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Migranti e Libia, cosa sta combinando Mario Draghi?

10 minuti di lettura

Tripoli bel suol d’amore: da qualche mese le relazioni Italia-Libia si stanno intensificando. In aprile la visita di Mario Draghi al premier Debeibah, poi, in questi giorni, Debeibah a Roma e poi ancora Di Maio a Tripoli. Ma cosa vuole Draghi dalla Libia? E Debeibah dall’Italia?

Le difficili relazioni Italia-Libia

In breve. Gli italiani scesero per la prima volta in Libia (dopo i fasti di Roma, si intende) nel 1911/1912 sotto Giolitti, per levarsi quello sfizio tanto chic all’epoca in Occidente di avere ognuno il proprio “posto al sole”. Le altre potenze si erano già appropriate dei territori dell’Africa centrale e noi italiani, in puntuale ritardo come sempre, ci accontentammo di Tripolitania e Cirenaica, lo “scatolone di sabbia”, come lo definì Salvemini. Tra i contestatori dell’impresa all’epoca ci fu anche Benito Mussolini, che non disdegnerà però, nel 1934, di unire questi territori nel “Governatorato generale di Libia”, al cui comando fu messo Italo Balbo. A un certo punto però si scoprì che sotto lo “scatolone” c’era dell’altro e l’ENI di Mattei nel 1959 si fiondò nella appena indipendente Libia. Gli affari continuarono indisturbati fino al 1969, quando Gheddafi prese il potere e mise alla porta gli italiani.

Mussolini e la spada di Protettore dell'islam. Quando il fascismo era amico  dei musulmani | L'ITALIA COLONIALE
Mussolini in Libia con la “spada dell’Islam” (fatta costruire in Italia da lui stesso)

Gheddafi venne prima isolato e attaccato alla stregua di un terrorista e poi “normalizzato” da un punto di vista diplomatico. Non era un’impresa facile, vista la sua personalità a dir poco istrionica, ma uno che era istrione come lui, l’ex Premier Silvio Berlusconi, seppe stipulare gli accordi necessari a far tornare le aziende italiane in Libia da un lato e dall’altro a togliersi dai piedi il problema dei migranti. Poi l’imprevisto: le Primavere arabe, sinonimo di rivoluzione, guerra civile, caos, che in Libia portarono all’arresto e all’uccisione di Gheddafi. Oggi come oggi la situazione in Libia non è per nulla tranquilla: dopo i molti personaggi e le molte fazioni che hanno scatenato guerre civili, il Paese è spaccato tra il generale Haftar (sostenuto da Francia, Russia, Egitto) e Al Sarraj (che gode invece dell’appoggio di Turchia e ONU). Negli ultimi mesi però sembra che si sia giunti a uno sviluppo decisivo: la formazione di un governo di unità nazionale presieduto da Dbeibah, il quale ha ora l’arduo compito di traghettare la Libia alle elezione di Dicembre (nonché, compito ancor più arduo, rivalutare la Libia sullo scenario internazionale).

Quali sono gli obiettivi in Libia di Draghi?

Oggi l’Italia vuole rafforzare la sua influenza e quella occidentale in Libia, facendo fronte ai turchi in Tripolitania e ai russi in Cirenaica (Draghi ha parlato di “allontanamento dei mercenari e dei soldati di altri Paesi”) e, contemporaneamente, vuole mettere un freno agli sbarchi. Per fare ciò l’UE sta approntando con l’Italia una serie di accordi molto simili a quelli del 2008 di Berlusconi, in cui sostanzialmente si stimolano gli scambi Italia-Libia (con costruzioni di autostrade, ospedali e tanti, tanti soldi). In cambio, tacitamente, la Libia dovrebbe intercettare i migranti in mare trattenendoli in Africa. E quali sono i metodi usati dalla Libia per trattenere la gente in Africa? Quelli tristemente noti. Carceri disumane, violenze e utilizzo di milizie per riportare i migranti con la forza in un porto non sicuro quale la Libia. E tutto questo è spesso perpetrato dalla stessa guardia costiera libica, in cui si infiltrano vere e proprie bande e che l’ONU ha già segnalato per comportamenti disumani. Riferisce a tale proposito SOS Mediterranee:

“Un giovane della Guinea ha spiegato di essere stato trattenuto in un centro di detenzione in Libia per 9 mesi. Racconta di essere stato picchiato con bastoni di metallo riscaldati. Una delle sue gambe si è fratturata due anni fa. Non ha mai ricevuto cure mediche e la sua gamba è ora deformata. L’altra gamba mostra cicatrici dovute alle violenze subite in Libia”

I finanziamenti alla guardia costiera libica

Queste cose l’Italia non solo le approva (Draghi ha espresso “soddisfazione riguardo a ciò che la Libia fa per i salvataggi”), ma le finanzia pure. Infatti, benché Draghi assicuri la volontà di garantire i diritti umani, l’intenzione sembra quella di continuare su questa linea. E non sono solo illazioni. Dal 2017 ad oggi, secondo msf, si sono spesi ben 785 milioni per bloccare i flussi in Libia, e i fondi non sembrano diminuire. Come se non bastasse, l’Italia ha anche dato uomini e mezzi alla guardia costiera libica, per facilitarla nel suo operato. D’altronde non si può dire che non funzioni: se nel 2019 infatti i migranti ricondotti in Libia erano 8403, nel 2020 sono stati ben 10352. I barconi dei migranti vengono affondati o accerchiati e i migranti portati in Libia, e lì, per loro, inizia l’inferno (schiavitù, violenze, privazioni, furti e via discorrendo). L’ONU scrive

“Migrants (…) have also recounted dangerous, life -threatening interceptions by armed men believed to be from the Libyan coastguard. After interception, migrants are often beaten, robbed and taken to detention centres or private houses and farms, where they are subjected to forced labour, rape and other sexual violence”.

La politica italiana in Libia sembra quindi essere quella di finanziare milizie violente per fare il lavoro sporco, inondando di soldi il governo, salvo poi condannare sdegnati, come se non fosse affar nostro, le disumanità denunciate dai giornali. Una cosa che dire ipocrita è dire poco, perché è pure perfida (visti certi svolazzi retorici sui diritti umani che si sentono nei salotti televisivi). “Supermario” e il governo dei migliori non riescono a fare di meglio?

Lontano dagli occhi lontano dal cuore

Quel che è certo è che un’Italia e un’Europa che, mentre si riempiono la bocca di promesse e paroloni, non riescono a gestire adeguatamente la crisi migratoria senza scendere a patti con carnefici per evitare l’ascesa del populismo e delle tensioni sociali, perdono non solo la loro umanità, ma anche la loro stessa dignità e autorità di fronte ai cittadini e di fronte agli stati di cui pretendono di condannare i crimini. Questa politica quindi non solo non risolve nulla e non rispetta alcuna etica, ma non conviene neppure, dato che ci mette alla mercé dei capricci di instabili o violenti governi (dovremmo forse portare alla memoria le relazioni UE-Turchia e il ricatto dei migranti).

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D’altronde però, è la religione politica dell’Occidente di oggi: allontanare dalla vista, le “utili stragi”, i quartieri periferici dove si consumano gli abomini necessari a garantire la tranquillità del centro, salvando la faccia con battaglie facili, commerciali, pietiste e un po’ di beneficienza quando serve. In poche parole, far pagare agli altri, agli “invisibili” il prezzo delle nostre vite scintillanti. E mentre le pagine dei giornali sono piene di futili dibattiti, non ci rendiamo conto che la crisi migratoria altro non è che un sintomo dei tanti problemi del nostro tempo (cambiamento climatico, disuguaglianze, globalizzazione, diritti per dirne qualcuno). Sintomo che peraltro basta, da solo, per mandarci in tilt.

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In apertura, Draghi e Debeibah, Il quotidiano del sud

Andrea Potossi

Classe 2004 ma non fatevi ingannare: il mio più grande difetto (e pregio) è quello di essere vecchio dentro. Leggo, studio, suono, scrivo, faccio cose, vedo gente. Vivo a Treviso.

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