Passato nel presente

di Francesca Leali.

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Ci sono giorni per celebrare una bellezza. C’è un luogo e un tempo per valorizzare. Anche se in verità tutto il tempo è da omaggiare, per omaggiare. Le giornate aperte del FAI, le giornate di primavera 2016, sabato 19 e domenica 20 marzo, sono state un tempo lungo di festa, per la cultura, che è lo schiudersi delle menti, nella cornice della primavera, che è lo sbocciare della vita.

A Villa Mazzotti, Chiari (BS), risuonavano scalpiccii gioiosi, di scarpe terrose della passeggiata nel giardino di fuori. Dentro le stanze altissime e classiche stavano opere di artisti novelli. Giovani studenti delle Accademie d’arte di Brescia, che con il loro presente, con loro nel presente, hanno voluto ricordare il passato. Un’opera ciascuno, che sul racconto del sé adesso doveva cucire quello del lui passato. Lui: Rodolfo Vantini, ingegnere e architetto bresciano, mente e cuore di molte opere sul territorio.

Vascelli di vite separate, che si intrecciano e giocano su un tempestoso flusso di coscienza. “Fabri” che le creazioni le hanno distrutte lanciate stracciate, colorate, legate sulle pareti per terra e sul soffitto di quella vecchia villa bellissima.

Ci sono foto stampate B/N di opere del Vantini accartocciate e inzuppate nell’acqua e nello zucchero. O ridate allo scorrere del tempo, dipingendoci sopra correnti cristalline, per significare acqua che chiama alla vita. Poi pile altissime di scatoloni colorati, comparti stagni di una vita di sfaccettature. La mia come la sua come quella di lui, che tutti siamo un po’ tutti gli aggettivi che la gente trova per descrivere uno. Ci sono cocci di vetro che specchiano all’infinito foto che sono immagini di opere reali. A dire un tempo ridondante, vorticoso. Un significato e un’interpretazione che esiste solo nel non finito del racconto.

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Nell’ala destra ancora una successione di saloni ornati di luce e illuminati dalle preziosità del passato, su cui scrivono rispettosamente quelle del presente. Qui si sfila davanti a piante e studi di strutture architettoniche del Vantini. Emanazione di un’arte diversa, che è l’ingegneria. Le righe si raddrizzano e i colori assumono una seria finalità di discernimento. Lo spettatore si fa compunto, e sorride con gaudio per manifestare apprezzamento.

Capita però certe volte che ci si inciampi nel percorso, e si metta un dopo davanti a un prima. Allora si è costretti a virare controcorrente, e ritornare sulle ultime nascoste sale delle Accademie d’Arte. E la linea impazza, e torna mescalinica. È proprio qui che il cuore corre a briglia sciolta, e legami e chiavi di lettura sono tutto e non sono niente. Vantini si sbriciola in pezzi di biografia attaccati sulle cornici. O si legge nella sovrimpressione di sagome delle sue opere su materiale plasmabile. Libera e ibrida diventa l’interpretazione.

Siamo confusi anche dal mormorare incessante di redivivi Ciceroni. Ragazzi studenti d’arte che si improvvisano guide per un giorno. E decantano a un pubblico colmo le bellezze di un tempo che non hanno conosciuto.

È un filo rosso d’Arianna che ci orienta nello spazio di un tempo lungo duecento e più anni. Di un passato a cui fa vece la splendida villa, magnificenza neo-rinascimentale del 1911-16 e la storia di un grande uomo che fu, Rodolfo Vantini classe 1792.

Grazie al FAI, che offre un’occasione per celebrare bellezza con bellezza. E per trovare i punti di contatto tra un’arte tutta adesso, che ha i mezzi di ora e la testa di ora, con una vecchia conservatrice, che parla di cimiteri e tombe e ville di persone che non ci sono più. È un ricordarsi di silenzi e pause e lacrime sulle guance del tempo. È un fu omaggiato da questo nostro essere ora, che fa vivere più forte quello che ancora, ora, può.

Foto di Francesca Leali. Tutti i diritti riservati.

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