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Limbo d’inverno: alla scoperta dei riti di gennaio nell’Antica Roma

Amburbium, Carmentalia, Sementivae: sono solo alcune delle feste sacre organizzate dagli antichi romani a gennaio con lo scopo di celebrare il passaggio del solstizio d'inverno. Ma cosa prevedevano questi riti?

10 minuti di lettura

Gennaio è il mese in cui ci facciamo forza per continuare ad affrontare l’inverno, consapevoli del fatto che forse il peggio è passato. Non è una frase motivazionale, ma qualcosa di scritto nel nostro DNA da tempi antichissimi, o almeno dalle fasi della nostra evoluzione in cui abbiamo iniziato a far caso alla ciclicità del moto astrale. Ancora prima che pressoché tutto il mondo si uniformasse all’attuale Capodanno, gennaio riuniva già in sé le caratteristiche di un momento di passaggio per chiunque dedicasse del tempo ad osservare il cielo. L’importanza culturale del solstizio di inverno, il giorno più corto dell’anno (per noi il 21 dicembre) ne è la traccia più evidente nelle culture dell’emisfero settentrionale: era da questo momento in avanti che con intensità differente si percepivano il costante allungamento delle giornate e l’accelerarsi dei ritmi della natura. A modo loro tutti ne tenevano conto: con le feste dei Saturnalia (in cui i ruoli di servi e padroni si invertivano per ridicolizzare questi ultimi) i Romani scacciavano il timore che le divinità sotterranee, emerse proprio in occasione del solstizio, non sarebbero mai più tornate al loro posto; o a sua volta la grande famiglia celtica celebrava con la Yule il momento di passaggio da una fase all’altra di un ciclo continuo, quello della natura. E naturalmente il Natale cristiano per come lo conosciamo ha a sua volta assorbito i suoi elementi caratteristici da questo melting pot indoeuropeo, tra simboli e usanze, sovrapponendosi con la caduta dell’Impero d’Occidente alla festa tardoromana del Sol Invictus (non a caso anch’essa una celebrazione della rinascita del sole).

Dopo i giorni cruciali del solstizio, le settimane di gennaio si sono riempite di migliaia di tradizioni che in tutta Europa (e non solo) prevedono il falò apotropaico di un fantoccio che rappresenti la stagione invernale morente – non è questa la sede per concentrarsi sul fatto che nella maggioranza dei casi a bruciare sia una figura femminile, elemento da tenere comunque in considerazione. Dalla Giöbia in Lombardia settentrionale e in Piemonte ai biikebrånen in Danimarca, le regioni dell’Europa Centrale e delle Isole Britanniche hanno ognuna il suo rogo dal nome particolarissimo con cui salutare l’inverno con un sospiro di sollievo. Il fuoco purifica e ricorda il calore del sole, quasi a volerlo richiamare tra noi, mentre la cenere che resta rende fertili i terreni. A questo proposito, dal grande calderone della spiritualità indoeuropea, in età romana prese una forma più nitida una figura femminile che in tutto il mondo pagano – con nomi diversi – volava sui campi spargendo cenere, sopravvissuta in Italia con il nome di befana.

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La civiltà romana, di carattere profondamente agricolo fin dalle sue origini e dunque molto influenzata dai cicli della natura anche culturalmente, stabilì in Età Repubblicana che i consoli e molte altre cariche annuali, religiose o meno, cominciassero il loro mandato nei giorni successivi al solstizio di inverno e ai Saturnalia, alle calende di gennaio (oggi il primo giorno del mese). Si tracciava così il solco per il nostro Capodanno (anche se moltissimi calendari mantennero date differenti per il passaggio da un anno all’altro fino all’avanzata Età Moderna).

Nonostante per alcune autorità religiose l’inizio del nuovo anno rimanesse a marzo, gennaio aveva un’importanza simbolica davvero rilevante. D’altronde il mese di Ianuarius era dedicato a Giano, il dio bifronte protettore dei luoghi di passaggio fisici ed astratti; rappresentava i momenti cruciali, la “doppia faccia” di ogni scelta della vita, guardando contemporaneamente al passato e al futuro. Ogni 9 gennaio si sacrificava solennemente un ariete a Giano, nell’oscura festa degli Agonalia, la cui origine risaliva ai tempi leggendari della fondazione di Roma; come nelle altre due feste con lo stesso nome che si tenevano a metà primavera e all’inizio dell’inverno, lo scopo esplicito era propiziarsi la protezione dell’Urbe da parte di una divinità specifica.

Nei giorni successivi alle calende si celebrava anche una famiglia ben precisa di Lares, divinità minori legate ad un luogo in particolare (ogni casa, ogni quartiere, ogni campo era tutelato da un Lare diverso): in questo caso i primi giorni di gennaio erano dedicati ai Lares Compitales, quelli che proteggevano gli incroci delle strade. Un’altra occasione per mettere al sicuro le scelte che sarebbero arrivate nell’anno agricolo che cominciava.

La festa dell’Amburbium è ancora più misteriosa a causa delle poche fonti a disposizione. Possiamo collocarla nella famiglia di riti cosiddetti di lustratio, cioè di purificazione dell’area all’interno di un certo perimetro, generalmente una città o un accampamento. In questo caso particolare la cerimonia prevedeva la tutela di Roma stessa; la data era intorno al nostro 11 gennaio, ma non siamo certi che si tenesse annualmente. Sicuro è che il rito venisse ripetuto nei momenti considerati cruciali per la difesa delle mura della città, ad esempio mentre un nemico si avvicinava. Questo implica che il valore simbolico del rituale che si teneva a inizio anno era tale da poter essere rinnovato anche in altri momenti: gennaio era il mese dal valore più propiziatorio per il futuro. L’Amburbium prevedeva di portare in solenne processione tre animali (una pecora, un maiale e un toro) intorno al perimetro delle mura di Roma, prima di sacrificarli.

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Subito dopo venivano i Carmentalia (11-15 del nostro gennaio), altro rito antichissimo dall’evidente evidente legame con le ancestrali Dee Madri: nella sua forma più standardizzata vi si celebrava la dea-ninfa Carmenta, protettrice del parto dalle capacità profetiche. Anche la sua natura era doppia, come quella di Giano, e assumeva le forme di Postvorta e Antevorta a seconda che fosse rivolta al futuro o al passato.

A chiudere questa carrellata non potevano che esserci delle celebrazioni dedicate esclusivamente ai raccolti: durante le Sementivae (24, 25 e 26 gennaio) i Romani chiedevano a Tellus e Cerere (divinità legate alla terra e alla fertilità) di proteggere e far crescere forti i semi che erano stati sparsi sui campi fino a quel momento. Alle dee erano sacrificate scrofe incinte e focacce rituali realizzate appositamente per l’occasione: ciò che era venuto dalla terra, le ritornava.

Dunque, come il resto dell’anno romano, anche gennaio era scandito da festività situate in una zona grigia tra la celebrazione di aspetti laici della vita e ambiti puramente religiosi. Una dicotomia che per i contemporanei era impossibile da evidenziare a causa della coincidenza dei due elementi: l’amicizia delle divinità, spesso un rapporto addirittura intimo con loro, portava a benefici per la collettività intera, oltre al benessere della Capitale.

Gli antichi, dopo essersi assicurati che il sole fosse “rinato”, si premuravano di proteggersi e prepararsi a proseguire il ciclo, chi con più paura, chi con ottimismo. E ricordare la frequenza di tali celebrazioni, accostata alla loro uguale importanza, potrebbe forse aiutare anche noi a non confinare i buoni propositi solo nei primi giorni dell’anno.

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Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole, montagne, musei e drink dai nomi bizzarri. Specializzato in storia economica, sociale e culturale del Medioevo, interessato a un po' troppe cose. Credo nel ruolo sociale dell'umanesimo e mi turba chi si prende sempre sul serio. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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