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Perché la cultura è davvero importante

11 minuti di lettura
Neanche tantissimi anni fa un Ministro della Repubblica sostenne che con la cultura non si possa mangiare. La frase fu smentita, ma resta pur sempre verosimile, stante chi la pronunciò. Ora: che con la cultura non si mangi è una verità evidente in se stessa, a meno che non si pensi di prepararsi dei panini imbottiti di Dante. Me li immagino già negli autogrill: panino Paolo&Francesca (pane, pomodoro, insalata e Canto V dell’Inferno), panino Farinata (pane, cotoletta, canto X dell’Inferno), piadina San Pietro (piadina, fontina, prosciutto, Canto XXVII del Paradiso). Magari sarebbero anche buoni, ma auguri per la digestione.

La cultura è importante, senza cultura non si vive
: è un mantra talmente ripetuto da risultarne deteriorato, svuotato di qualsiasi significato – come quando si ripete talmente tante volte una parola che essa non vuole più dir nulla. Ormai lo sappiamo: la cultura è importante. Io stesso non perdo l’occasione di ripeterlo. Eppure lo si dice, ma forse non si capisce il perché lo si dice. Che significa: non si capisce perché la cultura sia davvero importante.
 
Banalmente potremmo dire che la cultura ci arricchisce, ci rende persone migliori, più consapevoli. Vero, ma è solo una delle possibili riposte e tra l’altro una delle più superficiali. Bisognerebbe approfondire e capire davvero cosa significa che la cultura ci rende più consapevoli: proviamoci.
Chi mi conosce, chi segue la mia pagina Facebook e chi segue questo blog ormai credo abbia capito che io – fra i tanti che ho – abbia un problema particolare: periodicamente mi innamoro di un autore, di un amore monogamo ed esclusivo. Il mio amante stabile ormai da qualche mese è Pier Paolo Pasolini ed effettivamente da ormai qualche mese non scrivo di altri che non lui. Ebbene: tanto per cambiare, parlerò di lui anche questa volta.

Nel mio ultimo articolo, scritto per i Giovani Democratici di Milano, ho riflettuto sul fatto che la sinistra italiana dovrebbe riprendere a leggere seriamente gli scritti di Pasolini. Tra le altre farneticazioni in chiusura ho anche abbozzato il pensiero di Pasolini sulla cultura, così come sommariamente avevo già fatto qui. I testi presi in esame sono sempre gli stessi, quei famosi Scritti corsari (1975) e quelle celebri Lettere luterane (1976, postumo), raccolte di articoli scritti da PPP negli ultimi anni della sua vita per i maggiori quotidiani nazionali.
In questi scritti il leitmotiv è sempre il solito: la società dei consumi ha determinato una mutazione antropologica negli italiani, distruggendo le culture particolari per lasciare il passo ad un’unica cultura omologante: l’edonismo consumistico. Direte: va beh, grazie tante: fin qui…

E io rispondo autocitandomi dal suddetto mio ultimo articolo, introducendo finalmente la questione: 

Non si deve aver paura di parlare di istruzione e cultura, perché – anche se ormai dirlo è quasi un cliché – esse sono le uniche armi che abbiamo per resistere ad un modello economico che vede nel cittadino un semplice consumatore.

Del resto anche su questo Pasolini fu profetico. Nell’analizzare il fenomeno della diffusione dell’uso di sostanze stupefacenti fra strati di popolazioni non soliti  a questo costume, giunse alla conclusione che la droga aveva occupato quel vuoto che era stato creato dall’assenza di una cultura – cultura distrutta dalla società dei consumi.

Il punto centrale è questo: con l’affermarsi del capitalismo tra ‘700 e ‘800 si è anche imposto un modello culturale che vede nell’uomo principalmente un consumatore. In anni più recenti – gli anni in cui scrive Pasolini – la situazione è mutata ulteriormente: il Potere – questo oscuro nuovo padrone senza volto – vuole nell’uomo solamente un consumatore:

[Il Potere] ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un ‘uomo che consuma’, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
(Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, “9 dicembre 1973. Acculturazione e acculturazione”, 1975)

La nuova società dei consumi – come dicevo – ha spazzato via ogni cultura particolare, ogni sistema valoriale diverso dal suo per imporre i propri modelli omologanti, al giorno d’oggi particolarmente evidenti: non esistono più borghesi e proletari; culturalmente esiste solo una massa indifferenziata di borghesi. No way out.

Il grande fenomeno della perdita non risarcita dei valori – che include il fenomeno estremistico di massa della droga – riguarda dunque tutti i giovani del nostro paese (eccettuati per ora, come ho già avuto occasione di dire, coloro che hanno fatto l’unica scelta culturale elementare possibile: i giovani iscritti al Pci).
(Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, “La droga: una vera tragedia italiana (24 luglio 1975)”, 1976)

Non senza un poco di ingenuità Pasolini vede nel Pci l’unico ente depositario di un’autentica cultura nell’Italia sua contemporanea. L’unica scelta culturale possibile per un giovane del 1975 era – secondo l’autore – iscriversi al Pci. Non mi addentrerò nella questione della cultura del Pci. Basti notare questo: secondo PPP tutti i giovani sono stati distrutti – anche fisicamente, dice altrove – dalla società dei consumi, tranne chi ha compiuto una scelta culturale. Culturale.

Culturale.

L’unico modo per resistere alla società dei consumi è compiere una scelta culturale, prescindendo da quale che sia. Secondo Pasolini allora l’unica possibile era iscriversi al Pci, oggi direi che se ne posso trovare di altre, anche se in effetti “cultura” continua a rimanere troppo spesso – ahimé! – una parola che appartiene solo al vocabolario della sinistra.

Questa è l’importanza della cultura. Non tanto perché ci consente di progredire verso la comprensione delle strutture ontologiche dell’Essere. La cultura è importante perché è l’unica arma a disposizione di chi vuole resistere al nuovo dispotismo dei consumi. L’uomo non è solo un consumatore. L’uomo è in primis quell’animale che è stato in grado di comporre la Divina Commedia o il Macbeth. Quell’animale che ha dipinto la volta della Cappella Sistina o che è riuscito a giungere alla scomposizione visiva del reale su di una tela.

No: non siamo solo dei consumatori.


D’altro canto la cultura non deve essere solo materia passiva di conoscenza. La cultura è veramente importante solo quando si trasforma in praxis, in azione – solo quando ha la capacità di intervenire sulla realtà, magari provando a cambiarla. Tutto questo potrebbe sembrare una cosa un po’ sinistroide, per chi ha del buon tempo e non deve mandare avanti la sua brianzolissima ditta.

Eppure Ezra Pound non era proprio un compagno:
La storia di una cultura è la storia di idee che entrano in azione.

Invece a me piace fare il sinistroide e quindi – come ogni sinistroide che si rispetti – citerò il grande assente fin qui, Karl Marx:
I filosofi hanno soltano diversamente interpretato il mondo; si tratta di trasformarlo.
(Karl Marx, Tesi su Feuerbach, XI, 1845)

Si tratta del famoso balzo dalla teoria alla prassi: non basta contemplare, la filosofia (e più in generale la cultura) deve significare agire. Tutto ciò può sembrare almeno bizzarro: come può L’infinito di Leopardi portarmi ad agire attivamente nel mondo?

Onestamente non lo so. O forse sì: perché leggendo Leopardi, Nietzsche, Eliot, Dante, Shakespeare, Kant, Rimbaud, Hesse, Platone, Descartes, Baudelaire, Dostoevskij o Mann acquistiamo la consapevolezza di ciò che siamo, di cosa siamo stati in grado di creare. Forse non aiuta ad agire direttamente sul mondo, ma se non altro la cultura tradizionalmente intesa ci aiuta nell’acquisire quella consapevolezza necessaria a resistere alla società dei consumi – come si diceva poco fa.

Resistere, che appunto non significa resistere passivamente: la cultura ci fornisce la consapevolezza di ciò che possiamo, poi sta a noi – e a noi soli, singoli individui ribelli – scegliere se ascoltare il suo grido di disperazione o se ignorarla.

E se dovessimo capire davvero – non solo a retoriche parole – che la cultura è davvero importante, allora e solo allora saremmo pronti a resistere ad un modello economico che ci vuole vuoti, lobotomizzati, omologati al solo fine di poterci vendere il nuovo prodotto.

In fondo we are the hollow men, ma non lo siamo sempre stati.

 

 

Michele Castelnovo

 

Michele Castelnovo

Classe 1992. Nato e cresciuto tra Lecco e provincia. Toglietemi tutto ma non le mie montagne e il mio lago. Laureato in Filosofia. Giornalista pubblicista. Direttore di Frammenti Rivista. Mi prendo terribilmente poco sul serio.

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