«Il mago» di Maugham: se l’amore e la volontà diventano magia

Chiunque conosca William Somerset Maugham, probabilmente lo conoscerà per il suo romanzo più popolare, Il velo dipinto, da cui sono stati tratti negli anni anche diversi film, l’ultimo dei quali con due interpreti d’eccezione: Naomi Watts e Edward Norton (2006). Meno noto è invece Il mago (acquista), di cui lo stesso Maugham non serbò un buon ricordo dal momento che, rileggendolo a distanza di anni, affermò di averne dimenticato quasi completamente il contenuto e di trovare la sua scrittura «ampollosa ed enfatica». Questa affermazione stupisce perché il contenuto non è di quelli che si possano dimenticare facilmente, né lo è Aleister Crowley, l’eccentrico personaggio che ispirò all’autore il mago del titolo.

Il Mago, di W. S. Maugham

La trama de «Il mago» di W. S. Maugham

Il mago di Maugham si apre con una passeggiata pomeridiana di due amici e colleghi, il dott. Porhoët e Arthur Burdon, aspirante medico chirurgo e soprattutto entusiasta fidanzato della bella Margaret. L’ambientazione è delle più amene: i giardini del Luxembourg di Parigi, nel momento in cui le foglie si trascolorano all’arrivo dell’autunno. Altrettanta poesia si riscontra nella primissima parte del romanzo, in cui il lettore assiste in compagnia di Susie – amica della protagonista – all’istupidimento dei due fidanzati, definiti da lei «degli idioti». Il languore lascia però presto spazio ad altro quando fa il suo ingresso in scena Oliver Haddo, che porta nella vita della piccola compagnia un elemento straordinario: la magia.

Tentando di vincere lo scetticismo di Burdon e delle signore, Haddo, meglio noto come “il Fratello dell’Ombra”, inizia a illustrare una serie di pratiche magiche, nell’intento di svelare loro la presenza di un mondo occulto di cui ignorano ogni cosa per il loro radicato pragmatismo. Il più scettico è sicuramente Arthur Burdon che, da uomo di scienza qual è, nega in toto il sovrannaturale e la magia. Questo fa sì che si venga a creare sin dalle primissime pagine un’opposizione radicale tra i due personaggi maschili, Burdon e Haddo. Opposizione di idee che arriva ben presto a farsi più concreta quando, a seguito di un litigio, Haddo decide di utilizzare i propri poteri per vendicarsi del chirurgo e mostrargli che, malgrado le sue resistenze, la magia nera esiste.

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La vendetta è delle peggiori: ben conoscendo l’amore sconfinato di Arthur per Margaret, Haddo decide di sottrargliela. Privata della sua volontà, la ragazza inizia a provare un’intensa passione che la avvince sempre più al mago e, per contro, la allontana dal fidanzato.

Un esito infelice era stato già anticipato da Susie, personaggio solo apparentemente secondario, quando rivolgendosi all’amica descrive in maniera singolare l’innamoratissimo Arthur, come un uomo predisposto all’infelicità:

Non ho mai visto nessuno tanto predisposto all’infelicità. Credo che tu neanche immagini quanto disperata potrebbe essere la sua sofferenza. Stai molto attenta, Margaret, sii buona con lui perché tu hai il potere di fare di lui il più infelice degli esseri umani.

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Il potere di cui Margaret è fornita è, con ogni evidenza, l’amore, come conferma Haddo, il mago. Solo poche pagine dopo, tentando di spiegare agli increduli compagni che cosa sia la magia, afferma: «la magia non è altro che l’arte di impiegare consapevolmente mezzi invisibili per produrre effetti visibili. Volontà, amore, immaginazione sono poteri magici che chiunque possiede; chi sa come svilupparli appieno è un mago». La differenza, dunque, sta tutta qui: Margaret, l’amata, dispone di un potere immenso che, tuttavia, non sa dirigere – si ricordi la definizione data da Susie degli amanti – mentre Haddo, in quanto mago, sarebbe capace tanto di dirigere l’amore quanto la volontà. Ed è esattamente quello che fa contro il suo nemico e contrario: il razionalissimo chirurgo.

Similitudini con la «Fedra» di Racine

Arthur sembra così venire punito proprio per la sua incredulità. In questo senso, viene in mente un paragone con una tragedia: la Fedra, di Racine. Il dramma viene citato per ben due volte, il che costituisce se non una prova, almeno una curiosa “coincidenza”. Che la Fedra abbia ispirato l’autore britannico non è da escludere. Del resto, anche ne Il velo dipinto la vicenda di Pia de’ Tolomei, incontrata dal pellegrino Dante nel Canto V del Purgatorio, fa dichiaratamente da canovaccio alla trama; e il fenomeno potrebbe aver avuto un antecedente proprio ne Il mago di Maugham.

Fedra, di Racine

Senza addentrarci troppo nella questione, si consideri la vicenda della Fedra: Ippolito, figlio del re Teseo, viene punito dalla dea Afrodite, offesa per il suo continuo dedicarsi alla sola caccia, e quindi a Diana. La dea suscita così un’insana passione in Fedra, la matrigna di Ippolito, che porterà alla morte del giovane. Ebbene, trasportando il soprannaturale dell’antica Grecia ai primi del Novecento, cosa poteva esserci di più vicino ad un dio/dea, che un mago? In un’epoca dominata da occultismo e spiritismo, Oliver Haddo, il mago che non viene considerato tale, e che quindi è la “divinità offesa” della situazione, vuole vendicarsi di chi non lo onora, il miscredente Arthur Burdon, e – esattamente come Afrodite – lo fa colpendolo con una donna, Margaret, che diventa così la nuova Fedra.

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Tuttavia, se nella tragedia era l’amore di Fedra per Ippolito a causare la sua rovina, qui è la fine di quell’amore poiché, come aveva preannunciato Susie, è solo questa che può rendere Arthur «il più infelice degli esseri umani».  Così, l’amore, che si palesava fin dall’inizio come un potere magico, viene utilizzato dalla divinità offesa per colpire il nemico che disconosca la sua autorità. Per l’asessuale Ippolito, c’è l’amore della matrigna, per l’amante Arthur la perdita della donna amata.

Claudia Castoldi

 


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Redazione

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