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Possibilità ontologiche nell’Arte concettuale

Dopo il crollo del valore ontologico dell'Arte tradizionale, quali nuove categorie ridefiniscono lo status di opera d'arte?

13 minuti di lettura

Tale articolo si presenta come un’esplorazione nei riguardi di quello che è il problema ontologico che caratterizza il campo chiamato Estetica: cioè la definizione del valore ontologico che un’opera d’arte possiede. Qualsiasi studio nel campo dell’Estetica è stato costretto, almeno una volta, a soffermarsi sulla domanda: è possibile fornire una teoria ontologica capace di render conto dell’Arte? Ma ciò che si cercherà di delineare in queste righe è la relazione che intercorre tra tale questione ontologica e il nuovo emergere della cosiddetta «Arte concettuale». L’esatta domanda a cui tenteremo di rispondere riguarda la possibilità di una teoria ontologica di tale arte, o per essere più precisi, la possibilità di uno statuto metafisico ascritto a questo nuovo campo estetico. In primo luogo, si dovrebbe iniziare con una breve introduzione storica, per avere un quadro chiaro dell’origine del problema che abbiamo menzionato. In secondo luogo, si introdurrà un’opposizione tra l’arte tradizionale e quella concettuale, che ci aiuterà a capire lo scopo del nostro fine ultimo. La parte finale riguarderà le conseguenze di una risposta positiva e negativa al nostro quesito.

Una storia dell’ontologia estetica

Così, dovendo iniziare, si comincerà nel dire che, se il problema ontologico ha caratterizzato la storia dell’arte, si necessita di ammettere che dal XX secolo in poi, con l’emergere dell’Arte concettuale, la mole di tale dilemma è aumentata. È ormai accettato che vi sono alcune differenze tra l’arte tradizionalmente intesa e la così detta arte concettuale. Storicamente, un’ontologia dell’arte si è basata su categorie come la forma, il materiale, il colore, e cosi via. Gli studi ontologici tendono per la maggior parte dei casi a stabilire un’essenza, una sostanza alla base della teoria metafisica che gli appartiene. L’equazione comune a molti studi metafisici fa corrispondere un’essenza ad una sostanza. Finché le opere d’arte erano fondate e valutate su categorie solide, risultava poco complicato distinguere un’opera d’arte da un mero oggetto comune. Finché i paradigmi per giudicare un’opera d’arte, ad esempio, erano l’eleganza delle linee, la prospettiva delle forme, il soggetto utilizzato, era semplice identificare cosa potesse ricadere sotto il nome di «opera d’arte». Così, la definizione ontologica, anche se rimaneva un dilemma, forniva un certo grado di stabilità, cioè un certo grado di fede in ciò che dovrebbe essere un’opera d’arte, e su ciò che è l’essenza di un’opera d’arte. Nel passaggio dal XIX secolo e il XX secolo, si osserva una profonda krisi che investe molti campi della cultura umana. Tutte le categorie, i paradigmi che sorreggevano sistemi di durata secolare crollano, e naturalmente l’Estetica e l’Arte partecipano alla stessa sorte, e categorie come forma, linea, materia, non sembrano più essere in grado di “giustificare” un’opera d’arte. L’ipotesi che viene avanzata tra le righe di questo breve excursus storico, è che all’interno di questa krisi, avviene una demolizione della categoria che abbiamo menzionato poco sopra: la categoria di sostanza. Ed è proprio in tale momento storico, a cavallo tra i due secoli, che si può notare l’ascesa dell’Arte concettuale e parallelamente l’ascesa del “nuovo” problema ontologico nell’Estetica.

Arte «tradizionale» e Arte «concettuale»

Per stabilire un’opposizione tra ciò che chiamiamo Arte Concettuale e ciò che è l’Arte tradizionalmente intesa, può esser d’aiuto pensare al dualismo idea-apparenza: dove la prima sembra essere la candidata perfetta per occupare lo status metafisico della nuova forma d’Arte sorta dopo questa krisi, mentre la seconda, al contrario, ha definito il campo Estetico sino al momento rivoluzionario che abbiamo fotografato. Ma è facile dubitare, da un lato, che si possa semplicemente usare la categoria dell’ “idea” come sostituto in una teoria ontologica dell’arte, e dall’altro, sembra azzardato il tentativo di porre un oggetto, un’ azione (cioè un apparire) come essenza delle opere d’arte. Ora, è possibile, considerando tutte le premesse esposte, una teoria ontologica capace di rendere conto dell’Arte concettuale in toto?

“All the things I know but of which I am not at the moment thinking 1:36PM. June 15. 1969”, Robert Barry.

Precipitato di una risposta positiva

Partiamo dal caso che una teoria ontologica per l’Arte concettuale sia realizzabile, che la risposta al nostro quesito sia positiva. Un’ontologia estetica non è solo utile per descrivere lo status metafisico di un’opera d’arte, è preziosa perché fornirà gli strumenti per definire, per identificare un’opera d’arte e per apprezzarla come oggetto estetico. Quindi, uno dei punti di forza di tale teoria dedita alla ricerca di un’essenza dell’Arte concettuale, sarebbe ciò che viene chiamata «localizzazione»: cioè, come e dove un’opera d’arte può essere riconosciuta come Arte o come Arte concettuale? Ad esempio, se pensiamo che lo statuto metafisico di un’opera d’arte è l’ idea, risulta giustificato identificare come opere d’arte lavori del calibro di All the things I know but of which I am not at the moment thinking 1:36PM. June 15. 1969. di Robert Barry, o anche Following Piece di Vito Acconci. Un altro importante punto a favore di una risposta positiva alla nostra domanda sarebbe la «definizione»: se abbiamo una solida teoria ontologica, saremmo in grado di definire un certo tipo di opera d’arte, distinguerle tra loro, valutarle, seguendo paradigmi ben definiti. Un esempio potrebbe essere la Fontana di  Marcel Duchamp. Definire una tale opera, «artistica», senza fondare le nostre considerazioni su una teoria essenzialistica dell’Arte concettuale risulterebbe arduo. Ma la localizzazione e la definizione si rivelerebbero concetti aridi senza l’apprezzamento estetico. Come è stato sottolineato poco sopra, una teoria ontologica dell’arte in generale, ma nel nostro caso dell’Arte concettuale, è utile anche perché permette di apprezzare un’opera.

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Si può evincere che «l’apprezzamento» è il terzo punto a favore di una teoria ontologica che possa rendere conto dell’Arte concettuale. Se le nostre linee guida ci portano a identificare e definire un’opera d’arte come quelle che abbiamo menzionato, ne consegue che siamo anche in grado di apprezzarle esteticamente e giudicare, dove siamo chiamati a giudicarne una. Ma anche una definizione positiva dello stato ontologico dell’Arte concettuale possiede degli ostacoli. Per costruire una solida teoria, dovremmo specificarne dettagliatamente le categorie, i paradigmi, che useremo per definire, identificare e quindi apprezzare un’opera d’arte. Anche se riuscissimo a specificare tutto ciò, dovremmo resistere alle obiezioni che ci si presenterebbero ad esempio, nel caso in cui ammettessimo l’idea come essenza dell’Arte Concettuale, l’obiezione alla localizzazione, dove è localizzata tale idea? L’obiezione di «conflazione»: si può replicare la Fontana di Duchamp e affermare che sono uguali? Ma questo non è l’unico problema: una questione più profonda colpirebbe i nostri assunti se volessimo delineare una teoria ontologica da ascrivere all’Arte concettuale, vi potrebbe essere la possibilità di essere “avvelenati”, “stregati”, dai nostri stessi paradigmi, e nel caso in cui una nuova forma d’arte emergesse potremmo non riuscire a percepirla come arte, o viceversa, ammettere che non è arte ciò che abbiamo davanti. Se la nostra conoscenza dell’Estetica in generale, e nello specifico dell’Arte Concettuale rimanesse vincolata a certe categorie specifiche, non faremmo mai progressi nella ricerca e nello studio del regno dell’Estetica. Ora che abbiamo sommariamente vagliato i punti a favore e sfavore di una risposta positiva alla nostra domanda principale, cercheremo di descrivere il caso in cui fossimo d’accordo con una risposta negativa alla nostra questione.

arte concettuale
“Following Piece”, Vito Acconci

Precipitato di una risposta negativa e una nuova questione

 In questo caso, penseremmo che non possa essere definibile una teoria ontologica dell’Arte Concettuale, ed il problema che si presenterebbe sarebbe di primaria importanza. Emergerebbe la questione espressa dalla domanda: come possiamo dire che qualcosa è un’opera d’arte o è esteticamente degno di nota se non possediamo una solida teoria ontologica? È l’esistenza stessa di un’opera d’arte e dell’Estetica che con questo dilemma viene messa in dubbio. Conseguentemente, lo stesso apprezzamento risulterebbe sfocato, o appunto inesistente, e con esso anche la loro identificazione e definizione. Si potrebbe prendere ad esempio, di nuovo, la Fontana di Marcel Duchamp: in che modo potremmo esprimere le sue qualità estetiche, la sua appartenenza al regno dell’Arte, se non abbiamo nessuna teoria che ci aiuti a individuare un’opera d’arte. Non saremmo supportati da nessuna categoria estetica, e soprattutto saremmo indotti a dubitare della sua stessa esistenza estetica. Ai nostri occhi sarebbe un normale orinatoio senza nessuna qualità specifica da apprezzare e da giudicare. Questo si deve ammettere anche per Following piece di Vito Acconci e per le opere di Robert Barry. Non avremmo gli strumenti per riconoscerli come opere d’arte. Ma è giusto sottolineare una caratteristica intrinseca a tale visione negativa: abbiamo affermato che l’Arte Concettuale nasce da una krisi che ha toccato tutti i campi della cultura umana, e abbiamo sostenuto che possiamo collegare questo processo a una crisi della categoria di «sostanza». La categoria di «sostanza», come qualcosa di immobile, fisso, un a priori, non può più fungere da fondamento per teorie o assunzioni. Sembrerebbe che, la ragione per cui debba esserci un precipitato negativo alla nostra questione su un’ontologia dell’Arte concettuale, possa ritrovarsi in una ricerca implicita di un’essenza, una «sostanza», sia essa un’idea, un’azione o una qualche categoria formale. Quando abbiamo chiesto di una teoria ontologica dell’Arte concettuale, abbiamo sempre implicato un «essere». Sembra quasi come fossimo intrappolati, tralasciando molti altri modi di pensare, giudicare e apprezzare l’arte. In definitiva, attraverso la questione sulla possibilità di una teoria ontologica per tale nuova tipologia d’arte, non potrebbe essere questo il caso in cui si debba abbandonare questa idea essenzialistica, aprendo nuove rotte all’interno del campo estetico?

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Raffaele Vallorani

Venuto in questo mondo nell'anno 1996, cresciuto in terre doriche, scelgo e studio filosofia per un amore rovente verso il "complicarsi-la-vita". Passione incontrollata per la settima arte, il teatro e la poesia. La musica come unico tiranno della mia esistenza.

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