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fonte: wikipedia.it

Il peccato di sottovalutare Oriana Fallaci, le sue opere, il suo pensiero

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Sembra non esserci abbastanza spazio per Oriana Fallaci in questo Paese. Il suo nome, conosciuto ai più per le citazioni occasionali di intellettuali e qualche politico, non ricorre come quello di altre importanti figure del ‘900 in scuole o strade a lei dedicate: fatta eccezione per qualche raro caso circoscritto alla sua città natia, non c’è materializzazione della sua memoria. Il suo valore letterario viene spesso sminuito: l’assenza da ogni programma scolastico la rende ingiustamente avulsa da quel mondo di pensatori e scrittori che hanno fatto la storia letteraria del secolo scorso.

Fiorentina, di ossatura piccola e occhi chiari, Oriana Fallaci partecipò giovanissima alla resistenza. Da subito comprese che non c’è verità senza coraggio e fece di quest’ultimo il compagno fedele di tutta una vita. Voleva scrivere, Oriana. Quando suo zio seppe della cosa, le consigliò di evitare gli ambienti accademici dove la letteratura si cristallizza in opere sterili. Lei seguì il consiglio, rendendosi una scrittrice schiva, libera dalle correnti semi imposte della seconda metà del XX secolo.

Quando iniziò la sua carriera, nelle redazioni dei grandi giornali italiani mancavano i nomi femminili: decidere di fare quel mestiere era, per una donna, un’utopia che lei mascherò da sogno, per poi trasformare il sogno in progetto. Il giornalismo fu un effetto collaterale della scrittura, un risvolto che l’ha fatta conoscere al pubblico come giornalista, lei che, invece, avrebbe voluto che sulla sua tomba ci fosse solo una parola: scrittore.

Oriana Fallaci

Oriana Fallaci: le opere

Scrittore, prima di ogni cosa. E infatti scrisse, giovanissima, un romanzo intitolato Penelope alla guerra, che è la sua prima dichiarazione d’amore e odio agli Stati Uniti, il Paese che l’avrebbe adottata e che lei avrebbe difeso, attaccato, scombussolato, ammirato. É in questo primo romanzo che già emerge il tema della verità, qui disegnata in un microcosmo amoroso dove si occulta sotto forma di affettività velate e nature nascoste. Ma la finzione letteraria forse non le dovette sembrar sufficiente a spiegare, pienamente, che cos’è la vita: il giorno prima di partire per il Vietnam, la sorellina le chiese cosa significasse questa parola, ma lei non riuscì a rispondere.

Fu l’inizio di un viaggio nella guerra e nella mente che diede vita a Niente e così sia, reportage che mostrò ai suoi lettori come in guerra, e altrove, la verità è un concetto fumoso se applicato alla natura umana che, di fatto, dopo millenni di esistenza, un senso alla guerra non può ancora razionalmente darlo. Come l’uomo non può concepire Dio, non può concepire nemmeno la guerra, ma come prega, così combatte. E, in una storia giornalistica fatta di masse, Oriana Fallaci fu la prima a scavare nella singolarità dell’uomo. Poi ci furono Intervista con la storia, Lettera a un bambino mai natoUn Uomo, Inshallah, solo per citare i suoi testi più celebri.

Le polemiche

A partire dai suoi ultimi anni di vita e dopo la sua morte, fino ad oggi, la sua immagine viene spesso accostata a quella della giornalista rancorosa che nei suoi ultimi libri sposa teorie razziste e islamofobe, che litiga con Dario Fo e Franca Rame sulle pagine di un giornale, che si pone altrove mentre la vita scorre, ormai distante dal suo trono di cristallo.

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«La verità è come un bisturi. Fa male perché apre le ferite coperte dalle menzogne, ma permette di guarire». Si tratta di una frase spesso erroneamente attribuita alla Fallaci, essendo invece di Don Miguel Ruiz. L’errore, però, è comprensibile, trattandosi questo non solo un pensiero in cui lei si rispecchiava ardentemente, ma un mantra recitato ad alta voce. Come tutti i mantra, però, il suo reiterarsi genera in sé degli auto-convincimenti che non conoscono obiezione. É il rischio di essere portatori di una vocazione alla verità, o forse solo la sua controindicazione.

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La Fallaci, che le verità le teneva in tasca come biglie di vetro da pescare all’occorrenza, sapeva bene e meglio di noi che non esiste oggettività e assolutismo: si tratta di una legge umana imprescindibile. Sapeva di essere in diritto di enunciare, di scrivere, di pubblicare la sua verità perché della verità lei era una sacerdotessa, ad essa aveva dedicato la sua intera vita, così come era consapevole di essere solo una voce, certamente altisonante, tra tante che, messe insieme, avrebbero permesso ai lettori di farsi una propria idea. Lo sapeva da quando, immersa in un Vietnam infuocato, aveva dato voce a soldati americani quanto ai Vietcong, illuminando il vuoto di una guerra che era il prototipo di tutte le guerre.

Il suo fluire verso una voce nuova, più marcata e violenta in quelli che sono i suoi ultimi libri fu un estremismo del suo voto al pensiero libero, alla libertà di espressione, alla bellezza dell’errore. Era la paura di perdere tutto questo che la portò a fare appiglio alla rabbia e fu il fare appiglio alla rabbia ad amplificare oltre il limite della presunta liceità un dogma incontrovertibile: ognuno è libero di esprimere la propria opinione.

Oriana Fallaci è stata la giornalista più importante del XX secolo: a renderlo incontestabile sono i suoi reportage e le sue interviste. É stata una delle scrittrici più abili della seconda metà del novecento: Lettera a un bambino mai nato è un classico, Un Uomo è la lettera d’amore più bella mai scritta, Inshallah è un’opera letteraria dal valore immenso.

Il valore letterario ed umano

I suoi meriti non si calcolano sottraendo ad essi i demeriti, ma considerando gli uni e gli altri come sfumature proprie della natura umana. Si tratta di una concezione apparentemente logica, ma che perde questo carattere nella foga radical chic di chi, non avendo mai letto i suoi libri, si appiglia alle sue ultime citazioni per plasmare da esse una donna di un bigottismo radicale. É questo lo stesso meccanismo di disinformazione che sta alla base delle dittature: il forzare realtà dal parziale.

Per questo Oriana Fallaci va letta come un classico, per opporre alla vacuità della critica senza approfondimento il rigore della sua ricerca fatta attraverso un reportage, un’intervista o un romanzo, per comprendere il valore del pensiero libero che, prima di lei, in pochi, soprattutto tra le donne, avevano il diritto effettivo di poter esternare, per capire che il confine tra vero e falso spesso non si coglie attraverso il crudo appiglio a una metafisica complessa e basata sull’umanità intesa come genus ma attraverso l’osservazione profonda della singolarità. Questa è Oriana Fallaci. Una rivoluzione italiana.

 


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Gianluca Grimaldi

Napoletano di nascita, milanese d'adozione, mi occupo prevalentemente di cinema e letteratura.
Laureato in giurisprudenza, amo viaggiare e annotare, ovunque sia, i dettagli che mi restano impressi.

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