Reduci del Redentore a Venezia: racconti dall’ “off”

Il weekend appena passato ha visto addensarsi una fitta nube di gente sulla piccola isola di Venezia. Oltre ai soliti, ipercitati, problematici turisti, tanti veneti e non si sono mossi verso il capoluogo per la festa del Redentore. Ogni anno, dal 1577, la terza domenica di luglio si celebra la liberazione dalla peste. La chiesa del Redentore in Giudecca fu eretta come ex voto per il riscatto dal flagello e commissionata al Palladio. Come si confà a ogni celebrazione degna di questo nome, l’occasione catalizza la voluttà, e si condisce di simposi che iniziano con l’aperitivo e si concludono solo dopo litri di vino e situazioni degenerate e di potenziale ulteriore degenero.

Di ufficiale per la festa del Redentore c’è l’inizio dei festeggiamenti con la benedizione del patriarca di Venezia, sulle gradinate del Redentore al momento dell’inaugurazione del ponte, il sabato che precede la terza domenica del mese. Poi la processione in Giudecca. Seguono tre celebrazioni eucaristiche tra il sabato e la domenica. Tre regate di imbarcazioni tipiche veneziane attraggono il giorno successivo una esondante folla di turisti.

Redentore

Fonte: it.wikipedia.org

Il terreno viene preparato giorni prima, a colpi di strategiche azioni intimidatorie. I fuochi d’artificio celebratori (di cui peraltro si ignora l’esatto momento d’inizio, essendo tutta la popolazione astante solitamente troppo ubriaca per leggere le lancette dell’orologio) vengono sparati sul bacino di San Marco, non lontano da Zattere e dalla Giudecca, l’isola en face alla pancia del “pesce” (Venezia è un pesce). Il tratto di mare che separa le due località è breve, coperto in questi giorni da un ponte che collega la chiesa del Redentore in Giudecca con le Zattere all’altezza della Chiesa dello Spirito Santo.

Sta di fatto che, per godere della migliore visuale possibile dello spettacolo pirotecnico, il popolo veneziano si “riserva” con largo anticipo un posto sull’una o sull’altra riva, contornando con lo scotch l’area “occupata”. Quindi il posto è prenotato e il galateo vuole che solo uragani, tornado o maremoti possano divellere quel sottile nastro adesivo dal punto in cui, per virtuoso e rispettato gioco d’anticipo, è stato apposto da un gruppo piuttosto che da un altro.

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In realtà, per chi si accontenta della piccionaia, ci sono spazi meno ambiti e più accessibili da cui vedere i fuochi. Sant’Elena (la coda del pesce) e il Lido, ad esempio, sono valide alternative, certo meno suggestive e vicine, ma comunque accettabili per gli improvvisatori dell’ultimo minuto. Anche qui però giocare d’anticipo premia con le migliori postazioni. A Sant’Elena è pieno di giovani, prevalentemente stesi per terra con qualche telo, le casse e provviste di vino e birra che basterebbero per l’inverno.

I gruppi di veneziani autentici si distinguono dagli studenti perché arrivano con le barche e scaricano tavoloni in legno, impianti fonici, cassoni di birra e una selezione di superalcolici che fa commuovere. Quando i picnic cominciano, la gente è rossa e bruciata per l’attesa sotto il sole del pomeriggio a tenersi stretto il suo posto, tra il caldo e le zanzare. A Sant’Elena è disgraziatamente pieno di zanzare. Ci si sposta tra i tavoli e i teli, cantando e bevendo e ballando.

C’è anche qualche bambino che scorrazza e bravi operatori che distribuiscono sacchi della Veritas per raccogliere la spazzatura. I respiri si rilassano e i toni iniziano ad andare a singhiozzo, ora altissimi all’apice dell’ubriachezza, ora trascinati, distorti da una percezione del tempo sempre più surreale. Le zanzare si placano, o perlomeno le loro vittime perdono sensibilità e interesse al prurito delle loro punture. Iniziano i fuochi, all’improvviso, e ce li si perde sempre alla partenza. Quatti quatti, non danno un segno per far voltare il popolo brillo. Anche la loro durata non è mai definita con precisione nelle leggende metropolitane. Si rincorrono canti in sottofondo e urla e lunghe esclamazioni vocaliche dei bimbi all’anagrafe e dei bimbi che bambini lo restano sempre.

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Il tempo passa senza che si sappia, ma alla fine anche i fuochi si arrendono, e lasciano spazio al dj set. Come da manuale, è tra mezzanotte e l’una che comincia il dj set. Venezia inizia a gorgogliare di quegli agognati party che non scuce mai durante l’anno. Ce ne sono ai Giardini della Biennale, e in posti più e meno esclusivi quasi ovunque sull’isola. Ma quelli più estremi, che sanno di estati al mare continuamente fuori rotta, sono tutti al Lido.

Il Lido di Venezia è una striscia di terra lunga e stretta, con una passeggiata sul lato che dà verso il “pesce” e la terraferma, e tutta spiaggia sul lato opposto. È la località balneare dei veneziani, che ci fanno scorrazzare i bambini e affittano mini casette per l’estate, sorseggiando spritz e sciorinando “erre” arrotolate in faccia a giornate che muoiono in mare. Il Lido è un posto ideale per concludere il Redentore. Si affolla di personalità tra le più varie, che attaccano musiche impudiche, techno e tekno, in casse enormi, di fronte a una spiaggia di campeggiatori improvvisati. Tende Quechua di fronte a un cielo e a un mare nerissimi, con onde alte e schiumose e infinite.

Tira un vento fortissimo al Lido e fa freddo. Ma i ballatori e i passeggiatori e gli schiamazzatori sono giovani e non si stancano mai. Aspettano il sole che sorge e l’apertura di quel bar che conosce bene l’andazzo, e già ha raddoppiato i prezzi dei beni di prima necessità. Quattro euro per una bottiglietta d’acqua e una brioche non si possono sentire, ma tanto che vuoi che importi a loro, a quelli della notte, che fanno colazione con pizza e gin tonic.

 

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