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Le altre Resistenze

Storie di Resistenza civile e disarmata

9 minuti di lettura

Definire cosa sia stato l’eroismo nel Novecento è impresa difficile. Entro la metà del secolo le nazioni avevano già dispiegato tutto il loro disastroso potenziale facendo implodere le aspettative positiviste in una nuvola di disillusioni. Nel secondo dopoguerra la nostra neonata Repubblica, traballante esito di una quasi biennale guerra civile e di ventennio di dittatura, non poteva permettersi di esitare su quali sarebbero stati gli eroi e le eroine da battezzare accanto a quelli dell’indipendenza ottocentesca e del primo conflitto mondiale: i partigiani. Nonostante il revisionismo ancora montante di chi denigra o sminuisce la Resistenza – incurante del fatto che molti orrori non sarebbero avvenuti se in quella guerra il benamato Testone non ci avesse trascinato – la lotta partigiana è tra le fasi della nostra storia più ricche di eroi e di leggende familiari. Tuttavia, anche in questo ambito, è facile rendersi conto che per qualche decennio sia stata una figura piuttosto precisa a monopolizzare l’attenzione e le narrazioni: il combattente armato nei boschi e sulle montagne, uomo, giovane, un po’ selvaggio e forse bello.

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Le motivazioni non sono difficili da ricercare: è impossibile negarne il fascino sull’immaginario, la facilità ad essere romanzato, per non parlare del fatto che le testimonianze, reali o fittizie, sui due anni di guerra civile in Italia siano state prodotte in grandissima maggioranza da uomini. Il partigiano-combattente corrisponde all’archetipo del maschio guerriero profondamente radicato nella nostra cultura. Le commissioni per il riconoscimento delle qualifiche dei partigiani – istituite il 21 agosto 1945 e finalizzate soprattutto all’elargizione di ricompense, individuarono 150.000 partigiani uomini di fronte a sole 35.000 donne: il criterio principale per l’inserimento negli elenchi era la continuità di partecipazione alla lotta (per tre o sei mesi a seconda del caso), molto più facile da riconoscere agli uomini aderenti allo stereotipo eroico, che a un certo punto avevano lasciato casa per ritornarci, forse, a guerra finita.

Le donne erano per molte famiglie le uniche componenti ad essere rimaste a casa negli anni del conflitto, a curare le attività quotidiane ed economiche, mentre gli uomini erano in guerra, o nascosti perché combattenti partigiani, fuggiti perché disertori, morti o dispersi. Nello stereotipo della donna-angelo del focolare trovava parte del suo appoggio lo stigma (sostenuto non di rado anche dagli stessi compagni di lotta) nei confronti di quelle che di univano stabilmente al combattimento clandestino, criticate per aver «abbandonato il focolare per impegnarsi nella guerra partigiana, che implica convivenza, promiscuità, assenza di controllo parentale». Per fortuna negli ultimi anni abbiamo assistito ad una ripresa della narrativa partigiana femminile, finalmente capace di non limitare il ruolo di ragazze e donne solo a staffette in bicicletta o materne crocerossine per eroi feriti. Le donne hanno combattuto e hanno sofferto, nella maggior parte dei casi a contatto ancora più stretto con gli occupatori e i loro alleati. E dunque a rischio più costante.

Altrettanto importante da tenere a mente è che la Resistenza non fu solo combattimento, e ricordarlo è la miglior forma di rispetto nei confronti di chi per la libertà soffrì o perse la vita – accanto ai nostri sforzi affinché tali sacrifici non siano stati vani.

Testimonianze, comunicazioni interne e opuscoli spalancano un mondo di lotta partigiana alternativa. Si sente talvolta parlare di Resistenza “passiva”, ma è un attributo impreciso: se proprio abbiamo bisogno di categorizzarla, parliamo di Resistenza civile o disarmata. Si tratta di tutte quelle azioni alternative o complementari al combattimento armato compiute sul territorio, che, come vedremo, per loro natura, erano attuabili da una fascia di popolazione ben più ampia dei soli maschi guerrieri. In pratica, uno sforzo alla portata di quasi tutti e non solo di chi era nel pieno delle forze e aveva la possibilità di abbandonare i familiari, i campi o le bestie per un lungo periodo di tempo. A resistere contro l’occupazione potevano essere operai e lavoratori in qualsiasi tipo di fabbrica, officina e laboratorio: circolavano clandestinamente istruzioni precise per inceppare i macchinari più diffusi, far usurare gli strumenti molto più rapidamente del previsto, sprecare materiali. Si consigliava di mischiare pezzi buoni a quelli scartati e viceversa, di rendere inutilizzabili i lubrificanti, addirittura di approfittare del disordine durante i bombardamenti vicini alle fabbriche in cui si lavorava per danneggiare i macchinari prima di correre al riparo. Dai dirigenti agli operai meno specializzati, ognuno poteva fare la sua parte per rallentare o addirittura bloccare per giorni il meccanismo delle industrie italiane occupate, che destinavano la loro produzione all’ultimo spasmo bellico nazista. E in aggiunta a tutto questo non dobbiamo dimenticare l’enorme peso che ebbero gli scioperi, che lasciarono sul terreno non poche vittime.

Le comunicazioni erano un altro obiettivo estremamente sensibile, ancor più “popolare”. «Molte officine che lavorano per il nemico», recita un opuscolo che circolava a Roma dalla fine del 1943, «sono state messe fuori combattimento dal primo venuto che si trovava a 10 km di distanza». In che modo? Lo stesso manualetto spiega con precisione le tecniche migliori per lanciare filo di ferro sui cavi dell’alta tensione, mettendone due in contatto e generando un cortocircuito capace di bloccare intere fabbriche finché gli elettricisti non avrebbero trovato il luogo del misfatto, con a disposizione tanto tempo per scappare o nascondersi tra i cespugli e godersi lo spettacolo.

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Anche le linee ferroviarie destinate al trasporto di merci e truppe erano un bersaglio tanto facile quanto strategico: mentre i macchinisti responsabili dei treni avevano la possibilità di fingere più cautele del dovuto per rallentare le consegne dei carichi, chiunque poteva manomettere gli scambi, invertire cartelli, bucare serbatoi. Stesso discorso valeva per il trasporto su strada, per cui si spiegava dettagliatamente quali parti del sistema elettrico di automobili e camion fossero le più sensibili o difficili da sostituire.

Sabotare produzioni, comunicazioni e trasporti aveva dunque lo stesso peso, se non molto di più, rispetto ai colpi sparati dai partigiani armati. Compiere una rappresaglia diventava molto più complesso, figurarsi rintracciare un gruppo di ragazzini che ore prima avevano lanciato del fil di ferro sui cavi dell’alta tensione. Per questo la festa del 25 aprile, con le sue Liberazioni, diventa la vittoria di un popolo e non di un esercito, una festa di eroismo popolare. L’unico limite alla Resistenza era e sarà sempre la creatività degli occupati, degli idealisti, dei Liberi.

Per saperne di più: Cristiano Armati (a cura di), Il libretto rosso dei partigiani, LIT, 2011.

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Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole, montagne, musei e drink dai nomi bizzarri. Specializzato in storia economica, sociale e culturale del Medioevo, interessato a un po' troppe cose. Credo nel ruolo sociale dell'umanesimo e mi turba chi si prende sempre sul serio. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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