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Su «Ontologia Orientata agli Oggetti» di Graham Harman

15 minuti di lettura

In un famoso articolo del 1948, alla domanda «che cosa esiste?», il filosofo statunitense Willard Van Orman Quine  rispondeva, con logica linearità, «tutto», specificando però che dire “tutto” significa dire niente, in quanto, per definizione, non ha senso parlare di «entità inesistenti», ossia di qualcosa che, strutturalmente, “non esiste”[1]. Il punto della filosofia, o meglio, dell’ontologia, è dare consistenza alla domanda “che cosa esiste”, specificando cosa quel “tutto”, realmente, contenga. Ontologia Orientata agli Oggetti. Una nuova teoria del tutto di Graham Harman[2] tenta di risolvere tali questioni, o, almeno, indica una possibile via per farlo.

Ontologia Orientata agli Oggetti

L’importante saggio, che già ha fatto scuola nei paesi (non solo) anglofoni contaminando i più svariati ambiti disciplinari, è stato di recente tradotto anche in italiano per i tipi di Carbonio Editore, il quale al notevole lavoro editoriale ha aggiunto una rilevante e acuta prefazione al testo di Harman curata da Francesco D’Isa.

Harman è professore emerito di filosofia al Southern California Institute of Architecture di Los Angeles; tra i fondatori della scuola di pensiero della cosiddetta ”Ontologia Orientata agli Oggetti” (OOO), è lui che, verso la fine degli anni Novanta, ha dato le mosse a questo filone speculativo nonostante in Italia siano più conosciuti i lavori di autori che solo in un secondo momento hanno fatto propria, da diverse posizioni, la prospettiva della OOO; primo fra tutti, Timothy Morton, i cui testi sull’ecologia, ormai noti anche ad un pubblico più ampio rispetto a quello accademico, hanno dato un grande contributo nella riflessione teorica in materia. È da Harman, tuttavia, che bisogna partire per comprendere le implicazioni autenticamente filosofiche di quella che, ormai, è una tendenza molto affermata nell’ambito della filosofia contemporanea.

Harman

Cos’è ciò che c’è?

Una teoria del tutto, dunque; ma, ancora: che cos’è “tutto”, o, detto altrimenti, “che cosa c’è”? Secondo Harman, questo il fulcro dell’intera sua proposta, ciò che c’è sono oggetti. Non eventi, non idee, ma oggetti – o meglio, anche gli eventi e le idee, anche ciò che è “immateriale” è un oggetto. Vi è tutta una linea filosofica che nella proposta di Harman emerge potentemente, la linea aristotelica-leibniziana, e, vedremo, heideggeriana, che, secondo Harman, sostiene con forza la realtà ultima delle “cose” (le si voglia chiamare sostanze o monadi).

Ecco il punto: come nota D’Isa nella sua Prefazione al testo, e come ripete più volte Harman, l’impostazione di fondo della proposta del filosofo statunitense afferisce a quella forma di realismo che negli ultimi decenni ha avuto il merito di riaffermare una certa autonomia del pensiero filosofico sull’ermeneutica e sulla teoria del linguaggio, alle quali la stagione del postmodernismo sembrava aver condannato, nella forma di una destinale morte speculativa, il pensiero occidentale.

Non così per Harman (né per Meillassaux, né per Brassier), il quale a fronte del fatidico “tutto è interpretazione”, o “tutto è gioco linguistico”, rivendica invece – sulla scorta di un «sano senso del realismo», come diceva Bertrand Russell – la preminenza ontologica degli oggetti sul linguaggio che li nomina: essi, gli oggetti, in altri termini, non si esauriscono nel linguaggio che li dice, ma lo eccedono, vi è sempre un “di più” che si ritrae e sfugge alla pretesa del “letteralismo” che «una descrizione perfetta dell’oggetto sia “isomorfa” alla cosa in questione»[3]

Ontologia piatta

Tale plesso teorico si coagula nell’idea di ciò che Harman denomina “ontologia piatta”, ovvero l’assunto «per cui la filosofia debba partire allargando il più possibile il suo raggio d’azione con l’aspirazione di parlare di tutto»[4]. Anche Bruno Latour, filosofo per certi versi vicino ad Harman, per altri molto distante da quest’ultimo[5], ha parlato di ontologia piatta[6], ma appoggiandosi ad un impianto categoriale di stampo processuale di chiara matrice whiteheadiana: la realtà non è composta di oggetti, ma di eventi; le cose sono il frutto di “incontri”, come il nodo in una rete che quando si forma modifica la struttura del sistema stesso, accorciando o dilungando le componenti in gioco.

Di qui, le critiche mosse da Harman all’approccio latouriano, che rischia di ricadere in una forma estrema, quasi eraclitea, di ontologia del divenire (che è il rischio anche di un certo deleuzianismo), tale per cui, se tutto si forma nell’incontro reciproco, così come nulla può permanere, nulla può realmente cambiare. Ecco: c’è bisogno di un nocciolo di realtà capace di permanere nella propria identità, di un nucleo ontologico che divenga, certo, ma non costantemente; c’è bisogno, in altri termini, di pensare il mutamento come «simbiosi» di oggetti che si aggregano e trasformano in maniera, scrive Harman, «non simmetrica»: la relazione tra due oggetti dà vita ad un nuovo oggetto, ma gli oggetti che entrano in relazione, e cioè mutano, preesistono alla relazione stessa. 

Il nucleo non relazionale dell’oggetto

Questo è un punto fondamentale, poiché sancisce, così ci sembra, l’assunto di fondo dell’OOO, ossia il «nucleo non relazionale di ciascun oggetto»[7]. Ogni cosa, cioè, è anzitutto sé stessa, e non il frutto dialettico di un contatto con l’alterità, di una “correlazione” direbbe Meillassaux[8], di qualsiasi tipo essa sia (coscienziale, intenzionale, ecc.). In Harman piatto significa allora il rifiuto del «pregiudizio tassonomico in base al quale si presuppone preventivamente che il mondo debba essere suddiviso in un numero ristretto di tipologie radicalmente differenti di entità»: prima delle scale che classificano il mondo, vi è la radice oggettuale di ogni esistente, che perciò pone su uno stesso piano ontologico la totalità del reale.

Il problema, così dicendo, è spostato ma non risolto, giacché si tratta di identificare la struttura dell’oggetto, ossia, indirettamente, la struttura delle componenti del reale. Scrive Harman: «un oggetto è qualunque cosa non possa essere ridotta [… né] ciò di cui una cosa è fatta […né] a ciò che fa»[9]. L’obiettivo polemico coincide con la tendenza al riduzionismo che pretende di minare “dal basso” – riconducendone la sostanza alle “parti” che lo compongono – o “dall’alto” – identificandone il significato con la somma totale delle sue relazioni o dei suoi effetti – ciascun oggetto. Un tavolo non è solo gli atomi che lo compongono, ma qualcosa in più rispetto ad essi, così come, per riprendere un esempio di Harman, la Compagnia delle Indie Orientali non è spacchettabile nelle sue sole componenti fisiche né spazio-temporali. 

Harman

Il “ritrarsi” dell’oggetto

Ogni oggetto, in altri termini, è irriducibile, e porta con sé una parte reale – un “in sé”, direbbe Kant – che si sottrae, o meglio, per usare il vocabolario harmanniano, si “ritrae” da qualsiasi tipo di comprensione che non sia metaforica, ossia estetica.

Da un lato, ritroviamo qui la tesi concernente il nucleo non relazionale della struttura della realtà (vi è un “in sé” del mare, del tavolo, della Compagnia delle Indie Orientale, e non un “mare-per-noi”, un “tavolo-per-noi”, una “VOC-per-noi”, come vorrebbe ad esempio, semplificando molto, certa fenomenologia) profondamente influenzata dalle filosofie di Heidegger e Ortega y Gasset; dall’altro, emerge con forza il privilegio gnoseologico che l’OOO accorda ad una disciplina come l’estetica: se nella conoscenza non abbiamo mai a che fare con ciò che Harman chiama Oggetto Reale (OR; ossia l’oggetto in-sé), né, di conseguenza, con le Qualità Reali di tale oggetto (QR), ma sempre con qualcosa che è per-noi, dovremo limitarci a parlare degli oggetti attraverso metafore, utilizzando cioè uno strumento (estetico) di accesso indiretto a quell’OR che, strutturalmente, si ritrae, riposa, direbbe Heidegger, nella velatezza.

Natura (?)

L’idea, che andrebbe sviluppata, dell’inseità non relazione dell’oggetto, di un “assoluto” inaccessibile che determina la realtà di ogni cosa, sembra riconnettersi a una certa forma di filosofia naturale che ha trovato in Italia un interprete importante in Rocco Ronchi (si pensi, ad esempio al suo Canone minore col quale sarebbe interessante far interagire Harman). Vi è qui l’apertura ad una continuazione, e forse anche ad un ulteriore approfondimento teoretico, della proposta di Graham, capace di svincolarsi sia dalla prospettiva fenomenologica sia da quella dialettico-hegeliana, ed insieme donare consistenza ontologica alla realtà del mondo esterno.

Ciò che bisognerebbe pensare, tuttavia, è proprio questa radice, questa realtà che fa sì che gli oggetti, prima di entrare in simbiosi con altri oggetti, siano anzitutto se stessi. Forse è questa la leva che permette di proporre un’alternativa filosoficamente fondata a qualsiasi tipo di ontologia ed etica antropocentriche. Non si potrebbe, infatti, chiamare proprio “Natura” questo fondo oscuro inoggettivabile che tuttavia rende “cose” le cose?

Ma il testo di Graham, che è e vuole essere un’introduzione all’OOO può solo indicare sotto traccia questi problemi, e non darvi una risposta esplicita. Se è vero, difatti, come diceva Gilles Deleuze che «i punti deboli di un libro corrispondono spesso a intenzioni vuote che non si sono sapute realizzare»[10], questi stessi punti deboli sono anche quelli che conservano l’autentica forza di una proposta teorica, com’è la OOO, che avanza pretese di validità sul reale. Qui l’importanza del saggio di Graham Harman: aver aperto una strada il cui solco è ancora tutto da seguire e continuare; deviando, forse, correggendo il tiro come capita a ciò che è veramente nuovo, ma rimanendo fedeli a quella spinta speculativa che, ci sembra, anima le pagine di Ontologia Orientata agli Oggetti


[1] W. V. O. Quine, On What There Is, in «Review of Metaphysics», n. 5 (1948), pp. 21-38. 

[2] G. Harman, Ontologia Orientata agli Oggetti. Una nuova teoria del tutto, trad. it. O. Ellero, Carbonio Editore, Milano, 2021. 

[3] Ivi, p. 86. 

[4] Ivi, p. 124. 

[5] Sul confronto Latour-Harman si vedano in particolare le pagine chiarificatrici dell’Autore stesso, Ivi, pp. 97 e sgg. Cfr. anche G. Harman, Bruno Latour: Reassembling the political, Pluto Press, New York, 2014. 

[6] Per una sintesi su questo punto si veda il bel libro di M. Croce, Bruno Latour, Roma, Deriveapprodi, 2021. 

[7] G. Harman, Ontologia Orientata agli Oggetti, cit., p. 214. 

[8] Q. Meillassoux, Dopo la finitudine. Saggio sulla necessità della contingenza, trad. it. M. Sandri, Mimesis, Milano-Udine, 2012.

[9] G. Harman, Ontologia Orientata agli Oggetti, cit., p. 43. 

[10] G. Deleuze, Differenza e ripetizione, trad. it. G. Guglielmi, Raffaello-Cortina, Milano, 1997. 

Giovanni Fava

25 anni; filosofia, Antropocene, geologia. Perlopiù passeggio in montagna.

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