagnia, amo il silenzio dopo una proiezione e la confusione di parole che esplode da lì a poche ore. Un paio d'anni fa ho plasmato un altro me, "Il Paroliere matto". Una realtà di Caos in cui mi tuffo ogni qual volta io voglia esprimere qualcosa, sempre con più domande che risposte. Uno pseudonimo divenuto anche canale YouTube e pagina instagram.