Quale amore? Su “Mantieni il bacio” di Massimo Recalcati

A parlare troppo di qualcosa si rischia di scadere in inutili pleonasmi, o peggio, di rendere l’oggetto del discorso un mero orpello retorico, sul quale a chiunque è concesso dire tutto e il contrario di tutto. Ciò accade spesso, soprattutto con i termini che per definizione sono difficilmente definibili. Tra questi, c’è quello di amore, concetto sul quale è più o meno da 2500 anni che ci interroghiamo, senza peraltro venirne a capo.

Parlare d’amore

Nonostante ciò (o forse proprio per questo), i libri sull’amore continuano a essere pubblicati ancora, e ancora, e ancora, senza che ce ne si possa mai saziare. Fu Carmelo Bene una volta a dire, intervistato, che dopo l’Ulisse di James Joyce la letteratura sarebbe dovuta finire, e che nessun romanzo avrebbe più toccato vette così alte. Di certo sbagliava – grazie a Dio, sbagliava. Se così fosse stato, poco ma sicuro che la nostra esistenza sarebbe stata un tantino più grigia, un tantino più dolorosa senza i vari Roth, Steinbeck, Frazen, Foster Wallace, McEwan eccetera che la storia ha gentilmente partorito. Comunque, è certo che ad ascoltare Carmelo Bene si sarebbe risparmiato un sacco di inchiostro.

Ma nemmeno questo, poi, è un discorso che può dirsi concreto. In fondo, ogni vetta presuppone una valle, un pendio, un declivio, e, fuor di metafora, potremmo benissimo immaginare, anzi, possiamo di certo dire che senza una buona dose di mediocrità, l’eccellenza rimarrebbe monca, forse inesistente.

Detto ciò, come e dove collocare il nuovo libro di Massimo Recalcati, Mantieni il bacio? Uscito per Feltrinelli da non più di due settimane, il libro è, come Recalcati stesso dichiara, una sorta di canovaccio delle lezioni televisive andate in onda su Rai3 lo scorso anno, lezioni che prendevano il nome di Lessico amoroso. Recalcati, insomma, parlava avendo in mente quanto trovate nel libro. E di fatto, nonostante il più accattivante, e retorico, titolo che ora ha assunto il volume, Mantieni il bacio è un lessico amoroso, un breviario costruito soprattutto sul filone della pensiero psicanalitico ‘900, e che tenta di fare quella cosa che tanto piace a chi si occupa di concetti: definire. Definire in senso lato, s’intende.

Lessico amoroso

Così, nel testo si ritrovano sgranati lungo i nove capitoletti che lo compongono tutti i termini, o i concetti, che contribuiscono in qualche modo a definire il più ampio fenomeno dell’amore. C’è La promessa, poi Il desiderio, I figli, il Tradimento e perdono, La violenza, La separazione, ed infine (poteva essere altrimenti?) L’amore che dura

Tutto il saggio, almeno così sembra, si gioca sul conflitto fra durata e presenza, fra la dimensione del mantenimento, della costanza, della coltivazione di un gesto o sentimento che per natura tende ad affievolirsi man mano che il tempo passa, e la dimensione dell’immediato, del godimento subitaneo, del desiderio che cerca appagamento. Da qui il titolo: mantenere il bacio, oltre ad essere mutuato da una situazione pragmatica (Recalcati che fa pilates e a lezione si sente dire dall’istruttrice, nel corso di un esercizio: «”Massimo”, mi diceva seriamente, “mantieni il baco”» (sic.)), è l’eterno auspicio di ogni amore che pretende di durare: spento il desiderio, si apre (o dovrebbe aprirsi) la dimensione della quieta durata che svincola l’amore dai legami con la carne. Puro bacio.

Retorica d’amore

Va bene. Diciamocelo, però: il saggio è un po’ retorico, dice poco di veramente interessante, o poco che non sia stato già detto (e non dal più sconosciuto degli psicanalisti della scuola lacaniana, ma dai grandi della letteratura, che si leggono fra i banchi di scuola, che si trovano in edicola col Corriere), e, spesso, incappa in quello che è stato chiamato “lo stile-Citati”, quello stile «dolciastro, compiaciuto, retorico, ma pieno di un solenne afflato umanistico», teleologicamente orientato alla commozione del lettore. Tralasciando la trashissima introduzione, che gioca sull’ambivalenza, bavosa, del sostantivo lingua, per cui baciarsi con la lingua è scambiarsi una lingua, è parlare una lingua, ecco un paio di esempi:

«Gli amanti scavano il loro nascondiglio, la loro pace nella guerra, nell’infinito dolore dell’essere. Quanto si baciano spengono il rumore del mondo, infrangono la sua legge, sequestrano il tempo dal suo movimento ordinario. Cadono insieme nelle loro lingue distinte e abbracciate»

«La sua vita [del figlio] mi impone una responsabilità illimitata, senza termine, inesauribile. Impone al Due un altro tempo, un altro mondo, un’altra vita. In questo senso la nascita di un figlio implica sempre un decentramento nella vita dei sui genitori; offre allo scorrere del tempo una profondità differente, rafforza un avvenire che trascende la vita dei Due; il tempo non coincide più con il nostro tempo, la vita non coincide più con la vita dei Due»

È chiaro, poi, che questo periodare tracimante di nomi con la maiuscola (Vita, Due, Io, Noi, Amore ecc.) si presti facilmente ad essere parodiato (vedi Crozza, che, usa pari pari (per chi ha letto il libro e\o seguito Lessico amoroso la cosa è evidente) i termini usati da Recalcati).

Quale amore?

Tutto questo non per dir male di Recalcati, che è un ottimo intellettuale ed ha scritto parecchio di interessante (ad es. L’ora di lezione, Il complesso di Telemaco ecc.), ma perché il fatto che Mantieni il bacio sia primo in classifica fra i libri venduti è sintomatico. Di cosa? Forse di una mancanza, di un vuoto lasciato da una parolina sulla bocca di tutti, ma che resta senza contenuto, e che sempre resterà senza contenuto, se non altro perché qualsiasi contenuto che le si voglia dare è deficiente rispetto alle nostre pretese. Non possiamo saziare il nostro appetito di dolci leggendo un libro di ricette. Bisogna riflettere sul perché sentiamo tanto questa mancanza, e sul perché ci lasciamo attirare, in modo compulsivo, da questi saggi di livello, diciamocelo, non altissimo. Già Raymond Carver se lo chiedeva, e rispondeva al suo noto Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? tralasciando la via della definizione, ma attraverso la via concreta del racconto, della vita vissuta. Oppure, come voleva Platone, gli elogi di Eros non possono che restare argomento da simposio, nel discorso folle, sciolto dagli effetti del vino. Quale amore, dunque? Sempre e ancora una volta quello che scansa ogni presa concettuale. 

Giovanni Fava

23 anni, studente di Filosofia presso l'Università di Bologna.
Giovanni Fava
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