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Nelson Goodman
e la rappresentazione nell’arte

7 minuti di lettura

Nelson Goodman (Somerville, 7 agosto 1906 – Needham, 25 novembre 1998) è stato una delle menti più eminenti del Novecento e uno dei più influenti filosofi analitici degli Stati Uniti. Laureatosi presso l’Università di Harvard, dove svolse poi la professione di insegnante, ha contribuito in modo significativo agli studi di logica, estetica e ontologia. Il suo metodo di analisi si configura essenzialmente come empirico e per questo rifiuta l’esistenza di qualsiasi classe o universale.

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Nel 1968 il filoso pubblica l’opera I linguaggi dell’arteuna raccolta di saggi indipendenti ma uniti dal medesimo scopo: l’analisi di discussi temi della filosofia dell’arte come il rapporto fra rappresentazione e realtà, il potere espressivo tra immagini e simboli, i requisiti che permettano di definire un’esperienza estetica.

Il primo saggio titola Rifare la realtà e prende avvio da una citazione di Virginia Woolf: «L’arte non è una copia del mondo reale. Di queste dannate cose basta che ci sia un solo esemplare». È un punto di partenza significativo per la comprensione di ciò che segue: se l’arte non è una copia del mondo reale, allora cos’è? E che cos’è, quindi, una rappresentazione? Certo, dice Goodman, si potrebbe ipotizzare che per definire la rappresentazione basti la somiglianza. Ma d’altro canto l’autore osserva come se anche A sia simile a B, non vuol dire che lo rappresenti − così come un gemello non rappresenta l’altro e un quadro non assomiglia necessariamente al soggetto della realtà, per rappresentarlo.

«La verità è che un quadro, per rappresentare un oggetto, deve essere un simbolo di esso, stare per esso, riferirsi ad esso; e che nessun grado di somiglianza è sufficiente per instaurare la relazione di riferimento richiesta. Né la somiglianza è necessaria per il riferimento; pressoché ogni cosa può stare per pressoché ogni altra. Un quadro che rappresenta […] un oggetto si riferisce ad esso e più precisamente lo denota».

Ed è proprio questo, per Goodman, il cuore della rappresentazione: la denotazione, che va al di là della somiglianza ed è una forma di rifermento che agisce dal simbolo − un quadro, ad esempio − all’oggetto. La rappresentazione, tuttalpiù, è da considerare per il filosofo come un tipo di denotazione. E in questo senso potrebbe inserirsi la somiglianza che ingannevolmente potrebbe configurarsi come il tratto distintivo tra la rappresentazione e gli altri tipi di denotazione. Quest’ultima ipotesi, però, è rigettata in toto da Goodman perché porterebbe ad un precetto impossibile:

«Per fare un quadro fedele, avvicinati il più possibile a copiare l’oggetto proprio così com’è. Questo candido precetto mi sconcerta; perché l’oggetto che ho di fronte è un uomo, un fascio di atomi, un complesso di cellule, uno strimpellatore di violino, un amico, un idiota, e molte altre cose ancora. Se nessuna di esse costituisce l’oggetto così com’è, quale altra cosa lo potrebbe? Se sono tutti modi di essere dell’oggetto, allora nessuno è il suo modo di essere. Non posso copiarli tutti insieme».

Per lo studioso, quindi, non esiste un solo modo di concepire la realtà perché la percezione è legata necessariamente al soggetto che guarda e, di conseguenza, alla conoscenza. Non esiste alcun occhio innocente che non sia deviato e ossessionato dal proprio passato. E dunque, cosa fa l’artista? L’artista rappresenta una sua percezione, la sfumatura che sa cogliere. E l’arte, allora, si sviluppa in due fasi: il conoscere e il fare.

«La ricezione e l’interpretazione non sono attività separabili; esse sono del tutto interdipendenti. Riecheggia qui la massima di Kant: l’occhio innocente è cieco e la mente vergine vuota».

Si ritorna così all’idea, rigettata all’inizio del saggio, di rappresentazione come copia: come può l’arte essere una copia, se niente può essere davvero copiato?

A proposito dei tentativi di copiare la realtà, Goodman prende in analisi la prospettiva che per lui non si fonda su nessun metodo rigoroso ma deve il suo realismo all’abitudine:

«I quadri in prospettiva, come tutti gli altri, devono essere letti; e la capacità di leggere deve essere acquisita. L’occhio avvezzo solamente alla pittura orientale non comprende un quadro in prospettiva».

Queste tecnica rappresentativa, quindi, non rispetta in modo rigoroso le leggi dell’ottica e ha bisogno di un tale apparato di premesse e condizioni particolari (deve essere vista frontalmente, da una determinata distanza…) da non potersi definire come oggettiva e tanto meno da essere stagliata a canone assoluto di fedeltà.

Le rappresentazioni, inoltre, per Goodman funzionano come le descrizioni: così come gli oggetti sono rappresentati per mezzo di varie etichette verbali, così anche gli oggetti sono classificati sotto varie etichette pittoriche. Rappresentare, quindi, equivale a classificare e a caratterizzare gli oggetti − non a imitarli. La rappresentazione e la descrizione sono efficaci solo se il soggetto sa cogliere con invenzione aspetti e legami nuovi ed innovativi.

«Che la natura imiti l’arte è una massima troppo prudente. La natura è un prodotto dell’arte e del discorso».

La natura, in definitiva, non esiste prima dell’arte e del discorso. E la rappresentazione non necessita di realismo, un aspetto che riguarda solo l’abitudine:

«Se la rappresentazione è un fatto di scelta e la correttezza un fatto d’informazione, il realismo è un fatto di abitudine». 

Un’idea interessante, quella di Goodman, che fa riflettere sullo stretto rapporto che sussiste fra la nostra visione del mondo (personale, mai uguale ad altre) e le consuetudini legate all’ambito culturale.

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Fonte: N. Goodman, I linguaggi dell’arte, Il Saggiatore

Camilla Volpe

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