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A proposito della magia nell’antica Grecia e a Roma

Dagli incantesimi agli amuleti, dai medicamenti ai veleni: le testimonianze del mondo classico ci raccontano che cos'era la magia per gli antichi.

13 minuti di lettura

Uomini e donne di ogni epoca hanno confidato nella magia come un mezzo per poter superare le difficoltà della vita quotidiana o raggiungere la felicità. I praticanti della mageia erano non solo esperti di conoscenza soprannaturale, ma spesso anche di chimica e matematica. La magia era un contenitore di conoscenze davvero vasto, e il confine con la religione e la scienza era così labile quasi da non esistere. Dagli incantesimi agli amuleti, dai medicamenti ai veleni, le testimonianze giunte fino a noi sono davvero numerose e coinvolgono non solo l’archeologia e le fonti storiche, ma anche quelle civili e letterarie.

The magic circle – Sir J. W. Waterhouse (1886 – Tate Britain, London)

La magia tra mito e fonti letterarie

Nei miti greci abbondano i racconti non solo di personaggi che utilizzano la magia, come la maga Medea, Circe o Orfeo, ma anche di rimedi portentosi per contrastare la magia o veleni letali. Anche nel pantheon greco e latino si trovavano divinità associate alle pratiche magiche, come il messaggero degli dèi Hermes o Ecate, dea della notte e della stregoneria.

Il termine venne mutuato dal greco magos, con cui si indicavano i Magi, sacerdoti e sapienti persiani in grado di praticare la mageia, ma anche dotti ed esperti in matematica e medicina. A Roma, l’utilizzo della parola magus faticò ad affermarsi perché le autorità civili combatterono a lungo la stregoneria e l’accusa era considerata grave. In principio designava una categoria ben specifica: gli indovini o aruspici, cioè coloro che prevedevano il futuro dalle interiora degli animali.

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Dettaglio di un vaso antico con aruspici che interrogano i segni.

Una di queste prime attestazioni si può trovare nell’opera di Cicerone, il De divinatione. Qui l’autore rifletté sulle pratiche divinatorie, cercando di smascherare le menzogne degli indovini ed indagando con razionalità la paura del futuro. Sempre con disprezzo a questa categoria guardò anche il celebre poeta Catullo; in un’invettiva contro un rivale, Gellio, accusatolo di incesto con la madre, gli augura che da tale unione nasca un magus, che discende «dell’infame religione dei Persiani».

Successivamente, gli autori si posero in maniera differente nei confronti della magia, molti dei quali non nascondendo un certo interesse. Nelle sue Bucoliche, l’autore Virgilio evocò un rituale magico ben preciso, non romano, in cui invitava a bruciare erbe ed incensi. Invece, un poeta che non fece mistero del suo interesse per le sue pratiche magiche fu Apuleio, il quale venne anche coinvolto in un processo con l’accusa di aver sedotto una ricca vedova con la stregoneria. Nella sua celebre opera, Le Metamorfosi, il protagonista subisce gli effetti di una magia erotica sbagliata che lo trasforma in asino.

La sfera pubblica della magia: un affare di stato

Nell’antichità classica, la magia non era un campo limitato alle credenze del singolo individuo o che riguardava solo i poveri e gli illetterati superstiziosi. Era un vero e proprio affare pubblico. Era un campo così importante che anche il diritto si occupò di formulare delle leggi per prevenire i crimini perpetuati attraverso il ricorso alla magia.

Il primo a contenere tali norme fu il codice delle Dodici Tavole, il primo corpus giuridico latino. Alcune di queste erano specificatamente dedicate a sanzionare chi danneggiava il raccolto o i campi altri con mezzi magici. Per stabilire se la natura di un omicidio implicava la magia, il dittatore Silla nell’81 a.C. promosse l’approvazione della Lex Cornelia Sullæ de sicariis et veneficis. In questo modo si distingueva i delitti a mano armata, sicariis, e quelli attraverso un mezzo invisibile. I secondi, definiti venefica mala, potevano implicare sia l’uso di un veleno, sia dei malefici.

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Generalmente, la sentenza per gli imputati colpevoli di omicidio attuato tramite la magia era la morte. Uno dei casi che sconvolse maggiormente l’opinione pubblica romana, fu una condanna per un gruppo di vedove; nel 331 a.C. una serie di morti sospette le reputò colpevoli di aver fabbricato i veleni con cui avevano ucciso i rispettivi mariti. Denunciate da una serva, le vedove furono costrette a bere la bevanda prodotta che le uccise.

Le autorità riconoscevano la magia come un’attività capace di risultati, per questo sentirono la necessità di emanare norme per proteggere i cittadini e punire i colpevoli.

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Il fascinum era un amuleto molto diffuso nell’antica Roma. In grado di proteggere dal malocchio potevano avere diverse forme, tra cui anche falliche.

Allontanare il malocchio: gli amuleti

Generalmente indossato intorno al polso o al collo, l’amuleto era un monile molto diffuso per allontanare il malocchio e l’invidia. Fabbricato in legno, metallo, osso e raramente con pietre preziose, poteva assumere molte forme. Occhi o nodi erano molto comuni, ma erano molto diffusi anche i simboli fallici o piccole mani che facevano un gesto osceno.

Le motivazioni per cui venivano indossate erano generalmente incise e accompagnate da un’invocazione ad una divinità protettrice, molto spesso Ecate, dea della stregoneria. Alcune volte le parole potevano anche essere in un’altra lingua oppure espressioni senza senso a cui si attribuivano poteri magici particolari.

Le motivazioni per cui si indossava un amuleto erano molteplici, per questo in Grecia si distinguevano tra due tipi: i talismani e i filatteri. I primi, che assicuravano la buona sorte, erano indossati per vincere gare sportive, attrarre l’amore; i secondi invece servivano come protezione: non solo dal malocchio, ma anche dai malanni fisici o come mezzo di contraccezione. Potevano essere fabbricati non solo per una persona, ma anche per abitazioni o per allontanare la negatività da intere città.

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Una tavoletta greca del V secolo a.C. con la raffigurazione di una divinità, forse Ecate.

La parola per curare o condannare: gli incantesimi

Gli antichi credevano nel potere della parola, per questo gli incantesimi erano considerati tra i mezzi magici più considerati e temuti. I Greci portarono avanti la tradizione egizia di scrivere gli incantesimi su piccoli fogli di papiro, esprimendo le intenzioni dell’incantesimo. Anche qui i motivi erano davvero numerosissimi: guarire da una malattia, migliorare la vita sessuale, allontanare gli spiriti da una casa o iniziare a particolari riti. Molto spesso erano anche accompagnati da ricette o pozioni fatti con rare piante esotiche.

Le maledizioni erano un particolare aspetto degli incantesimi. Non erano solo un mezzo per causare un danno ad un nemico, alcune volte erano formulate dai capi della comunità stessa per garantire la pace e il bene comune. La minaccia di punizioni magiche per comportamenti dannosi era considerato un deterrente per omicidi e furti.

Una defixiones romana conservata a Bath (UK) via Wikipedia

Le defixiones e le immagini di maledizione

Ad una categoria particolare appartengono le defixiones (in latino) o katadesmoi (in greco). Si trattava di un testo magico contenente una maledizione scritta su una tavoletta di piombo. Era un vero e proprio rito, e aveva lo scopo di “legare” il destinatario con lo scopo di colpire. Potevano indirizzarsi contro degli avversari in un processo, in una gara agonistica, dei rivali economici, contro i calunniatori e i ladri, ma anche per suscitare un amore smodato in una persona.

Scritte su pezzi di metallo, ma anche ceramica, le maledizioni venivano arrotolate o piegate, alcune volte anche inchiodate o seppellite in terreni, tombe o pozzi. Sono state rinvenute anche defixiones in terracotta con le sembianze umane della vittima: le membra legate, attorcigliate da chiodi, venivano poi sepolte in piccole bare di piombo.

Il testo molto spesso si rivolgeva come una missiva indirizzata a divinità infernali, come Persefone o Ecate, ma anche ad Hermes, che come messaggero divino poteva viaggiare tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Pronunciare le parole non bastava ai fini della maledizione, dovevano essere incise per rimanere fissate nella lamina e farle durare. Deposta in un pozzo o una tomba, si indirizzava la richiesta alle forze sotterranee attraverso le anime dei defunti, intermediari con le divinità infernali.

Una piccola bambola greca per un rito di malocchio con la sua bara di piombo. (via Wikimedia)

Invocare Afrodite: amore, filtri e sogni

L’amore è sempre stato uno dei campi in cui l’essere umano ha cercato di assoggettare al proprio controllo attraverso l’utilizzo della magia. La divinità che veniva invocata per cercare di governare e indirizzare la forza dell’amore era la «signora degli acutissimi strali»: Afrodite. Non solo dea bellissima, ma anche maga potente ed esperta di incantesimi amorosi.

Certamente i maghi non potevano trascurare ciò che stava a cuore ai loro clienti: il bisogno di rassicurazione della gelosia, le frustrazioni per un sentimento respinto, la debolezza nell’incertezza. Per questo molti di loro si vantavano di poter assoggettare le passioni umane attraverso un vasto campionario di strumenti: dai phàrmaka, prodigiosi filtri magici, alle piccole bambole di argilla a cui trafiggere il cuore come Eròs, fino agli incantesimi.

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Uno degli elementi considerati importanti nella magia amorosa era il sogno come catalizzatore dei desideri. Non era una semplice illusione notturna, per gli antichi era uno spazio vero e proprio in cui l’anima sprofondava. Si credeva fosse un modo per dare forma al proprio sentimento e desiderio che non aveva ancora contorni ben definiti.

Queste magie che coinvolgono il mondo onirico sono davvero numerose e alcune molto fantasiose. Una di queste prevedeva la creazione di una piccola figura umana con quattro ali dipinta su un telo di lino: una volta richiesta la protezione di Afrodite, considerata alleata degli amanti, avrebbe dovuto portare il sogno al destinatario dell’incantesimo.

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Per approfondire l’argomento:
G. Fritz, La magia nel mondo antico, Laterza, 2009
G. Guidorizzi, La trama segreta del mondo. La magia nell’antichità, Il Mulino, 2019

Eleonora Fioletti

Classe 1993. Nata tra le nebbie della Pianura bresciana, ma con la testa tra le cime delle montagne. Laureata presso l’Università Cattolica di Brescia, in Filologia Moderna con una predilezione per l’esegesi delle fonti storiche medievali. Nel tempo libero colleziona auricolari annodati, segnalibri improbabili, eterni esprit de l’escalier, citazioni nerd e disneyane.

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