fbpx
Placeholder Photo

Meta-morfo-si: convalida
dell’altra metà della forma,
elogio della follia

7 minuti di lettura

di Francesca Leali.

© Francesca Leali
© Francesca Leali

Sfrega la carta sul cartone, lo riduce e lo sfregia. Parla continuamente la televisione. Affonda il ferro nella maglia, corre e sprofonda, è un movimento che ammalia. C’è un brusio indistinto e fioco in sottofondo, che non si sa da dove viene, forse è solo nella scatola chiusa della testa. Un camice di donna cammina spastico contro una parete. Un camice di uomo imita un passo di marcia, ma con una gamba solo, l’altra se la trascina, morta, al fianco. I corpi che stanno dentro seguono solo superficialmente il movimento, tutti presi da scosse continue di tic asimmetrici. C’è un buio irrespirabile, e poi una luce di pila dritta in faccia, poi una luce verde, da ambulatorio di ospedale. È il mondo storto e folle del manicomio di Mombello.

Mombello. Voci da dentro il manicomio è uno spettacolo teatrale della compagnia Teatro 19, in collaborazione con U.O.P. degli Spedali Civili di Brescia. Infilato nella cornice della seconda edizione del Metamorfosi Festival – scena mentale in trasformazione, ospitata a Brescia – è una trama tessuta con la pelle di chi ci ha vissuto, fuori nel dentro di quel manicomio sospeso. È spazzando e raccogliendo i cocci di vite stracciate, è riascoltando gli echi, nelle pareti, delle mille voci urlate, è leggendo negli occhi dei pazienti stati, dei medici che si sono ammalati, che è stata ricostruita questa coperta di testimonianze.

Lo spettacolo è un flusso di coscienza di anni a caso a Mombello. Una prigione del corpo, una prigione della testa. Nella propria testa. Mombello è stato un manicomio alle porte di Milano per 130 anni, dal 1865 al 1995. Quasi 100.000 i pazienti che hanno strisciato e battuto le loro ciabatte morte sui suoi pavimenti sordi. Soldi Sigarette Serenase. Spazio di sofferenza stracciata, ma anche di assurdi, pazzi, bei gesti d’amore. Un tempo di ossessioni e di insane passioni. Un buco nero di paralisi mentali, rimontate nello spazio strettissimo di un corridoio di periferia. Mombello è stato smantellato quando, poi, i manicomi sono stati proibiti. Quando sono arrivati gli assistenti sociali, anche loro all’inizio, impacciati in uno spazio che volevano cambiare, e farlo andare dove non sapevano, a partire da un posto che non conoscevano.

© Francesca Leali
© Francesca Leali

Lo spettacolo è fortissimo, dilata le pupille e attacca le gambe al pavimento su cui siamo seduti. Gli attori impazziscono, e corrono e si spogliano e si sporcano. Le luci fremono e la televisione erompe. I medici cantilenano parole oscillanti. Chi sono i pazzi. Chi sono i malati. La deriva dura due ore, con una pausa in mezzo per ritrovare chi siamo. Per ritoccarci, per riesserci. Per riguardarci nelle nostre vere facce. È una perdita, totale, di punti di riferimento. È un dissestamento dell’asse, uno sbarellamento del baricentro. Fa impazzire questo spettacolo da pazzi.

L’opera è incastonata nel festival della scena mentale in trasformazione. Che mette sul palco i deliri di un’interiorità traballante. Che vuole ma non vuole ricucire i fili di un dentro atono, di un vuoto assente. È tutto monotono il festival, giocato su una varicella di scherzi mentali. Vuole raccontare di tentativi di rieducare. Di raddrizzare con l’arte e con il teatro. Vuole dire dell’apporto del fare su palco alla guarigione di una società malata. Riflette vulnerabilità, creatività e paura. «Rischio ed opportunità si mescolano con ossessioni, istinti e occasioni di bellezza». Gli spettacoli del festival si puntellano nei teatri della città di Brescia. È una mostra carnascialesca degli scherzi della mente.

Sfilano e si infilano per le strade della città queste folli nostre angosce di vita. ROARR è un altro piolo della scala del festival, che parte nella follia e finisce dove l’aria è pura. O viceversa. ROARR è una parata che si allunga per le vie come la coda della pantera che racconta, che è il soggetto del racconto che trasporta per la strada. In un percorso a tappe, appollaiate tese nei luoghi simbolo della città, si vogliono tracciare i nervi a fior di pelle delle nostre paure. Paura del diverso, paura dello straniero, paura dell’irrazionale. Stupide paure a misura di idiota, che illuminano facce stordite da selfie no-stop.

È una folla lunga di adulti, bambini, cartelloni e palloncini. E a un certo punto passa davanti a una riga serrata ma dolce di migranti che su cartelloni hanno scritto “ti amo”. E lo mostrano al pubblico, che ci rimane di sasso più che di fronte a una dichiarazione di odio. Poi passa davanti ai muri dei palazzi istituzionali, che nella pietra hanno scavato facce di idioti. Sculture vecchie ma attualissime, che raccontano l’atavica insensatezza degli uomini. È una pantomima di bizzarre irrazionalità, di quelle scritte nel profondo, nella normalità.

È un modo per dire che forse è tutto all’incontrario, e follia altro non è che bontà vista con gli occhi della stupidità.

[jigoshop_category slug=”cartaceo” per_page=”8″ columns=”4″ pagination=”yes”]

[jigoshop_category slug=”pdf” per_page=”8″ columns=”4″ pagination=”yes”]

 

Francesca Leali

Nata a Brescia nel 1993. Laureata in lettere moderne indirizzo arti all'Università di Bergamo, dopo un anno trascorso in Erasmus a Parigi. Appassionata di fotografia, cinema, teatro e arte contemporanea.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.