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«Pensare come una montagna»: l’etica ecologica di Aldo Leopold

10 minuti di lettura

Siamo responsabili solo di ciò che ci appartiene e che abbiamo generato, ovvero di ciò che, se trascurato, può arrecarci danno? Un’etica simile, si dice in filosofia, è “antropocentrica”: fa dell’uomo la misura di tutte le cose, il metro di giudizio capace di sancire ciò che bene e ciò che male. Da questa prospettiva, le questioni concernenti il cambiamento climatico e la crisi ecologica non avrebbero pressoché nulla a che fare con la Terra in sé, con la necessità di preservarla dalla distruzione, dal disfacimento, dalla rovina, ma rifletterebbero, come in uno specchio, il volto di chi le pone: per l’appunto, l’uomo.

Eppure, insegna il pensiero orientale, la responsabilità non è richiesta solo (utilitaristicamente) da ciò che abbiamo prodotto e che dunque può, come in un contraccolpo, sortire effetti negativi su di noi, ma anche e soprattutto da ciò che non è in grado di prendersi cura di sé, di mantenersi, di difendersi dalle avversità. Un neonato, diceva Emmanuel Levinas, chiama a “fare mondo”, invoca – nella sua stessa presenza e debolezza e senza un perché razionalmente esplicitabile – alla cura, alla responsabilità. E perché non una montagna?

Il libro di Aldo Leopold (1887-1948), ecologo e scrittore americano, invita a considerare la montagna non alla stregua di un oggetto tra gli altri – un ammasso di roccia sedimentatosi nel tempo –, ma come il punto di vista privilegiato attraverso il quale concepire la complessità del reale. Il suo capolavoro, LAlmanacco di una contea di sabbia (che è una contea del Wisconsin, nella quale Leopold lavorava come guardia boschi), venne pubblicato postumo nel 1949 e rappresenta, insieme al Walden di Henry David Thoreau, uno dei grandi manifesti del pensiero americano della wilderness, o natura selvaggia.

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Che cos’è la wilderness? È l’idea secondo la quale, attraverso il ritorno ai luoghi selvaggi non contaminati dall’uomo, sia possibile ritrovare un contatto più autentico, vero, ed etico con la natura. Sia possibile vivere meglio e far vivere (la terra, le piante, gli animali) meglio. Natura e cultura si toccano, la vita – umana – buona è anzitutto una vita che ritrova se stessa “nella natura”. La wilderness, allora, non è solo un luogo, ma prima di tutto una condizione mentale, che prescinde dal mero intento di preservazione ecologica e di salvaguardia ambientale, per assumere il rilievo, scrive Giacomo Scarpelli<…

Giovanni Fava

25 anni; filosofia, Antropocene, geologia. Perlopiù passeggio in montagna.

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