Restituzioni museali

Perché le restituzioni museali sono ancora oggetto di dibattito?

Tra oggetti in esilio e memorie contese: qual è il destino dell’arte nel mondo postcoloniale?
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Dai marmi di Elgin ai bronzi del Benin, quello delle restituzioni museali è un dibattito che nasce ufficialmente settant’anni fa e che fa ancora molto discutere esperti e politica. Ma quello che agli occhi dei più potrebbe sembrare un’azione semplice e giusta, ovvero la restituzione ai Paesi colonizzati e depredati dei propri beni, porta con sé aspetti giuridici, culturali e sociali complessi.

Le ragioni dei musei universali

I principali sostenitori della parte contraria alle restituzioni museali sono i cosiddetti musei universali, conosciuti anche come musei enciclopedici (termine coniato tra la metà degli anni Novanta e i primi 2000), strascico delle antenate Wunderkammer. Un partito molto corposo di musei universali, infatti, articola forti motivazioni contro le restituzioni, appellandosi al carattere didattico e, appunto, enciclopedico, di molti musei del XVIII e XIX secolo, ormai punti di riferimento per la cultura in cui si sono inseriti, con una missione etica di apertura, incontro, tolleranza e integrazione. I musei universali si oppongono dunque alle restituzioni tout court, sostenendo il diritto e l’importanza di mostrare la totalità dei beni del mondo e la loro diversità, con l’intento di favorire un dialogo multiculturale e una sensibilizzazione delle popolazioni occidentali.

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James Cuno è considerato il rappresentante dei musei enciclopedici. Presidente e CEO del Paul Getty Museum dal 2011 al 2021, Cuno esprime le sue tesi nella raccolta di saggi Whose Culture? (James Cuno on Museums: The Case Against Repatriating Artifacts). Secondo Cuno, il termine “rimpatriare” è sbagliato perché basato sull’idea che le opere d’arte abbiano una casa e non siano quindi universali. Il senso del museo enciclopedico è invece quello di superare preconcetti e di stimolare contatti e conoscenze parallele. Il contesto originale non sarebbe comunque replicabile, e il museo permette nuove riflessioni, ovunque esso si trovi. Non sarebbe, dunque, secondo l’esperto, una perpetuazione dello sguardo dominante colonialista, come invece viene spesso rimproverato a questa tipologia di spazi espositivi.

Sull’onda del dibattito delle restituzioni vi sono state diverse iniziative per dare voce ai musei universali. Una di queste è Beyond Compare: Art from Africa in the Bode-Museum (21 ottobre 2017 – 24 novembre 2019), mostra in cui oggetti occidentali e oggetti esotici/etnologici sono in dialogo stretto e immediato, con assonanze e dissonanze puramente formali.

Restituzioni
Fonte: commons.wikimedia.org

Ciò non significa che tutti i musei universali agiscano in un’ottica di acquisto ed esibizione senza studio o riflessioni a monte legate all’origine delle opere. Dal 1998, ad esempio, spinto dalla Conferenza di Washington dello stesso anno, concentrata sulle opere sottratte dal Nazionalsocialismo a proprietari ebrei, e dalle linee guida della AAM e AMD (Agenzia Dogane e Monopoli), il Museum of Fine Arts di Boston, più volte al centro di dibattiti in materia di restituzioni, ha avviato ricerche sistematiche sulla provenienza delle proprie collezioni e relative restituzioni e ha istituito la figura del curatore della provenienza.

La colpa irrilevante e la difficile questione della proprietà

Un elemento che aggiunge complessità a una questione già intricata è il cosiddetto “Principio della colpa”, che nel caso delle restituzioni museali è da considerarsi irrilevante nella normativa generale. Infatti, di norma, in caso di furto o sottrazione/vendita illecita o poco chiara, il proprietario rimane quello originale, vittima dell’illecito, anche se le cessioni successive sono legali e legittime. Importante è anche tenere conto del fatto che, negli anni, il concetto di bene culturale si è fortemente ampliato, così come quello di proprietà del bene, che può appartenere a un privato, ma anche a una nazione o una comunità. Nei beni culturali il discorso quindi si complica, perché è difficile definire la proprietà, in quanto i beni non appartengono solo ai musei o agli enti, ma a tutti i cittadini, e non solo ai cittadini del Paese in cui si trova il museo, ma ai cittadini del mondo. Il museo statale, per sua natura, non può disporre liberamente dei propri beni. L’importanza culturale e la testimonianza dei beni dilata il senso di proprietà e appartenenza: tutti dobbiamo sentirci responsabili della sorte di questi oggetti. Tale dilatazione favorirebbe la non restituzione, in quanto la proprietà è estesa.

L’UNESCO e la Convenzione de L’Aia

Il primo atto legislativo a favore della restituzione è la Convenzione de L’Aia del 1954, primo documento internazionale specificatamente per i beni culturali. Questa convenzione definisce ciò che si ritiene essere bene culturale e si riferisce ai beni culturali a rischio all’interno o come conseguenza di un conflitto bellico. La Convenzione de L’Aia è stata ampliata da due protocolli che hanno cercato di definire più precisamente e in maniera estesa il problema.

Fonte: commons.wikimedia.org

È fondamentale specificare, anche per dare più chiaramente un quadro della complessità della materia, che le convenzioni stilate non sono da considerarsi retroattive, dunque non possono imporre a nessun museo o Stato la restituzione di beni sottratti prima dell’entrata in vigore delle convenzioni.
Quest’ultime, inoltre, sono tutte promosse dall’UNESCO (United Nation Educational, Scientific and Cultural Organization). Nata dopo la Seconda Guerra Mondiale – l’UNESCO venne istituita a Parigi il 4 novembre 1946 –, è una meta-organizzazione che coordina, appoggia e promuove lo sviluppo e la valorizzazione dei siti e delle attività educative, scientifiche e culturali, nella convinzione che il dialogo tra i popoli e le nazioni costituisca il presupposto per prevenire nuovi conflitti.
L’UNESCO stesso ha chiesto a UNIDROIT (Istituto internazionale per l’unificazione del diritto privato) di redigere un documento più incisivo rispetto al precedente protocollo sui traffici illeciti e sulle esportazioni, poiché la normativa esistente si stava dimostrando limitata di fronte al crescente numero di questioni in materia di restituzioni. La convenzione UNIDROIT è ancora oggi la più efficace per la restituzione dei beni, in particolare di quelli rimossi in seguito a furto, esportazione illecita e scavi clandestini.

Uscire dalla visione eurocentrica per una decolonizzazione reale

Dagli anni Settanta del XX secolo, nella cultura occidentale si va affermando una visione meno eurocentrica – termine che intende non solo i Paesi del Vecchio Continente, ma tutto l’Occidente, Stati Uniti compresi. Nel campo dei beni culturali, si iniziano a vedere i cosiddetti Market States (coloro che posseggono e trattengono i beni di altri Stati) assumere un atteggiamento più aperto e meno aggressivo nei confronti dei Source States (gli Stati fonte, vittime di spoliazione: colonie, Paesi o popolazioni invasi e sopraffatti, le cui testimonianze sono state oggetto di distruzione o di furto).

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La decolonizzazione che parte dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, coinvolge sempre più beni utili alla definizione dell’identità culturale e nazionale dei nuovi Stati indipendenti. La nuova consapevolezza è accentuata dalla globalizzazione e dall’apertura delle frontiere fisiche e ideologiche – basti pensare al crollo del muro di Berlino e alle Primavere arabe. Si diventa però consapevoli del valore anche economico che il bene culturale porta mediante il turismo, per cui non è più solo un valore identitario e culturale. La questione economica entra ampiamente a far parte del dibattito sulle restituzioni da entrambi gli schieramenti. La globalizzazione da una parte ha permesso ai visitatori di muoversi molto di più, più liberamente e a più ampio raggio, dall’altra ha fatto rendere conto ai direttori dei musei che i beni culturali non sono inesauribili e che, dunque, privarsi di un bene per restituirlo alla nazione di provenienza potrebbe voler dire non possedere mai più nulla del genere.

Sempre a partire dagli anni Settanta, sull’onda di questa nuova sensibilità, si sono delineate le categorie relative alle restituzioni. Nel caso di alcuni beni, come quelli portati via a popolazioni indigene, il discorso è più complesso e non esistono ancora oggi convenzioni chiare a riguardo. Vi sono però documenti che agiscono come ammonimenti di tipo etico, spinta di base di ogni legislazione. Il primo è A Plea for the Return of an Irreplaceable Cultural Heritage to those who Created It (7 giugno 1978), lanciato dall’allora direttore generale dell’UNESCO, Amadou-Mahtar M’Bow, primo africano (senegalese) ad avere una posizione ufficiale all’interno dell’organizzazione. Pochi mesi dopo, durante un’assemblea, viene creato il Comitato intergovernativo per la promozione del ritorno delle opere d’arte portate via illecitamente, in particolare a tutela delle popolazioni indifese coinvolte.

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Di Jean-Pierre Dalbéra from Paris, France – Exposition “Fleuve Congo” (Musée du Quai Branly). Fonte: commons.wikimedia.org

Tale posizione illuminata rispetto alle restituzioni viene recepita e ribadita, nel 1986, dall’ICOM – diramazione UNESCO riferita specificatamente ai musei di tutto il mondo – nel Codice Etico. Tra le linee guida, il punto 6 si riferisce proprio alle restituzioni e dà l’idea di come negli ultimi anni la sensibilità riguardo l’argomento sia in continuo sviluppo e ampliamento. Il Codice Etico parla in favore delle restituzioni e del rispetto delle comunità, parte che viene riproposta nella conferenza del 2008 organizzata per far fronte alle crescenti richieste.

Il Report Macron e la nascita di musei per accogliere le restituzioni

Nel 2018, Emmanuel Macron presenta insieme ai due esperti incaricati, Felwine Sarr (economista, intellettuale e scrittore senegalese) e Bénédicte Savoy (storica dell’arte francese), il Report intitolato The Restitution of African Cultural Heritage. Toward a New Relational Ethics.
Savoy è un’esperta in materia dagli anni del dottorato, durante il quale aveva studiato il problema delle restituzioni del patrimonio prussiano sottratto da Napoleone. Sarr ha invece scritto molti saggi circa la necessità delle popolazioni africane di trovare una propria identità culturale, senza copiare quelle occidentali. Secondo lo studioso, è necessario partire da un recupero delle tradizioni per poi elaborare nuove strategie di organizzazione sociale. Per il recupero delle tradizioni, però, diventa fondamentale ricostituire e riempire i vuoti di memoria estremamente presenti in Africa, in particolare nella zona subsahariana, a causa del saccheggio dei materiali culturali, etnologici, etnografici e artistici.

Fonte: literaturhaus-muenchen.de/veranstaltung/afrotopia/

L’origine del Report è narrata nell’introduzione del documento stesso. Il 28 novembre 2017 il presidente Emmanuel Macron tiene un discorso agli studenti dell’Université Ouaga a Ouagadougou, in Burkina Faso, in cui promette di impegnarsi per la restituzione, temporanea o definitiva, del patrimonio culturale africano presente in Francia. Si tratta di una svolta fondamentale, soprattutto considerando che soltanto l’anno prima il governo francese aveva rifiutato al Benin la restituzione di un piccolo gruppo di oggetti in nome dell’inalienabilità delle collezioni statali. Nel Report si mette in luce il dato storico e come questi beni siano stati sottratti con la forza militare, citando casi anche molto violenti. Bisogna quindi fare ricerca, studiare caso per caso, arrivando anche a proporre nuovi disegni di legge.
Il Report è stato redatto da Savoy e Sarr tra Dakar, Berlino e Parigi nell’estate 2018, dopo aver consultato un serie di esperti in campo culturale e legale e aver viaggiato nei Paesi interessati dell’Africa, anche per vedere le effettive capacità di accogliere i beni. Si tratta di un Report ricco e preciso, che contiene non solo le istruzioni per attuare le restituzioni, ma anche una pianificazione nel tempo, e il cui impatto internazionale è molto forte e ancora attuale.

Le tre parti principali che lo compongono sono:
               1. To Restitute (con chiarimento del termine e delle sue implicazioni)
               2. Restitutions and Collections (dati sul rapporto tra la politica coloniale francese e le opere nei musei statali di Francia)
               3. Accompanying the Returns (metodologia da seguire in campo politico/legislativo e museale).

Il Report si concentra sull’Africa subsahariana in quanto si tratta di un caso estremo: il 90% delle testimonianze della sua cultura materiale sono fuori dal continente. L’Africa è un continente dove più della metà della popolazione è sotto i vent’anni e i giovani africani hanno diritto ad avere la loro eredità artistica e culturale. Questa introduzione ha un carattere storico e analizza la spoliazione dei beni culturali dall’antica Roma all’epoca napoleonica per evidenziarne la sostanziale illegittimità. Dagli anni Sessanta del XIX secolo ai primi del XX secolo, diversi Stati europei compirono spedizioni punitive in molti Paesi dell’Africa, oltre che in Cina e Corea. Spesso dietro le quinte di queste azioni militari vi erano i musei di quegli Stati (Gran Bretagna, Belgio, Germania, Paesi Bassi e Francia in particolare). Non è un caso che nel medesimo periodo fiorissero le discipline dell’antropologia e dell’etnologia, che giustificavano quelle spoliazioni a fine di studio. Nel 1975 Claude Lévi-Strauss definisce l’antropologia una «figlia nata da un’epoca di violenze». Un ruolo importante venne svolto anche dai cosiddetti musei delle missioni cattolici e protestanti, dove i reperti delle civiltà cristianizzate o da cristianizzare esaltavano l’eroismo dei missionari.

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Per dare un’idea dell’entità del fenomeno basta vedere alcuni dati che riportano la distribuzione degli oggetti provenienti dall’Africa subsahariana in alcuni dei più importanti musei etnografici e universali d’Europa: il Musée Royal de l’Afrique Central in Belgio ne possiede 180.000, l’Humboldt Forum a Berlino 75.000, il Musée du quai Branly 70.000 e il British Museum 69,000.

Savoy e Sarr sostengono la restituzione permanente piuttosto che quella temporanea, che può essere accettata solo come transitoria, e si oppongono anche al concetto di circolazione dei beni, proposto da molti musei occidentali. Rimane però la questione fondamentale posta dai musei universali: si può restituire anche dove il contesto d’origine è cambiato e non si ha la certezza che i beni possano avere un’esposizione adeguata? Gli studiosi osservano che l’«amnesia» del passato è meno forte dove si sono subite sottrazioni violente. Ribadiscono che in Africa stanno sorgendo molti nuovi musei e in appendice ne forniscono una panoramica. I musei occidentali hanno monopolizzato la narrativa sull’Africa, il cui patrimonio culturale in alcuni casi è ancora letto secondo categorie dell’epoca coloniale. Occorre quindi interrompere questo circolo vizioso. Sarr e Savoy vedono nel ritorno degli oggetti l’inizio di nuove forme di dialogo tra i Paesi africani e il mondo occidentale; i curatori dei musei africani sono aperti, le opere potrebbero circolare, così come si potrebbero fare delle repliche per i musei che le hanno restituite. Oltre agli oggetti, andrebbero restituiti anche gli archivi relativi conservati nei musei, nelle biblioteche e nelle istituzioni.

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Rebecca Sivieri

Classe 1999. Nata e cresciuta nella mia amata Cremona, partita poi alla volta di Venezia per la laurea triennale in Arti Visive e Multimediali. Dato che soffro il mal di mare, per la Magistrale in Arte ho optato per Trento. Scrivere non è forse il mio mestiere, ma mi piace parlare agli altri di ciò che amo.

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