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Peppino Impastato: una voce libera contro la mafia

8 minuti di lettura

Il 9 maggio 1978 l’Italia fu sconvolta dal ritrovamento del corpo senza vita del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse dopo cinquantacinque giorni di prigionia. Lo stesso giorno a Cinisi, un comune siciliano in provincia di Palermo, accanto ai binari della ferrovia vennero ritrovati i resti di un altro cadavere, vittima di un presunto attentato finito male. La realtà era ben diversa e molto più scomoda, ma per far luce sulla verità sull’omicidio dell’attivista politico e anti-mafioso Peppino Impastato sarebbe servito molto più tempo.

Chi era Peppino Impastato?

Giuseppe, meglio conosciuto come Peppino, Impastato nacque il 5 gennaio del 1948 a Cinisi, in provincia di Palermo. L’esperienza con Cosa Nostra lo segnò fin dall’infanzia, poiché la sua famiglia era mafiosa, non solo il padre, ma anche altri membri della loro famiglia. Nel 1963 fu proprio l’omicidio di uno zio, Cesare Manzella, un capomafia del paese, a spingere Peppino verso la decisione definitiva di combattere contro il clima di paura, omertà e violenza che dominavano nel suo territorio. Per questa posizione anti-mafiosa venne cacciato di casa e tagliò i rapporti con il padre.

La rottura con la famiglia mafiosa e l’impegno sociale

Il suo impegno civile iniziò a metà degli anni ’60, in cui si fece portavoce e attivista di molte cause anti-mafiose, politiche e sociali. Erede del movimento contadino, si schierò apertamente contro le espropriazioni dei terreni e il saccheggio del territorio a scopo edilizio; fu in prima linea nelle proteste per aiutare i contadini espropriati delle terre per la costruzione della terza pista presso l’aeroporto di Palermo.

Nel 1965 fondò “L’idea socialista”, un “giornale” dattiloscritto che veniva distribuito tra la popolazione per informare sui fatti e le ingiustizie nel loro territorio, mentre nel ’68 partecipò alle attività di nuove formazioni comuniste, dando il suo contributo come dirigente in progetti come “Il Manifesto” e “Lotta continua”. Nella lotta contro le mafie e nella difesa dei diritti sociali, fu il pioniere di una nuova fase, poiché si rese conto che era fondamentale mettere in campo tutte le strategie a sua disposizione. Tra queste furono fondamentali la comunicazione e la cultura, per poter educare i ragazzi all’impegno politico e nel 1976 costituì il gruppo “Musica e cultura” per mettere in pratica le sue proposte di attività culturali, attraverso cineforum, dibattiti, musica e teatro.

L’impegno civile per Peppino Impastato non fu mai disgiunto dall’impegno culturale; come artista e poeta aveva maggiore sensibilità verso i cambiamenti che in quegli anni la società stava attraversando.

Se si insegnasse la bellezza alla gente la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.

Peppino impastato

L’ironia per disarmare la mafia: Radio Aut

Nel 1977 Peppino Impastato fondò Radio Aut, la prima radio libera siciliana. La diffusione della musica si intrecciava strettamente all’informazione libera. Attraverso questa emittente, Peppino riuscì a dare voce alle persone comuni che normalmente non venivano ascoltate, come donne, braccianti, pescatori e disoccupati. 

peppino impastato, radio aut

Non si limitò solo a questo, Peppino fece della radio anche un baluardo contro la mafia, denunciando i crimini dei membri e anche le loro clientele politiche. In un clima di negazione sia da parte della Chiesa che delle istituzioni, era pericoloso parlare apertamente della mafia e delle sue azioni. Il conduttore siciliano non si fece spaventare e decise di mettere in campo l’ironia per disarmare Cosa Nostra; attraverso il programma “Onda Pazza” ironizzava sui membri delle cosche mafiose per denunciarne le azioni. Peppino Impastato aveva capito che la cultura e l’ironia erano il modo migliore per arrivare alla testa delle persone e spingerli ad una riflessione su quanto avveniva in silenzio nel loro territorio.

Non fece perdere solo alcuni progetti speculativi con le sue battaglie ecologiche, ma fece qualcosa di molto più sottile e pericoloso: fece perdere alla mafia la sua credibilità. Stava distruggendo le fondamenta del consenso sociale di cui i mafiosi godevano tra la popolazione, dimostrando che il clima di paura e omertà poteva essere cambiato. Il modo dissacrante di cui parlava della mafia non poteva essere perdonato dai suoi membri, in particolare da quello che aveva definito sarcasticamente “Tano Seduto”: il boss Gaetano Badalamenti che ne ordinò l’omicidio.

L’omicidio di Peppino Impastato e l’insabbiamento delle indagini

Peppino Impastato venne ucciso la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, proprio durante la campagna elettorale del comune di Cinisi. Candidato nella lista di Democrazia Proletaria non fece in tempo a sapere l’esito delle votazioni, perché fu assassinato, dopo ripetute minacce che aveva ignorato. I suoi resti vennero ritrovati vicino ai binari del treno, dopo che il cadavere era stato fatto saltare in aria con del tritolo, per mascherarne il delitto e farlo sembrare un attentato terroristico.

La concomitanza con il caso dell’omicidio di Moro oscurò le indagini e ne permise l’insabbiamento; non solo la sua morte venne sminuita, ma la sua figura infangata: i commissari depistarono le indagini facendolo passare per un attentatore di sinistra.

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Per far luce sulla verità sarebbe dovuto passare quasi un quarto di secolo e la determinazione della madre, Felicia e del fratello Giovanni, che si batterono per dimostrare l’innocenza di Peppino. Nel 1984 il caso Impastato venne riconosciuto dalla magistratura come omicidio. Nel 1992 fu archiviato per mancanza di prove e, seppur riconoscendone la matrice mafiosa, rimase senza colpevoli. Attraverso una petizione popolare nel 1994 si ottenne la riapertura del caso, ma sarebbero serviti quasi dieci anni per avere le prove contro il boss Badalamenti come mandante e Vito Palazzolo l’esecutore, i quali vennero condannati e rimasero in carcere fino alla loro morte.

assassinio di peppino impastato

Le idee e la forza che spinsero Peppino Impastato a combattere contro il sistema della mafia rimangono attuali e vive: non fu solo un attivista, ma anche un grande comunicatore che capì l’importanza di dare un’alternativa alle persone. Riconobbe l’importanza di educare al cambiamento, utilizzando la cultura e l’informazione per liberare le persone dalla paura e dall’omertà.  

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Eleonora Fioletti

Classe 1993. Nata tra le nebbie della Pianura bresciana, ma con la testa tra le cime delle montagne. Laureata presso l’Università Cattolica di Brescia, in Filologia Moderna con una predilezione per l’esegesi delle fonti storiche medievali. Nel tempo libero colleziona auricolari annodati, segnalibri improbabili, eterni esprit de l’escalier, citazioni nerd e disneyane.

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