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Come si è giunti a questa situazione in Afghanistan?

Kabul è caduta in mano ai talebani. Le lacrime di coccodrillo dell'Occidente

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Solo pochi mesi fa il presidente americano Joe Biden, durante la conferenza stampa indetta per annunciare ufficialmente il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, rispondeva alle domande dei giornalisti accreditati sostenendo la tesi che fosse altamente improbabile un governo unico dei talebani sul Paese, dando credito all’idea che invece, nella peggiore delle ipotesi, si potesse giungere ad uno stallo, con una parte del territorio sotto l’egida governativa ed una parte controllata invece dai sedicenti “studenti coranici”. La tesi successiva partorita dal Pentagono vedeva invece i talebani controllare l’intera nazione, in ogni caso però, ciò sarebbe dovuto accadere non prima di 6/12 mesi dopo il termine del ritiro occidentale. Pochi giorni fa invece, gli analisti della difesa credevano che, dopo i principali capoluoghi provinciali, Kabul sarebbe caduta entro 90 giorni. Oggi, 18 agosto ed un mese prima del fatidico 11 settembre, i talebani sono già entrati nella capitale ed esultano vittoriosi, con i kalashnikov appoggiati sulle scrivanie, dagli appartamenti del palazzo presidenziale fino a poche ore prima occupato da Ashraf Ghani. Come si è giunti a questo?

Alcuni, in Occidente, cercano di scaricare la colpa di questa vergognosa disfatta sul popolo afghano. Tra questi sembra esserci, più o meno inaspettatamente, anche il presidente Biden, che retoricamente si è chiesto, durante l’ultima conferenza stampa, perché gli americani dovrebbero continuare a morire per aiutare un popolo che non sembra avere la spina dorsale necessaria a lottare per la propria libertà, tanto nella componente militare tanto in quella civile, nonostante gli occidentali avessero fornito loro tutti i mezzi per contrastare una scontata offensiva talebana. Insomma, sembra dire Biden, tutto sommato agli afghani va bene così. Noi eravamo lì per combattere il terrorismo e vendicare un attacco. Non per un’operazione di nation building. L’abbiamo fatto e ora ce ne andiamo. Tutto molto lineare, se non fosse per il fatto che il Paese è stato occupato militarmente per vent’anni e i talebani mai davvero sconfitti.

Il popolo afghano sembrerebbe poi essere troppo diviso, legato a doppio filo a logiche di tipo tribale, con una classe dirigente avida e corrotta e permeato di una certa cultura mista islamica e rurale che renderebbe impossibile qualsiasi tipo di progresso e stabilità. In queste definizioni del popolo afghano probabilmente c’è del vero. Se però in vent’anni, e dopo quasi due trilioni di dollari spesi complessivamente, si è giunti a vedere di nuovo gli elicotteri militari atterrare sui tetti dell’ambasciata statunitense per permettere un’evacuazione altrimenti impossibile via terra, in un remake dal gusto amaro, la colpa principale non può essere del popolo afghano, ma di chi aveva il potere di impostare un processo di costruzione e consolidamento del sistema statuale e non è stato in grado in farlo. Le immagini, crude e strazianti, che ci raccontano di uomini che cadono da aerei ormai in volo, alle ali dei quali si erano aggrappati in un disperato tentativo di sfuggire ad un futuro segnato, sono una responsabilità che l’intero Occidente si porta sulla coscienza. L’ultima scena simile, ripresa da telecamere e mandata in mondovisione, risale a 20 anni esatti fa. Erano i dipendenti del World Trade Center, che accecati dalla paura e dalla disperazione si gettavano dalle finestre da centinaia di metri di altezza. Con oggi si chiude un cerchio, drammatico e cruento, con molti sconfitti e pochi vincitori.

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Agli studenti iscritti a qualsiasi corso di scienza politica, discipline filosofiche o giuridiche viene insegnato che lo Stato esiste laddove vi è un effettivo monopolio della violenza esercitata all’interno dell’ordinamento giuridico. La base quindi di qualsiasi Stato è, piaccia o meno, l’esercito. Certo, solo non basta, ma senza di esso non vi può essere evoluzione. Le forze occidentali in Afghanistan hanno speso miliardi e due decenni formando corpi di polizia locali ed un esercito che potesse definirsi tale. I risultati però sono sotto gli occhi di tutti, con le forze governative discioltesi sotto il sole in pochi mesi di avanzata talebana. Avanzata e non combattimenti, perché questi spesso non sono nemmeno stati necessari. Le forze armate afghane sono state modellate sull’organizzazione occidentale, seguendo cioè i canoni di un modello inapplicabile in certi contesti. Un primo errore, secondo il generale Petraeus, capo delle forze occupanti tra il 2010 ed il 2011 e successivamente direttore della CIA, è stato quello di dare massima rilevanza alle forze aree nel supportare quelle di terra, tanto nella logistica, quanto nelle pure operazioni militari. I membri della NATO hanno affidato spesso questo tipo di organizzazione ai contractors (si stima fossero, al loro apice, più di 15mila uomini, reclutati da agenzie private su appalto governativo). Grazie ad una completa superiorità aerea le forze governative potevano quindi contare su un appoggio costante, tempestivo in caso di bisogno e capace di portare scorte, viveri e munizioni ovunque e tempestivamente su di un territorio geograficamente molto difficile da interpretare e controllare via terra. Il problema si è però ovviamente presentato quando le forze aeree hanno iniziato a smantellare le basi e a ritirarsi, facendo mancare un pilastro fondamentale nell’organizzazione generale. Alle forze accerchiate dai talebani, nei mesi scorsi sono iniziate a mancare le razioni di cibo, le munizioni di scorta e qualsiasi tipo di approvvigionamento che prima era compito esclusivo a chi ora non c’è più. Le forze occidentali hanno poi sì formato un corpo di aviazione afghano piuttosto numeroso e sulla carta ben equipaggiato, ma insieme ai velivoli ed ai droni spesso sembra che non siano stati formati i tecnici necessari al mantenimento di una tale flotta, insieme ovviamente ai pezzi di ricambio necessari. Circola un video nel quale i talebani, compiaciuti, girano fra gli hangar di un aeroporto appena caduto nelle loro mani e fanno sfoggio di alcuni velivoli di fabbricazione americana trovati nascosti all’interno. L’utilizzo di determinati mezzi richiede però un livello di organizzazione e conoscenze che, fortunatamente, potrebbe rivelarsi troppo anche per loro.

Un altro punto fondamentale è relativo al numero di effettivi arruolati nell’esercito regolare, un numero che sembrerebbe attestarsi alla metà dei 350mila uomini di cui il governo locale si faceva vanto. La qualità poi della classe dirigente scelta per comandare le operazione lascerebbe a dir poco a desiderare, con le decisioni sempre demandate alle forze occupanti creando così una pericolosa condizione di dipendenza. Per altro, fonti interne all’esercito hanno parlato di paghe che spesso tardavano ad arrivare, rendendo la resa condizionata un miraggio allettante per uomini con famiglie da mantenere e con molto da perdere.

La corruzione era poi endemica, distogliendo preziose risorse dal funzionamento generale della macchina governativa. Di questo gli occidentali non sembrano essersi curati particolarmente, ma a lungo andare potrebbe essere questa la chiave, più che altri aspetti, con cui leggere la caduta di uno Stato fallito, paradosso che però sembra calzare bene allo stato in cui il Paese ha versato per anni. Ultimo punto ma non meno rilevante, almeno sotto il profilo psicologico, è relativo ai negoziati condotti negli ultimi mesi tra i talebani ed i principali attori internazionali. Come già sottolineato, ai tavoli c’è sempre stato un escluso importante: il governo di Kabul. Questo fatto, ignorato da un parte importante dei media, non sarà certo sfuggito agli uomini ed alle donne impegnate nel sostenere la macchina statale afghana, e ad i loro occhi non poteva che essere una conferma che il loro destino fosse già stato deciso senza che potessero prendere parola. Essere abbandonati durante una battaglia e vedere l’alleato accordarsi con il nemico è qualcosa che psicologicamente ha distrutto una parte certamente importante del già fragile Stato afghano.

Dal punto di vista internazionale, il quadro appare invece frammentato, e per certi aspetti desolante. I Paesi europei lanciano qualche flebile critica, soprattutto nella persona della cancelliera tedesca, al modo in cui i fatti sono degenerati ma il focus sembra già spostarsi su un problema atavico che attanaglia le menti degli statisti europei, ovvero l’immigrazione e la paura di un’ondata di profughi afghani che improbabilmente potrebbe abbattersi sull’Unione. Ancora una volta i limiti dell’UE sono chiari, e, finché si continuerà a non inserire la politica estera comune tra le priorità delle agende europee, il peso dei Paesi occidentali sarà anche inferiore a quello che potenzialmente sarebbe se ognuno agisse davvero in ordine sparso. Uno spunto interessante lo offre poi la tv di Stato cinese, che manda in onda immagini di una Kabul dove la vita scorre tranquilla, dove le strade sono ordinate e dove finalmente un popolo è riuscito a riprendersi la sovranità perduta a causa dell’imperialismo occidentale. Nulla a che vedere insomma con le scene da brividi che hanno invece invaso i media occidentali. Intanto però i cinesi trattano con i talebani, consapevoli di due cose: che ci sia molto potenzialmente da guadagnare nel Paese, e che al contempo la strada da percorrere sia stretta e l’interlocutore non particolarmente affidabile. La scelta sembra quindi, per ora, ricadere su un basso profilo. I russi appaiono invece più interessati a tenersi lontani dalla repubblica islamica. Hanno finanziato l’ampliamento di una già importante base confinante in Tagikistan, ma con i fronti già a aperti in Ucraina, Siria e Libia non sembrano volersi impegnare eccessivamente in un Paese dove si sono già scottati. Certamente l’evoluzione dei fatti nei prossimi giorni sarà ricca di colpi di scena e spunti interessanti, ma il pallino ora è completamente nelle mani degli “studenti coranici”, una massa di uomini che potrebbe rivelarsi meno compatta di quello che sembra, ma che certamente ha dimostrato di una classe dirigente all’altezza e temprata dalle mille battaglie affrontate. Galvanizzati dalla vittoria e con gli occhi del mondo addosso, potrebbero mantenere furbamente un profilo basso. Almeno finché un’altra crisi non ruberà loro la scena, lasciandoli liberi di dimostrare cosa effettivamente sono diventati.

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Immagine in evidenza: ilgiornale.it

Michele Corti

Nato a Lecco nel 1996, studente di Scienze Politiche. Amo la montagna in ogni sua veste, il vento in faccia in bicicletta, la musica e provo a destreggiarmi nella politica internazionale, cosa fortunatamente più semplice rispetto a quella italiana."

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