Ritornare alla luce, ritornare a pensare

Dopo decenni di anestetizzante benessere, ci si batte il petto per il disastroso declino ambientale, economico, sociale e, oggi più che mai, sanitario ritornando ad ascoltare, persino attraverso programmi televisivi d’opinione, il parere non certo di filosofi tout court, ma, almeno, di qualche professore di Filosofia. Allora, forse, la Filosofia può tornare a dirci qualcosa di strutturale sugli errori che sono stati fatti, sui valori che sono stati mal traslitterati. Proprio quella “materia inutile”, perché astratta e concettuale, infatti, è la madre di ogni scienza specialistica. Senza concetto non c’è pratica: la prassi delle scienze tecnico-specialistiche senza le idee (ἰδεῖν, “vedere”), per così dire, gira a vuoto.

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Il pensiero occidentale si è sviluppato nel tentativo di combattere la necessità che gli rivolgeva la Natura. Questo andando oltre i miti e le ritualità, attraverso racconti rivelati o tramandati, le calamità e gli eventi fisici. Superando le credenze primitive, l’uomo ha messo in campo la sua assoluta peculiarità, la ragione, ponendola in un rapporto antitetico alla necessità della Natura. L’apice di questo processo storico prende il nome di Illuminismo, ed è proprio in esso che vanno ricercate le domande per capire “la tempesta del Novecento” – e le sue ripercussioni nel secolo Ventunesimo, secolo dello scioglimento dei ghiacci e dei segnali di stanchezza della Terra per il suo asservimento all’uomo –, secondo Horkheimer e Adorno. Volendosi emancipare dalla fede e dalla mitologia, il pensiero calcolante (rechnerisch) ha sfruttato la Natura come mezzo per produrre e modificare: è iniziata così la distruzione della qualità, testimoniata dai riti e dalle tradizioni, che guardavano con eccessiva devozione i processi naturali, e l’invasione della quantità [1]. E ciò ha permesso un’emancipazione razionale assolutamente positiva: il benessere sociale, economico, politico, culturale. Tuttavia, proprio volendo questo, la ragione strumentale è caduta nella sua stessa trappola:

Come i miti fanno già opera illuministica, così l’illuminismo, ad ogni passo, si impiglia più profondamente nella mitologia [2]

Theodor Adorno

La “mitologia dell’Illuminismo” consiste in una sorta di narrazione che comporta una scissione e una dimenticanza sempre maggiore della coscienza. Questa narrazione si concettualizza nel dominio. Il concetto di dominio sta nell’identificare: l’intelletto dell’uomo riesce a riconoscere solo ciò che riesce a ricondurre all’unità, per i francofortesi questo è fin dalla sua origine il «destino del pensiero» [3]. Esso è «un astrarre, un semplificare che è ridurre e sfoltire» [4]. L’identificazione non è altro che un modo per conoscere in anticipo [5] e liberarsi dalla paura che regolava il rapporto mitico-spirituale-magico con e verso l’ignoto. Il dominio è, quindi, questa volontà di conoscere in anticipo. Si può dire che esso sia il ripresentarsi della natura dominatrice attraverso l’introduzione della tecnica.

Il mito trapassa in Illuminismo e la natura in pura oggettività. […] L’illuminismo si rapporta alle cose come il dittatore agli uomini: che conosce in quanto è in grado di manipolarli. […] Nella trasformazione l’essenza delle cose si rivela ogni volta come la stessa: come sostrato del dominio. […] La natura squalificata diventa materia caotica, oggetto di pura suddivisione, e il Sé onnipotente mero avere, astratta identità

Tutto ciò è possibile grazie allo sviluppo e all’incremento della Tecnica, ma questa non può sottrarsi all’atteggiamento che le è proprio, ovvero un’autoreferenzialità necessaria e continua.

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Ecco il capovolgimento dialettico dell’Illuminismo: il dominio si rovescia sull’uomo stesso [6]. Egli si voleva emancipare dalla coercizione e dalla narrazione ma ne ha, invece, ricreato di nuove, più minacciose e più anestetizzanti. Aver scoperto le tecniche più raffinate di calcolo e averle applicate all’economia, ad esempio, ha fatto sì che si perdesse totalmente la sua origine di scienza sociale, attenta all’humanitas, e si capovolgesse in finanza quantitativa, che regola non solo l’andamento degli “spettri” d’Europa, i mercati, ma anche l’andamento dei governi nazionali. Un elemento tecnico e strumentale si è ribaltato in una condizione di ciò che dovrebbe dare le idee, ciò che dovrebbe essere “vedetta”, in questo caso della politica, che agisce ormai soltanto di rimando. L’applicazione della conoscenza tecnica ha invaso e dissacrato anche l’ambiente: v’è chi sostiene che la drammatica emergenza sanitaria causata dal diffondersi COVID-19 sia dovuta proprio alla sempre maggiore volontà di dominio e di espansione dell’uomo [7] verso habitat naturali che non gli appartengono.

L’Illuminismo non è altro che natura, natura che ha dimenticato la propria origine ma che torna a manifestarsi nei meccanismi coattivi […] e negli automatismi del processo di razionalizzazione.

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Tuttavia, per Adorno e Horkheimer questo giogo che l’uomo ha posto a se stesso come natura inconciliata [8], non è definitivo: c’è una speranza per potersi ri-emancipare senza cadere nell’errore dell’atto naturalistico.

Ma questa necessità logica non è definitiva. […] L’origine particolare del pensiero e la sua prospettiva universale furono da sempre inseparabili [9]

Max Horkheimer

C’è, dunque, la possibilità di portare l’atto di emancipazione dal mito fino in fondo: esternare lo sguardo della ragione e puntarlo sull’Illuminismo stesso. Ciò vuol dire rendersi coscienti di “esserci dimenticati di esserci dimenticati“. Ma di cosa? Del rapporto dell’uomo con la natura (e tra gli uomini stessi!). Ci siamo dimenticati che ogni processo non è ex nihilo tout court: ogni cosa è un risultato che porta una storia dentro di sé. Ma ci siamo dimenticati soprattutto che dentro all’Illuminismo, dentro alla razionalità stessa, sta la forza per andare oltre il dominio della macchina della Tecnica. Essa infatti cerca sempre appigli all’esterno da cui poter dedurre delle soluzioni, delle prassi. Per rendere aufgehoben, superata, quella razionalità malata, che porta con sé la macchia del dominio, è necessario ritornare allo spirito e spingersi fuori di sé partendo da dentro sé. Unire ciò che le scienze specialistiche separano: ascoltare e corrispondere il bisogno di un Pensare ampio, che vada oltre lo specialismo, che funga da filo unificatore. Riporre al loro posto le scienze tecniche specialistiche che ora dominano attraverso dinamismo, efficienza, profitto è quindi il compito della Filosofia: solo il Pensare ci può salvare.

Tutta la nostra dignità consiste quindi nel pensiero. È da lì che dobbiamo elevarci, e non dallo spazio e dalla durata, che non possiamo riempire. Quindi lavoriamo a pensare bene. Questo è il principio della moralità. [10]

Zeno Pasquato


Fonti:

  1. «L’equiparazione di sapore mitologico delle idee ai numeri negli ultimi scritti di Platone, esprime l’anelito di ogni demitizzazione: il numero divenne il canone dell’Illuminismo.», M. Horkheimer, T.W. Adorno, Op. cit., p. 15
  2. M. Horkheimer, T.W. Adorno, Op. cit., p. 19
  3. T.W. Adorno, Negative Dialektik, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1966-67; tr. it. Dialettica negativa, Einaudi, Torino, 2004, p. 7
  4. M. Fortunato, Dopo la Shoah. Un nuovo inzio del pensiero, A cura di I. Adinolfi, Mimesis, Milano, 2011, p. 125
  5. «L’Illuminismo riconosce a priori, come essere ed accadere, solo ciò che si lascia ridurre a unità», M. Horkheimer, T.W. Adorno, Op. cit., p. 15
  6. «L’ illuminismo al servizio del presente si trasforma nell’inganno totale delle masse», M. Horkheimer, T.W. Adorno, Op. cit., p. 50
  7. https://www.lescienze.it/news/2020/03/16/news/coronavirus_bat_woman_pipistrelli_sars4697657/?fbclid=IwAR0fJKmIXyytQyOQ-Hk2aJv7d1AT2m-XG3EnHGcoaXpxve60PfANp3Z79vU
  8. M. Horkheimer, T.W. Adorno, Op. cit., p. 48
  9. Ivi, pp. 44-5
  10. B. Pascal, Pensées, Bordas, Paris, 1991, p. 171

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Redazione
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