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Il popolo afghano vittima degli estremismi e delle strategie politiche di ieri e di oggi

I talebani esultano, gli USA scappano, la Cina sogghigna, l’UE trema ma gli afghani muoiono

13 minuti di lettura

I talebani sono tornati. Così i giornali italiani e internazionali titolano le loro prime pagine da una settimana a questa parte: più precisamente dal 15 agosto, giornata in cui le forze armate del gruppo islamista-sunnita Taliban ottengono il controllo della capitale Kabul e successivamente proclamano la rinascita dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan.

Sono in molti a sostenere che questa data sia un nuovo spartiacque: si parla di fallimento occidentale, di declino della leadership globale degli Stati Uniti – apparentemente, e come ripetutamente sottolineato in questi giorni, in ironica contraddizione con lo slogan di Biden «America is back» –, si pronostica il consolidamento dell’influenza di paesi antagonisti al modello liberal-democratico, come la Cina in primis ma anche la Russia, l’Iran e il Pakistan, si attesta il fallimento del progetto di esportazione-imposizione forzata della democrazia.

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Le radici talebane

L’evento storico a cui stiamo assistendo, che probabilmente segnerà le dinamiche internazionali e determinerà alcune tragedie umanitarie dei prossimi anni, è quindi una nuova entrata in scena dei talebani. Eppure gli attuali emiri non se sono mai effettivamente andati, rifugiati come sono stati durante questi vent’anni nei confini montuosi del paese e nelle madrase (scuole coraniche) in territorio pakistano, in cui raccoglievano proseliti e affinavano le loro strategie militari, economiche, politico-diplomatiche e comunicative.

Tuttavia, il termine “ritorno” rimanda al passato: qual è dunque questo passato da cui gli efferati jihadisti sembrano riemergere trionfanti, tutto d’un colpo, dopo due decenni di logorante e sanguinosa guerriglia?

Con il tracollo dell’URSS nel 1989 si ha la fine dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, iniziata un decennio prima e costantemente combattuta dalla resistenza autoctona dei mujaheddin, cioè una coalizione di gruppi armati, supportati economicamente dagli USA, unita contro il comune nemico rosso e disgregatasi velocemente con il suo venir meno. La frammentarietà della popolazione afghana, divisa su base etnica tra pashtun, tagiki, uzbeki… impedisce la stabilizzazione del paese: le fazioni entrano in conflitto e si ha la guerra civile, in cui, nel 1994, scende in campo il neonato gruppo militare talebano, che prenderà il potere.

Ѐ il 1996 quando il fondatore e leader indiscusso del movimento islamista nato due anni prima nelle scuole coraniche di Kandahar, il Mullah Omar, fonda l’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Nello stesso anno Osama Bin Laden, ricco saudita ed ex-mujaheddin che era stato impegnato in Afghanistan contro i russi, si trasferisce nel paese e intesse un’alleanza tra la sua organizzazione terroristica, Al-Qaeda, e il governo talebano, in virtù del comune integralismo religioso e dell’aspirazione a porre fine alle ingerenze nell’area mediorientale della potenza per eccellenza imperialista, infedele e corruttrice: gli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre si ha l’inizio della “Guerra al terrorismo”, che Bush proclama e concretizza con l’operazione militare “Enduring Freedom – Afghanistan”, cioè con l’invasione del paese da parte degli USA in novembre, che si conclude con la sconfitta dei talebani attraverso la caduta di Kandahar nel dicembre dello stesso anno. A seguito di quest’operazione militare lampo hanno inizio i tentativi di creare istituzioni democratiche, cercando di spazzare via le ceneri di un regime dispotico basato sulla più rigida tra le interpretazioni della shari’a, ossia della legge islamica. Le forze paramilitari talebane però continuano ininterrottamente a combattere, mantenendo il paese in una tragica guerra civile in cui le forze del neonato governo afghano, di Hamid Karzai prima e Ashraf Ghani poi, rimarranno, e ne abbiamo avuto la prova in queste ultime settimane, dipendenti dal supporto militare, logistico e c’è chi dice “psicologico” delle truppe USA.  

Le logiche della ritirata e il disastro umanitario

Supporto che è venuto progressivamente a mancare coerentemente alla strategia di disimpegno dal Medio Oriente che gli Stati Uniti hanno messo in atto negli ultimi anni, motivata tra le altre cose dal mutamento delle loro priorità geopolitiche, che sono ora localizzate nell’area dell’indo-pacifico. Si è quindi disegnata negli ultimi decenni una parabola della politica estera statunitense: dalla Dottrina Bush, che pretendeva di giustificare l’innesco di guerre preventive su larga scala contro ogni minaccia percepita, allo Smart power di Barack Obama che, pur proseguendo il conflitto e continuando a mandare armi e uomini in Medio Oriente, dava più spazio a operazioni di intelligence mirata, nell’ambito delle quali per esempio veniva ucciso Bin Laden nel 2011. Passando successivamente per l’isolazionismo trumpiano dell’America First si arriva allAmerica is back di Biden: strategia che prevede, secondo alcuni analisti, il tentativo di riaffermare la leadership mondiale americana attraverso uno scontro polarizzato – a livello economico e geopolitico – con la Cina, la cui arena principale evidentemente per il governo statunitense non è lo scenario mediorientale.

Indipendentemente dai disegni geopolitici, dalle logiche di interesse nazionale e dalle valutazioni dei benefici a lungo termine per gli Stati Uniti – e solo per gli Stati Uniti – che il ritiro presuppone, i fatti dicono che la prima, grande vittima dell’inizio come della fine di questa guerra è la popolazione afghana.

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I dati riportati da Emergency a giugno 2021 espongono i frutti di questi vent’anni di “State Building” americano e di fanatismo integralista talebano: almeno 241.000 vittime tra soldati e civili, negli ultimi dieci anni almeno 7.700 bambini uccisi e 18.800 feriti, attualmente almeno 4.8 milioni di sfollati che vivono in campi di fortuna in Afghanistan e 2.5 milioni di profughi che hanno chiesto asilo all’estero.

Questi sono i numeri risalenti a prima di luglio e agosto, quindi precedenti alla fase cruciale dei combattimenti, della ripresa del potere da parte dei talebani, dei successivi rastrellamenti ed esecuzioni sommarie che si sono svolte soprattutto nelle province, ma anche nelle città. Già prima dell’estate, comunque, le violenze e i disastri prodotti dalla guerra erano drammaticamente peggiorati rispetto agli anni precedenti. A seguito della firma da parte di Trump degli Accordi di Doha nel febbraio 2020, della conferma della volontà di rispettarli da parte di Biden nell’aprile 2021 e quindi dell’effettivo inizio del ritiro dei contingenti militari USA, gli scontri si sono fortemente intensificati, con consistenti conseguenze: per esempio l’Afghan Independent Human Rights Commission riporta un aumento degli sfollati in questa prima metà del 2021 di +74% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Di fronte a questi numeri l’UE trema. La fantomatica “culla dello stato di diritto” che, come riportano Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi su L’Espresso, nel 2021 ha rimpatriato in Afghanistan 1200 persone e che solo durante l’escalation della settimana scorsa ha deciso sospendere ulteriori rimpatri, è terrorizzata all’idea di una nuova ondata migratoria sulla rotta balcanica. L’ipotesi, di cui si vocifera in questi giorni, di estendere l’accordo UE-Turchia del 2016 sui profughi siriani agli attuali profughi afghani non pare essere una strada semplice da percorrere a livello diplomatico. Il presidente turco Erdogan infatti ha dichiarato negli scorsi giorni in un discorso alla nazione: «L’Europa non può evitare il problema chiudendo i suoi confini. La Turchia non ha l’obbligo di essere il deposito dell’Europa per i rifugiati».

Possibile che l’Unione Europea a questo punto riesca a rendersi finalmente conto dell’inefficacia, oltre che della criminalità a livello etico e dal punto di vista del diritto internazionale, della strategia di esternalizzazione delle frontiere e si decida così a strutturare un serio e solido programma di corridoi umanitari? Ѐ ancora presto per dirlo.

I tentativi di resistenza

Tornando alla situazione sul territorio afghano, come sappiamo nelle scorse settimane la quasi totalità dell’area, come un domino, è crollata nel giro di poche settimane di escalation in mano ai talebani: prima Kunduz e poi le altre città, fino ad arrivare a Kabul. Rimane la sola eccezione della provincia del Panshir, roccaforte della resistenza guidata da Ahmad Massoud, figlio dell’eroico mujaheddin antitalebano Ahmad Shah Massoud, il quale negli anni ’90 aveva difeso con le sue truppe armate quella stessa regione.

Non si sa per quanto tempo ancora il fronte afghano anti-talebano riuscirà a resistere, ma a incitare la popolazione alla rivolta contro il neonato Emirato talebano è anche l’ormai ex-vicepresidente Amrullah Saleh, le cui differenze rispetto all’ex-presidente Ashraf Ghani appaiono abissali. Il 15 agosto, mentre i talebani entravano a Kabul, Ghani scappava in Tagikistan e dichiarava in un annuncio su Facebook: «I talebani hanno vinto il giudizio di spada e ora sono responsabili della tutela dell’onore, della ricchezza e dell’autostima dei connazionali. Ma non hanno vinto la legittimità dei cuori». Saleh invece nei giorni successivi volava in Panshir e twittava: «Ѐ inutile litigare con @POTUS adesso. Lasciategli digerire la faccenda. Noi afghani dobbiamo dimostrare che questo non è il Vietnam e i Talebani non sono affatto i Vietcong. A differenza di Usa e Nato, non abbiamo perso lo spirito e vediamo grandi opportunità davanti a noi. Gli inutili avvertimenti sono finiti, UNISCITI ALLA RESISTENZA».

Tweet dell’ex-vicepresidente Amrullah Saleh

Il successo della resistenza anti-talebana è semplice da auspicare ma difficile da ipotizzare realisticamente: le loro forze sono stremate, accerchiate e senza supporti esteri. Alcuni attori importantissimi nello scenario internazionale infatti riconoscono il regime talebano e dialogano con esso. Questo vale per la Cina, che ha incontrato una delegazione talebana a inizio agosto a Pechino e che punta a consolidare legami economici e ad evitare che l’Emirato afghano sostenga le cellule terroristiche della popolazione musulmana oppressa dal PCC nello Xinjang. Vale per il Pakistan, che è lo storico sostenitore dei talebani. Ma paradossalmente vale anche per gli Stati Uniti che, firmando un accordo internazionale e trattando direttamente con la delegazione diplomatica talebana a Doha, ha di fatto riconosciuto il gruppo militare fondamentalista come entità politica, mentre ritirandosi senza condizioni ha anche riconosciuto il suo dominio sul paese e reso evidente, pur non ammettendola, la propria sconfitta.

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Immagine in copertina: repubblica.it

Francesca Campanini

Classe 1999. Bresciana di nascita e padovana d'adozione. Tra la passione per la filosofia da un lato e quella per la politica internazionale dall'altro, ci infilo in mezzo, quando si può, l'aspirazione a viaggiare e a non stare ferma mai.
Sempre lavorando sodo per diventare giornalista a tutti gli effetti.

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