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Malinconia: cosa dicono i cantautori?

11 minuti di lettura

Che sia musica classica, jazz sperimentale, cantautorale o indie, quello della malinconia è un filo conduttore per tutti i generi in ogni epoca storica. Dire malinconia in musica vuol dire tutto e niente: può essere un accordo minore a evocare il sentimento, oppure una frase detta nel momento giusto o nel posto giusto, che ricorda all’ascoltatore un fatto del passato che smuove in lui un’emozione. Per alcuni autori l’essere malinconici è diventato un vero e proprio marchio di fabbrica: si pensi ai romantici tedeschi dell’Ottocento, ma anche a band o cantautori contemporanei, le cui canzoni sono uscite dalla nicchia indipendente per raggiungere il grande pubblico grazie anche all’uso che il cinema ne ha fatto. C’è pure un genere che è malinconico per eccellenza: la Bossa nova brasiliana.  Quindi, come parlare di musica e malinconia in poche righe? Abbiamo deciso di fare per voi una selezione di ascolti: sei brani malinconici di sei cantautori italiani di ieri e di oggi.

La malinconia nei cantautori di ieri

Sì, è vero: siamo a novembre e l’estate è ormai alle spalle da un pezzo. Forse, però, per qualcuno di noi ne sopravvive ancora qualcosa nel ricordo, proprio come accade a Franco Battiato in Summer on a solitary beach (1981). Comincia da qui, da una delle canzoni più belle e famose del maestro siciliano scomparso il 18 maggio scorso, il nostro viaggio alla scoperta di alcuni esempi di canzoni d’autore particolarmente malinconiche. «Passammo l’estate su una spiaggia solitaria»: subito, fin dalle prime parole della canzone, Battiato conduce l’ascoltatore in un tempo passato, lontano. Una vacanza al mare che assume dei connotati quasi mistici, filtrata e deformata dalla lente della memoria, in un confronto tra il ricordo del passato e un presente in cui tutto questo non c’è più; i contorni del racconto si fanno sfumati e «l’aria delle cose diventava irreale». E poi il ritornello, quel famoso «Mare, mare voglio annegare / portami lontano a naufragare / via, via da queste sponde / portami lontano sulle onde»: perdersi, lasciarsi trasportare via, fuggire dalla realtà e dal presente, cercare rifugio in un ricordo felice. Tutta l’atmosfera ricreata dalla canzone è permeata di una vaga tristezza indefinita anche grazie all’uso dei synth. Ed è proprio il sentimento di vaga tristezza che costituisce propriamente l’essenza della malinconia.

Dall’estate passiamo ora al suo opposto: l’inverno. Uno straziante assolo di tromba apre (e chiude) Inverno (1968) di Fabrizio De André: una canzone malinconica in cui il cantautore genovese narra la ciclicità del tempo, l’eterna lotta tra la vita e la morte. Nello svolgersi della canzone Faber instaura un parallelismo tra la natura e l’amore, alternando strofe dedicate prima a una e poi all’altro. Lo scenario è quello della campagna, probabilmente in pianura, dove la nebbia invernale cancella tutto, compresa la distinzione tra vita e morte, e così quel «campanile che non sembra vero», accostato ai cipressi nel cimitero, diventa l’unico modo per orientarsi, per distinguere il bianco del cielo dal bianco della neve che copre la terra. Si passa alla seconda strofa e l’io narrante esorta il «tu» amato a non andarsene: la fatica dell’inverno prima o poi finirà, tornerà «il vento caldo di un’altra estate» e con esso «rifioriranno le gioie passate». Nella strofa successiva De A…

Michele Castelnovo

Classe 1992. Nato e cresciuto tra Lecco e provincia. Toglietemi tutto ma non le mie montagne e il mio lago. Laureato in Filosofia. Giornalista pubblicista. Direttore di Frammenti Rivista. Mi prendo terribilmente poco sul serio.

Serena Votano

Serena Votano, classe 1996. Fingo di essere una scrittrice, un’editor e una giornalista, in realtà sono solo una lettrice compulsiva in overdose da JD Salinger, Raymond Carver e Richard Yates.

Agnese Zappalà

Classe 1993. Ho studiato musica classica, storia e scienze politiche. Oggi sono giornalista pubblicista a Monza. Vicedirettrice di Frammenti Rivista. Aspirante Nora Ephron.

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