Quando Jeremy Corbyn andò a Glastonbury

Quando si parla di festival musicali gli inglesi giocano una partita tutta loro. Sfidarli sul campo di battaglia non sarebbe solo stupido, sarebbe inutile, perché il concetto di festival inglese si muove in un terreno unico e irripetibile tra lo scomodo e l’ostico: è rozzo, sporco, lontano dal mare, lontano dal sole, così fuori dalle logiche social che il giornalista Tobia D’Onofrio commentava su Repubblica: «se ti metti a girare un video con il telefonino, ti sentirai immediatamente gli occhi puntati addosso, rischiando di essere sbeffeggiato con frasi come: ma guardalo, il turista!». Eppure sembra proprio che il fascino di questi luoghi continui ad aumentare.

Giugno, per gli amanti dei festival musicali, è sinonimo di una cosa sola: Glastonbury Festival of Contemporary Performing Arts. Il genio dietro a questo appuntamento, ormai punta di diamante nel panorama musicale inglese, è Michael Eavis, classe 1935, ex lattaio del Somerset, che ha l’intuizione di trasformare la propria fattoria in un piccolo evento dedicato non solo alla musica, ma a tutte quelle discipline artistiche «che nobilitano l’anima e il cuore degli esseri umani». Leggenda narra che il biglietto di ingresso per la prima edizione costasse solo una sterlina: oggi entrare al nuovo, mastodontico, Glastobury non solo è carissimo, è anche molto difficile, in parte a causa della rigida pre-selezione nel momento dell’acquisto, in parte perché l’evento finisce sold-out nel giro di pochi minuti.

L’edizione 2017, iniziata il 21 giugno, ha ospitato – tra musicisti e rock-star – anche il leader del partito laburista inglese Jeremy Corbyn. Leggere sui giornali di tutto il mondo che un uomo politico di oltre sessant’anni è stato accolto sul palco più rock in circolazione con cori festosi a suo favore, lacrime di commozione ed entusiasmo diffuso, è qualcosa che nell’era dell’anti-politica rischia di lasciare il lettore un po’ destabilizzato, sicuramente stupito (piacevolmente, si spera).

Fonte: La Stampa

Corbyn, invitato da Eavis in persona che lo ha definito senza paura «eroe dei nostri tempi», ha aperto l’esibizione del duo americano Run de Jewels, formato dal rapper El-P e da Killer Mike, supporter del democratico Bernie Sanders alle presidenziali statunitensi del 2016, ora sceso in campo a fianco proprio di Jeremy Corbyn.

Il leader Labour ha parlato di diseguaglianze, di elites che iniziano a farsi i conti sbagliati, di poveri sempre più poveri, ha parlato del desiderio di cooperazione, di pace fra culture differenti, tutto ciò non trattenendo le frecciatine nei confronti del presidente Trump, al grido di «build bridges not walls!». E lo fa con quella sicurezza, quell’autenticità, quella passione controcorrente che ricorda il Corbyn ribelle dello slogan «un orto per tutti».

Il leader romanticamente ribelle della sinistra fuori moda, vegetariano, astemio, che indossa sempre la maglia della salute, che porta una ben visibile biro nel taschino della camicia, che non possiede una macchina e che gira in bicicletta, è in grado di trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni, ancora un brivido di speranza e passione politica di cui si sente disperatamente bisogno.

Glastonbury ama Jeremy Corbyn. E lo ha dimostrato forse in modo ancora più impressionante anche il giorno precedente durante il concerto dei Radiohead, quando un coro di decine di migliaia di persone ha intonato sulle note di Seven Nation Army «Oh Jeremy Corbyn». Jeremy Corbyn ama Glastonbury. Forse per il suo essere cool, scomodo e fuori dagli schemi, forse per la stima che lo lega a Michael Eavis (nota: Eavis è storicamente vicino al Labour, nel 1997 diventò candidato per il partito nella circoscrizione elettorale del Wells guadagnando 10.204 voti, che per molti anni rimase il miglior risultato ottenuto dal partito), forse perché è proprio il popolo giovane del festival l’asso nella manica della sua rimonta nelle ultime elezioni.

Gli amanti della politica che guarda a sinistra, i romantici per definizione, i sognatori, i partiti  che lottano contro tutte le forme di disuguaglianza amano (o almeno dovrebbero) Jeremy Corbyn proprio perché, per citare le sue parole di ieri, «la politica è una cosa che riguarda la vita di tutti i giorni. È qualcosa che ci riguarda tutti: quello che sogniamo, quello che vogliamo, quello che realizziamo e quello che vogliamo per tutti gli altri».

di Agnese Zappalà

 

Fonte fotografia: The Independent

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