Referendum sulle trivelle,
facciamo chiarezza

Fonte: greenpeace.org

Fonte: greenpeace.org

Il prossimo 17 aprile i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per votare nel referendum sulle trivellazioni, in un clima di disinformazione e aperto sabotaggio: il Governo non ha optato per l’election day ed il Partito Democratico ha invitato ufficialmente i propri elettori a disertare le urne.

Abbiamo pertanto ritenuto utile affrontare una per una tutte le questioni sollevate nel dibattito pubblico di queste settimane, per aiutare i nostri lettori ad esercitare un voto consapevole.

SU CHE COSA SI VOTA?  Nel settembre 2015 dieci regioni italiane hanno presentato alla Corte di Cassazione sei quesiti referendari, finalizzati all’abrogazione dell’articolo 35 del “Decreto sviluppo” del Governo Monti, di alcune parti dell’articolo 38 del decreto “Sblocca Italia” del Governo Renzi (che affermava il carattere strategico nazionale della ricerca e dell’estrazione degli idrocarburi e semplificava gli iter amministrativi previsti per il rilascio delle autorizzazioni, rendendo puramente consultivo il parere delle Regioni) e di alcuni provvedimenti specifici sulla concessione dei titoli minerari contenuti nella legge 239/2004.

L’8 gennaio 2016 la Cassazione si è espressa, ammettendo (alla luce delle novità presenti nella Legge di Stabilità 2016, che segnano un passo indietro del Governo rispetto allo Sblocca Italia: per un’analisi più approfondita della cronistoria del referendum si rimanda a questo articolo di Valigia Blu) un solo quesito, che recita:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?”»

Ciò che il quesito chiede è la cancellazione della norma, presente nella Legge di Stabilità 2016 del Governo Renzi, che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante non sia più possibile richiedere in futuro nuove concessioni entro le 12 miglia (come stabilito dal “Decreto Sviluppo” del Governo Monti nel 2012 e ribadito nella Legge di Stabilità 2016), le attività di ricerca e di estrazione già in corso o il cui iter amministrativo è iniziato prima del 20 giugno 2010 (quando è entrato in vigore il “Decreto Prestigiacomo”, che introduceva il limite delle 12 miglia dalle aree marine e costiere protette) non andrebbero più a scadenza secondo i contratti precedentemente stipulati e continuerebbero ad operare fino ad esaurimento dei giacimenti. Le piattaforme entro le 12 miglia coinvolte nel quesito sono 92, 48 delle quali in attività (39 gas metano, 9 petrolio), per un totale di 21 concessioni rilasciate alle società operanti.

SIGNIFICATO POLITICO DEL REFERENDUM – Nonostante l’eventuale vittoria del Sì non porti alla fine immediata delle attività di ricerca ed estrazione nel Mar Mediterraneo, il suo significato politico sarebbe molto forte: nessun Governo potrebbe infatti modificare, in futuro, la norma sul divieto delle attività entro le 12 miglia marine, pena l’illegittimità costituzionale delle nuove norme. La vittoria del Sì non inciderebbe direttamente sulla politica energetica del Governo, in vista di una svolta dagli idrocarburi alle fonti rinnovabili, ma metterebbe una pietra tombale sulla strategia energetica fondata sulle fonti fossili e la “pubblica utilità” delle attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi: i Governi del futuro non potrebbero non tenerne conto, in sede di progettazione delle politiche energetiche, e questo aprirebbe la strada alle fonti rinnovabili.

Una vittoria del Sì, soprattutto, spingerebbe l’Italia nella direzione indicata dal recente COP21 di Parigi, dove i delegati di 185 Paesi (tra cui il nostro) hanno firmato un documento che impegna gli Stati a fare tutto il necessario per contenere l’innalzamento di temperatura entro 2 C° da oggi al 2021.

INQUINAMENTO AMBIENTALE – La questione dell’inquinamento ambientale non è limitata esclusivamente ai possibili disastri naturali derivanti dalla fuoriuscita incontrollata di idrocarburi, come nel caso dell’incendio della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico: l’attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi, infatti, ha come effetti collaterali un forte impatto sull’ecosistema marino (la tecnica dell’Air gun interferisce con le comunicazioni dei cetacei e provoca danni irreversibili ai loro organismi) ed il rilascio nel mare di ingenti volumi di “acque di produzione”, residuo delle attività di estrazione degli idrocarburi.

Nei giacimenti presenti sotto il fondale marino si accumulano infatti ingenti volumi di acqua, chiamate “acque di formazione” che stanno millenni a contatto con gli idrocarburi e vengono irrimediabilmente contaminate. Per aumentare la pressione dei giacimenti e facilitare la risalita del petrolio e del metano, gli operai delle piattaforme iniettano ulteriori volumi di acqua nei pozzi, le cosiddette “acque di processo”.

Le “acque di formazione” e di “processo” formano, insieme, le “acque di produzione”: estratte insieme agli idrocarburi, vengono poi trattate negli impianti di depurazione e successivamente re-iniettate in unità geologiche profonde o sversate direttamente nel mare. Nonostante i processi di depurazione, nelle acque di produzione restano tracce rilevanti di idrocarburi, metalli pesanti (cromo, nichel, piombo, cadmio, ecc.), particolato organico e radioisotopi: tutte sostanze inquinanti, e alcune di esse anche cancerogene. Recentemente GreenPeace ha pubblicato uno studio sull’impatto ambientale delle piattaforme, basato sui dati ottenuti dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in cui viene mostrato come nel 70% dei casi i sedimenti ed i mitili analizzati presentano livelli di concentrazione di almeno una sostanza inquinante superiore agli Standard di Qualità Ambientale.

CATASTROFE OCCUPAZIONALE? – Uno degli argomenti prediletti dei detrattori del referendum è che, se vincesse il Sì, l’impatto sull’occupazione italiana sarebbe devastante: numerose imprese dell’indotto Oil&Gas sarebbero costrette a chiudere e migliaia di lavoratori perderebbero la propria occupazione. La previsione appare eccessivamente catastrofica: delle 21 concessioni coinvolte nel referendum, una scade tra due anni, cinque tra cinque anni e le restanti quindici in un periodo compreso tra 10 e 20 anni. Non ci sarebbe, pertanto, alcun impatto occupazionale immediato, e nessun occupato perderebbe il proprio posto di lavoro dall’oggi al domani.

Le piattaforme cesserebbero la loro attività alla scadenza naturale delle concessioni, ma se il Governo avesse la volontà politica potrebbe elaborare un piano nazionale di riconversione aziendale delle imprese dell’indotto Oil&Gas nel settore delle fonti rinnovabili e di riconversione occupazionale dei lavoratori delle piattaforme in tale settore. Una questione di strategia energetica, che il Governo Renzi ha purtroppo dimostrato di affrontare con un approccio fondato sulle fonti fossili che appartiene ormai al passato e che sarebbe l’ora di lasciarci alle spalle, al più presto.

Il referendum del 17 aprile è un’ottima occasione per farlo.

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