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“Picnic a Hanging Rock”:
natura e mistero
nell’Australia del 1900

8 minuti di lettura

Picnic a Hanging Rock è un romanzo del 1967 di Joan Lindsay, autrice australiana. Si tratta di un’opera misteriosa da cui è stato tratto un altrettanto misterioso film omonimo diretto da Peter Weir nel 1975. Raramente un adattamento riesce a catturare così bene le atmosfere, le inquietudini,  i sentimenti, i dettagli narrati in un romanzo. La pellicola di Weir è un’opera che, come il libro, lascia lo spettatore col fiato sospeso, aprendo le porte a un mondo altro che non è possibile comprendere del tutto.

picnic a hanging rock titoli

Ci troviamo nell’Australia del 1900, precisamente il 14 di febbraio. L’Appleyard College è una scuola per sole ragazze gestita appunto dalla severa signora Appleyard. Per festeggiare il giorno di San Valentino, le alunne sono accompagnate da due insegnanti a Hanging Rock, un complesso roccioso di origine vulcanica dove si fermeranno per un picnic.

Le atmosfere del film sono molto particolari: siamo in un’Australia estiva e incredibilmente torrida, caratteristica accentuata dai colori tendenti al giallo della pellicola. Eppure, le protagoniste sono perfette fanciulle dell’Inghilterra vittoriana: ombrelli e cappellini per ripararsi dal sole, capelli pettinati accuratamente in trecce o codini, vestiti bianchi angelici, scarpette nere ben allacciate e nelle tasche qualche libro di poesia – rigorosamente inglese – da imparare a memoria. Dato il clima afoso, le ragazze hanno il permesso di togliersi i guanti durante la gita, ma sola una volta uscite dalla scuola. Una concessione che ha del miracoloso in un ambiente assolutamente casto e controllato dalle più severe regole. Tra le scolarette spicca Miranda, ragazza angelica ed elegante, sinuosa, definita «un angelo di Botticelli», una creatura che sembra effettivamente essere l’opera ben riuscita di un pittore. A lei si contrappone Edith, una ragazzina goffa, pigra e particolarmente stupida.

Il rigore delle collegiali è in contrasto con la natura incontaminata e pericolosa in cui l’azione si svolge. Sembra che gli inglesi vogliano dominare il continente australiano, ma è in realtà la natura australiana a dominare la compagnia durante il picnic. Le inquadrature legate al mondo naturale sono dettagliate e costanti: ragni, lucertole, uccelli, formiche che veloci invadono il picnic e assediano una torta di San Valentino preparata con cura. Le musiche sono essenziali per la creazione dell’atmosfera così minuziosamente descritta nel libro e così ben interpretata dal regista. Il flauto di pan ci accompagna in un mondo onirico che non possiamo comprendere a fondo; i suoni della natura (il vento, gli uccelli, i grilli) ci immergono in un ambiente incontaminato e fuori dalla portata dell’uomo; il pianoforte sottolinea i momenti di inquietudine e di mistero. Anche il ritmo lento del film è di grande aiuto ed è coronato da una recitazione ben scandita, misurata, calma, come influenzata dal clima torrido in cui si muovono le protagoniste.

picnic a hanging rock1

La tensione cresce già nei primi minuti della pellicola, ma quale sia la causa di questa inquietudine lo spettatore lo può scoprire soltanto a metà del film: alcune ragazze, tra cui la bella Miranda, decidono di allontanarsi dal picnic e di esplorare l’imponente roccia nera. Hanging Rock è affascinante ma pericolosa: le due professoresse insistono più volte sui serpenti e le formiche velenose, ma qualcos’altro, qualcosa di inafferrabile e incomprensibile, mette a rischio la vita delle ragazze. Lo si percepisce fin dall’inizio della gita, quando inspiegabilmente tutti gli orologi della compagnia si fermano a mezzogiorno. «Sarà qualcosa di magnetico» spiega l’insegnante, ma lo spettatore non si accontenta di questa motivazione razionale in un luogo tanto incantato.

Piccole macchie bianche tra l’erba alta, le ragazze appaiono come minuscole formiche di fronte all’imponente roccia nera, un’impressione ulteriormente sottolineata dalle continue inquadrature dal basso verso l’alto. La roccia è un labirinto, una struttura fatta di cunicoli e fessure in cui perdersi. Le alunne non sembrano però impaurite: ballano estasiate al sole, si tolgono le scarpe, poi le pesanti calze nere, camminano a piedi nudi sulla roccia, come a sfidare la propria purezza o a voler ritrovare un contatto perduto col mondo naturale. Allo stesso modo, una delle insegnanti viene vista vagare senza gonna, ma coperta solo dalla pesante biancheria intima di un tempo, per poi non fare più ritorno. Ipnotizzate, rapite da un sentimento incomprensibile, le ragazze si sdraiano come lucertole al sole. Solo una, Edith, torna terrorizzata al picnic: non ricorda nulla, non sa cosa sia successo alle compagne, sparite nel nulla, forse fuggite. Nel 1987 Joan Lindsay pubblicò il XVIII capitolo con il finale del romanzo, The Secret of Hanging Rock, mentre il libro The Murders at Hanging Rock di Yvonne Rousseau offre ben cinque possibili soluzioni al caso, dandone un’interpretazione spirituale ed esoterica. L’opera è celebre però proprio per il suo finale aperto e incomprensibile.

picnic a hanging rock calza

La pellicola, così come il romanzo, ha delle tinte gotiche pur sviluppandosi in un’ambientazione che di gotico non ha nulla, eccetto la sublime potenza di Hanging Rock, roccia inquietante e pregna di mistero. È quindi difficile classificare l’opera in un genere: la storia è misteriosa ma non raggiunge mai il fantastico; è un thriller che sfiora appena il poliziesco (abbiamo date precise e ricerche incessanti) pur non diventando mai un vero e proprio giallo; non si tratta nemmeno di un romanzo storico, pur ricostruendo dettagliatamente un’epoca.

Il film è incompiuto, poco nitido: suggerisce ma non spiega, accenna ma non dice, distanziandosi nettamente dai canoni di Hollywood per presentare l’adattamento di una storia unica. La natura prevale sull’uomo, l’inspiegabile vince il razionale. Lo spettatore, allucinato quanto le ragazze disperse, non può fare altro che ammirare confuso un’opera di grande valore artistico in grado di scuotere i sentimenti e la curiosità umana.

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Dalila Forni

1991. Studentessa di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee a Milano. Vivo di letteratura, pastasciutta e buona birra.

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