Guardare o non guardare Sanremo: questo è il dilemma

Ci risiamo. Nel bene e nel male ogni anno per una settimana il Festival di Sanremo catalizza l’attenzione dell’Italia. E, di conseguenza, al tempo stesso divide: da una parte chi aspetta la kermesse per un anno, dall’altra chi non ne può proprio sentire parlare. Tertium non datur. Anche la redazione di Frammenti Rivista non è da meno, e anche qui ci si divide tra fan e hater del Festival. Abbiamo quindi raccolto le opinioni dei nostri Alessandro Cavaggioni e Antonella D’Eri Viesti che ci spiegano perché vedere, oppure no, il Festival di Sanremo.

perché vedere sanremo

Perché vedrò Sanremo

di Alessandro Cavaggioni

Un paese di musichette mentre fuori c’è la morte. Parlava così lo sceneggiatore di Boris interpretato da Valerio Aprea. È la locura, continuava, e se l’acchiappi hai vinto. Se della famosissima serieTV italiana si danno citazioni come piovesse, questa, per una volta, sembra arrivare al punto. Eppure, quest’anno vedrò Sanremo. L’ho visto l’anno scorso, lo rivedrò ora. Con tanto di Fantasanremo. Proprio così, chiamatemi normie. Attendo Sanremo da mesi, e ho accolto il ritardo annunciato tempo fa con un certo sconforto. Ma eccolo qui, giunto mentre le regioni italiane accolgono mille e più gradazioni d’arancione e sboccia la primavera. Possiamo credere che visti i dati della pandemia, il Festival della canzone italiana sia fuori luogo. Ma non è così. Anzi, in un anno di chiacchiere a tema Covid, è bello abbandonarsi a un cambio di registro. Chiacchiere?, direte, parliamo di una tragedia! Vero, chi nega. Ma chiacchiere sono state le mille diatribe su bozze di DPCM pubblicate in misteriose anteprime, sulle immagini dei due coniugi cinesi portati in bus verso l’ospedale (ce lo siamo dimenticati, ma è successo pure quello), dei banchi a rotelle, delle discoteche. Un chiacchiericcio condotto da chi, sul parlare seriamente, non ci guadagnava affatto. Quindi sì, benvenuto Sanremo. Chi parla seriamente di Covid non smette certo ora. Ma almeno il rumore di fondo cambia un po’. E ben venga che cuore torni a fare rima con amore.

Nel linguaggio televisivo, Sanremo è la settimana di sospensione. Perché gli sponsor delle reti concorrenti non valutano i dati d’ascolto per gli investimenti dell’anno successivo. La settimana di sospensione, una tregua sociale. Non significa fingere un mondo alternativo, ma concedersene anche un altro. Dalle 21 in poi. Chi reputa impossibile convivere con le responsabilità civili, il rispetto per una tragedia e una piacevole distrazione amerà di certo raccontarci anche la favoletta della cultura alta e del popolino bue. Un classismo borghese che questa sera “Sanremo no” ma Bergman sì, anche se non per davvero.

Negli ultimi anni, Sanremo è cambiato. Una mutazione da gattopardo, sia chiaro. Ma in un Paese a misura d’INPS è già tanto. Da contenuto per la generazione nata e vissuta sulla TV, si è fatto trasversale. Un regolamento che obbliga la partecipazione di nuove proposte e giovanissimi ha avvicinato coetanei felici di rispecchiarsi. E poi, i social. Risvegliandosi da un torpore imperdonabile, mamma Rai ha introdotto, nel contorno del Festival, volti noti alla generazione Z. Non sul palco, ancora troppo presto. Presentatori e disturbatori hanno età da Prima Repubblica. Ma sui social, dove i giovani seguono il Festival nel suo aspetto collaterale, la Kermesse ha intercettato nuove personalità. Come i The Jackal, noto gruppo di content creators, tra i più bravi in assoluto, che da anni raccontano un Sanremo inedito, quest’anno con tanto di Podcast sulla storia della Kermesse. I meme hanno salvato Sanremo.

Vista la notorietà conquistata con l’ultima edizione, quella del bugogate, ma anche di Elettra Lamborghini e Achille Lauro, arriva ora il Fantasanremo. Ognuno ha un team di 5 artisti e gareggia contro tutti, guadagnando o perdendo punti a seconda di bonus e malus comunicati in regolamento. In un anno a cui alle nuove generazioni è stato tolto il piacere di trovarsi, di viversi, Sanremo imbraccia il ruolo di accentratore. Crea l’assembramento più sicuro dell’ultimo anno. Tutti davanti alla tv, con il telefono in mano a scherzare su qualcosa da vivere live. Le realtà digitali sono tutt’altro che non-luoghi, e con il telefono in mano si vivono emozioni reali. Ma ora che è una condizione comune, con una DAD diffusa pure ai videocorsi di meditazioni, molti si saranno accorti dell’indiscutibile capacità di creare appartenenza e comunità. Almeno in assenza di alternative. Nell’anno di zoom, delle lezioni registrate, ma anche nel tempo del binge watching e delle maratone solitaria, Sanremo 2021 è il primo vero grande evento dopo il finale di Game of Thrones.

Cinema e teatri chiusi, ma Sanremo è Sanremo. Scandalo. O forse no. Lo scandalo è Sanremo senza pubblico, quando per tutto l’inverno, pubblici e privati (vedasi l’esempio di X Factor), hanno ospitato comparse (ossia attori, come quelli che entrano nei set attivi da mesi) prontamente controllate e fatte sedere secondo distanziamento. Sanremo con il pubblico, esattamente come il Festival di Venezia, racconta la tanto proclamata “convivenza con il virus”. Sanremo senza pubblico dice di un paese spaventato e ipocrita, per cui vige la teoria dell’esempio. Bisogna dare l’esempio. Però solo quando la vetrina è talmente ampia da rendere difficile la gestione della polemica. Di esempi, ne abbiamo tanti e sbagliati. Di prove, invece, molte poche. Un fatto sarebbe dimostrate di poter gestire il pubblico in sala e riaprire i cinema secondo norme a cui gli esercenti sono già stati chiamati. Ma è un fatto che nulla toglie a Sanremo, che giustamente si fa. Anche se senza pubblico. Perché, dopotutto, Sanremo è Sanremo.

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Perché non vedrò Sanremo

di Antonella D’Eri Viesti

A dir la verità non l’avrei visto comunque, perché amo la musica, ma non quella di Sanremo. Ho fatto solo una piccola eccezione lo scorso anno per rivedere il famigerato litigio tra Morgan e Bugo, un pezzo indiscutibilmente unico della storia della televisione italiana.

Ma quest’anno a pensarci bene di motivi per non vedere Sanremo ce ne sarebbero una valanga. Primo fra tutti, e fra tutti il più importante, quello che da un anno ormai, a causa della pandemia scatenata dalla diffusione del coronavirus, teatri e cinema del nostro bel Paese hanno abbassato la serranda. E a nulla sono valse le proteste nelle piazze di artisti e operatori dello spettacolo per porre fine a questa carneficina della cultura. Nulla di nulla. Il Governo è stato categorico: al cinema e a teatro la gente non ci può andare. E perché? Perché cinema e teatri sono notoriamente luoghi di assembramento. Ma a chi? Ma quando mai gli italiani sono stati un popolo di amanti della cultura? Quando mai hanno affollato cinema e teatri? Eppure sono tutti chiusi, da un anno. Quando sarebbe bastato, con l’acquisto dei biglietti, disporre un sistema di tracciamento elementare. Sarebbe bastato ridurre la capienza al cinquanta percento per permettere a quei pochi eletti che qualche film e qualche spettacolo lo vedono ancora di mantenere il distanziamento fisico. Ma no, più semplice chiudere. E intanto artisti e operatori dello spettacolo non vedono un euro dal Quindici-Diciotto, intanto di cultura non se ne diffonde più, a meno che non sia quella mainstream legata con un nodo stretto al potere.

Ma gli artisti mainstream non sono gli artisti che stanno sul lastrico, perché gli artisti mainstream le fiction Rai continuano a girarle comunque, continuano a essere ospiti delle trasmissioni di intrattenimento dei pomeriggi vuoti e noiosi di gente altrettanto vuota e noiosa. Gli artisti mainstream abitano ai Parioli e hanno conti in banca che potrebbero nutrire altre tre generazioni.

Invece gli artisti e gli operatori dello spettacolo, quelli dei teatri e dei cinema e dei piccoli concerti, hanno dovuto reinventarsi con spettacoli online, con concerti online. Ma lo scroscio di un bell’applauso quanto manca? Quanto manca poter guardare il pubblico negli occhi su un palcoscenico o sentire l’emozione di una folla durante un concerto? Tantissimo. Ma i sacrifici si fanno. Il problema è, però, che li fanno sempre alcuni e altri no. 

Perché questi lavoratori dimenticati dall’opinione pubblica allietavano i weekend tanto attesi dopo settimane infernali, questi lavoratori tenevano vivi i centri storici delle piccole città italiane suonando alle sagre di paese, anche se da da un anno tutto questo non esiste più.

E non venissero a raccontarci la storiella che Sanremo è Sanremo e che negli spalti il pubblico non c’è per ragioni di sicurezza, perché ci sono centinaia di persone dietro le quinte. Ma nelle quinte di Sanremo evidentemente il covid non c’è, mentre, evidentemente, prolifera nelle quinte dei piccoli teatri e dei cinema di paese. Perché artisti e operatori che stasera saranno lì sono stati baciati dalla fortuna per lavorare, mettiamola così, per non andare a scavare più a fondo.

Sanremo lo facciamo, perché nessuno tolga il contentino all’Italia Media, a quell’Italia Media che il sabato va a fare la spesa al centro commerciale, che vive nelle villette a schiera con i poppanti e i cani di razza, che cura il suo orticello mentre quello del vicino può anche andare in fiamme, quell’Italia Media accalcata sui Navigli a fare l’aperitivo delle 5pm ha bisogno di starsene una settimana in pantofole sul divano, mentre commenta sui social come un leone quale cantante ha preferito, quale outfit è stato il più glam e altre inutili porcherie di questo genere. Perché, dopotutto,  Sanremo è Sanremo.

 


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Redazione

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