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Lo smarrimento frustrante della vita nelle città occidentali

«Perdersi. L'uomo senza ambiente» di Franco La Cecla restituisce analiticamente un’esperienza di mondo assai familiare ai non-abitanti dell’universo contemporaneo. Il nostro modo di vivere è davvero l'unico possibile?

11 minuti di lettura

Perdersi. L’uomo senza ambiente di Franco La Cecla, testo del 1988 aggiornato nell’ultima edizione Meltemi fresca di qualche settimana, restituisce analiticamente un’esperienza di mondo assai familiare ai non-abitanti dell’universo contemporaneo. Viene messa in atto un’operazione di confronto costruttivo con le dinamiche socio-spaziali delle popolazioni indigene, che è figlia dei decennali studi antropologici dell’autore. Attraverso essa, il cittadino metropolitano del nord del globo comprende che la griglia cartesiana che organizza lo spazio in cui egli si muove e conduce le proprie giornate non è l’unico modo possibile per stare nel mondo e interagire con esso, non è il più antico e originario e, secondo La Cecla, non è nemmeno quello auspicabile.

Perdersi

Con un approccio fenomenologico, Franco La Cecla in Perdersi descrive la sensazione di smarrimento frustrante che ci accompagna nel corso delle nostre giornate, quando pur avendo percorso più volte una strada non ricordiamo dove dobbiamo svoltare, quando pur avendo frequentato ripetutamente un luogo non riusciamo a farci tornare in mente come raggiungerlo. Un perdersi che è stato snaturato, privato della sua originaria valenza di condizione primordiale a partire dalla quale orientarsi.

Alla fine di questo itinerario c’è un tipo di perdersi del tutto nuovo: ci si perde nello stesso ambiente in cui si vive. Non gli si appartiene: si è, rispetto ad esso, forestieri, distratti. Il cittadino di un territorio industriale o postindustriale è, lo voglia o no, un consumatore di domicili.

Perdersi L’uomo senza ambiente, La Cecla, p. 32

La privazione dell’ambiente e i suoi effetti

Qual è l’itinerario in cui La Cecla rinviene questo epilogo del perdersi frustrante? Tra le pagine del testo (e soprattutto nella sua conclusione), la critica alle pratiche urbanistiche e architettoniche che hanno plasmato le nostre città da almeno tre secoli a questa parte lo esplicita. L’itinerario è quello della normalizzazione della società e della regolamentazione disciplinare degli spazi, che ha caratterizzato e continua tuttora a caratterizzare le politiche riguardanti le opere pubbliche e l’organizzazione del territorio cittadino.

A più riprese La Cecla sottolinea come nella città moderna la possibilità di plasmare l’ambiente in cui si vive da parte delle persone sia ridotta al minimo, se non annullata: non si può dormire sulle panchine, non si possono piantare dei fiori nelle aiuole comunali, non si può aggiungere a un palo un cartello che indichi una meta o affiggere un manifesto senza autorizzazione. Le possibilità d’impatto consapevole e intenzionale sui luoghi che ci circondano sono ridotte al design d’interni delle nostre abitazioni, nonostante la maggior parte della giornata la si passi in ufficio, lungo le strade per raggiungerlo, nei parchi o nei luoghi di ristoro.

Che effetto fa all’uomo ritrovarsi costantemente in un ambiente rispetto a cui, non potendolo manipolare, egli si sente costantemente estrinseco? L’effetto della perdizione.

Insieme ad essa, inoltre, emerge la tendenza ad allenare la mente – senza grandi risultati – sulla base di una tipologia di orientamento che vede lo spazio come una grande griglia omogenea e asettica. Essa è figlia di calcoli geometrici in cui la res extensa del “fuori” non trova alcuna connessione con la res cogitans del “dentro”, in un dualismo che inficia l’esperienza umana dell’orientarsi in tale spazio.

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Orientarsi significa esercitare quella facoltà umana della mente locale, che presuppone un processo di centramento a partire dal quale le coordinate spaziali vengono determinate proprio attraverso la relazione con questo centro, che coincide con l’individuo nell’ambiente. Di questo si tratta quando si parla di localizzazione e di ciò che viene definito “orientamento relativo”. Tale processo è manifestazione del nesso di continuità tra io e ambiente che caratterizza l’esperienza umana, passando prima per la percezione immediata e poi per la sua organizzazione. Questo meccanismo di centratura di sé coincide anche con la creazione di luoghi, cioè di campi d’azione; quando viene meno ci si trova nella condizione fuori-di-luogo in cui il proprio decentramento inibisce e paralizza.

Località e identità

Proseguendo verso un altro punto teorico fondamentale, Franco La Cecla spiega che «Località è la forma del possesso di un luogo da parte dei suoi abitanti e viceversa». Quel “viceversa” è sintomo del farsi identitaria di questa appartenenza. Al termine del libro l’autore sottolinea come l’azione di definizione che lo spazio esercita sugli individui abbia il primato rispetto a quella che gli individui agiscono sullo spazio. Lo spazio che si manipola per vivere diventa immediatamente caratterizzazione identitaria di chi vi conduce la propria esistenza. Quando i primi beduini hanno messo piede nel deserto hanno solo in secondo luogo reso quest’ultimo “il posto dove abitano i beduini”, mentre hanno in primis reso se stessi “gli uomini che abitano il deserto”.

La drammatica situazione in cui versa il cittadino del mondo industrializzato è provocata dalla rottura di questo meccanismo di autodefinizione identitaria sulla base del luogo in cui si trascorre la propria vita e crea le condizioni del prendere piede di una concezione di indifferenza territoriale. Tale indifferenza territoriale è a sua volta motivata dal fatto che il cittadino non abita la metropoli, ma la consuma, e come consuma quella può consumarne qualsiasi altra, indifferentemente. Egli non agisce sullo spazio e conseguentemente lo spazio non agisce su di lui. Il risultato è un estraniamento.

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Questa dinamica del mondo industrializzato è nettamente differente rispetto al modo di vivere, di abitare e di localizzarsi di numerose popolazioni indigene, il cui perdersi è l’attività presupposta all’orientarsi e al ri-orientarsi, che serve per conquistare nuovi spazi e campi d’azione, oppure semplicemente che capita contro la volontà dell’interessato. Il motivo è che le comunità indigene, secondo La Cecla, vivono in una dimensione di indissolubile continuità con l’ambiente che le circonda, da cui traggono sussistenza dal punto di vista materiale e creazione di senso dal punto di vista ideale e sociale.

C’è “perdersi” e perdersi

Franco La Cecla è quindi preciso nello specificare la radicale differenza tra le due tipologie di “perdersi”:

Chi si perde nell’oltre di una cultura dell’abitare si perde per uno “scarto” che lo spiazza e lo “spaesa” rispetto ad un contesto e ad una elaborazione culturale, ad una mappa collettiva che consciamente, ma soprattutto inconsciamente, condivide. Il paesaggio familiare dentro il quale si apre lo scarto del perdersi individuale nello spazio delle nostre città è invece più una distrazione che una decontestualizzazione […]  Ѐ uno scarto da un paesaggio interiore. Portato al livello della coscienza, si può credere non abbia appigli (e a volte non li ha più davvero) con un paesaggio condiviso da altri.

Perdersi L’uomo senza ambiente, La Cecla, p. 51

La sensazione di vertigine e di “angoscia territoriale” percepita dall’indigeno in occasione dell’allontanamento dai punti di riferimento spaziali che costituiscono il suo ambiente, cioè il suo villaggio, è la condizione emotiva a cui il cittadino è costantemente esposto e rispetto a cui è quindi assuefatto. In questa assuefazione sta anche lo snaturamento che rende il perdersi cittadino profondamente diverso dal perdersi indigeno.

Alla luce di questa situazione condivisa, qual è il contributo che Perdersi di Franco La Cecla offre?

In primis c’è un contributo teorico, per cui le sue esperienze di studio e di viaggio diventano casi da analizzare per una comprensione dei processi e delle dinamiche che, proprio perché sottese alla nostra quotidianità, spesso sfuggono alla nostra percezione. Inoltre ha un valore di denuncia, in particolare nei confronti di quelle pratiche burocratiche e architettoniche che progressivamente erodono la possibilità di una delle esperienze più autenticamente umane che esistano: quella dell’abitare. Infine, un ulteriore fondamentale aspetto è l’individuazione di spiragli in cui l’abitare, anche nelle caotiche e dispersive metropoli del ventunesimo secolo, torna ad essere possibile. Questi spiragli sono gli slums, i luoghi marginali e periferici delle città, in cui lo stile di vita e gli spazi sono collettivi. Gli spiragli sono anche quelle attività, considerate vandaliche, che per esempio attraverso il disegno di graffiti su muri municipali riattivano il meccanismo di appropriazione condivisa e manipolazione dell’ambiente che la mente locale richiede.

Analisi, denuncia e individuazione dei punti di resistenza. Ecco ciò di cui Perdersi. L’uomo senza ambiente di Franco La Cecla tratta.

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Francesca Campanini

Classe 1999. Bresciana di nascita e padovana d'adozione. Tra la passione per la filosofia da un lato e quella per la politica internazionale dall'altro, ci infilo in mezzo, quando si può, l'aspirazione a viaggiare e a non stare ferma mai.
Sempre lavorando sodo per diventare giornalista a tutti gli effetti.

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