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Arrivare sempre in cima. Paolo Cognetti per una nuova «letteratura ad alta quota»

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La letteratura ha sempre saputo ritrarre le montagne come luogo delle ambizioni, delle mete e dei sogni irraggiungibili da parte dell’essere umano. La sua vastità è segno, inoltre, del fallimento da parte dell’uomo nel cercare di imporsi sul creato e, dunque, di dominarlo. Basti pensare, ad esempio, alle montagne svizzere rappresentate in Frankenstein, celebre capolavoro della letteratura inglese di Mary Shelley, dove le montagne nei pressi del Monte Bianco spaventano il protagonista con la loro maestosità, dimostrandogli quanto sia impossibile conquistare la natura e porsi al di sopra di essa. Se pensiamo, invece, al XX secolo, un esempio è Un anno sull’Altipiano, libro di Emilio Lussu a cavallo fra il memoir e il romanzo pubblicato nel 1938 dove la montagna simboleggia l’assurdità e l’ottusità dei militari nel combattere la Prima Guerra Mondiale, un conflitto considerato di per sé insensato. Ultimamente, la montagna sta tornando protagonista nella nostra letteratura, specie perché è diventato sempre più importante ragionare da un lato sul nostro rapporto con l’ambiente e dall’altro sui danni dell’urbanizzazione e della tecnologia nei confronti del mondo circostante e del nostro rapporto con gli altri. La montagna, dunque, ha assunto la dimensione di microcosmo di una società in continua ricerca verso il soddisfacimento dei suoi bisogni, ma che al contempo ha bisogno di reimparare la lentezza originaria della natura per comprendere che, forse, la felicità è in ogni attimo quotidiano, e non nel cercare di conquistare qualcosa di inarrivabile.

Chi è tornato alla montagna per farne un punto di riferimento per la propria letteratura è Paolo Cognetti, scrittore milanese classe 1978, vincitore del Premio Strega nel 2017 con Le otto montagne (Einaudi, 2016), la cui svolta «ad alta quota» è giunta dopo un lungo percorso narrativo iniziato nell’ambiente cittadino. Le prime opere di Cognetti, dai racconti di Una cosa piccola che sta per esplodere al romanzo in racconti Sofia si veste sempre di meno (minimum fax, 2007 e 2012), fino alle guide New York è una finestra senza tende (Laterza, 2010) e Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest (Edt, 2014), avevano al centro Milano e New York, città care all’autore in cui ambientava storie di disagio giovanile, di precariato, ma allo stesso tempo di amore e amicizia.

Paolo Cognetti, però, pone le basi per una nuova letteratura di montagna a partire da Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna (Terre di Mezzo, 2013), un diario dell’autore milanese che racconta del suo ritorno nelle montagne valdostane (precisamente nell’alpeggio di Estoul, a Brusson, in Val d’Ayas, anche se nel libro non viene citato) al suo trentesimo anno di età, un periodo di crisi e di vuoto per lo scrittore in cerca di sé stesso e di un modo per reimparare a vivere con il mondo circostante:

Il giovane uomo urbano che ero diventato mi sembrava l’esatto contrario di quel ragazzo selvatico, così nacque in me il desiderio di andare a cercarlo. Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me quanto di ritrovarne una antica e profonda, che sentivo di avere perduto.

In questo passaggio, che sembra uscito da un libro di Jack London al punto da ricordarne il concetto di Wild, ovvero il richiamo a un sé primordiale e antico (in questo caso privo della brutalità della natura selvaggia di London), Paolo Cognetti inizia a riambientarsi nell’ambiente montanaro che è stato parte della sua infanzia. Cerca di confrontarsi con la solitudine, ma allo stesso tempo impara a familiarizzare con le persone del luogo, in particolare i montanari Gabriele e Remigio (il primo è Gabriele “Rambo” Vuillermin, mentre il s…

Alberto Paolo Palumbo

Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee all'Università degli Studi di Milano con tesi in letteratura tedesca.
Sente suo quello che lo scrittore Premio Campiello Carmine Abate definisce "vivere per addizione". Nato nella provincia di Milano, figlio di genitori meridionali e amante delle lingue e delle letterature straniere: tutto questo lo rende una persona che vive più mondi e più culture, e che vuole conoscere e indagare sempre più. In poche parole: una persona ricca di sguardi e prospettive.
Crede fortemente nel fatto che la letteratura debba non solo costruire ponti per raggiungere e unire le persone, permettendo di acquisire nuovi sguardi sulla realtà, ma anche aiutare ad avere consapevolezza della propria persona e della realtà che la circonda.

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