L’ora più buia

Un’immagine potente. Un’immagine che racconta più di mille parole. Quella foto scattata negli scorsi giorni a Bergamo, che ritrae una fila di camion dell’esercito che trasporta le bare fuori dalla città, ormai non più in grado di gestire la sepoltura dei propri morti, ha segnato uno spartiacque nella storia italiana del XXI secolo. Un’immagine che difficilmente uscirà dai nostri occhi. Un’immagine che ricorderemo per tutto il resto delle nostre vite.

Nell’ultimo messaggio alla nazione, nella tarda serata di sabato 21 marzo, il Presidente del Consiglio ha detto che l’Italia si trova nel momento più difficile della sua storia dal secondo Dopoguerra. Come dargli torto. Ogni giorno, il bollettino della Protezione Civile sembra un bollettino di guerra. Nuovi contagiati, nuovi morti. Migliaia in più, ogni giorno. Proprio come se fossimo in guerra. Ma in guerra il nemico ha un volto, è fisico, lo vedi. In questa guerra il nemico è ancora più subdolo. Perché il virus non si vede, ma c’è. E perché colpisce attraverso ciò che abbiamo di più umano: il contatto, le relazioni.

Nelle Tesi su Feuerbach, Karl Marx scriveva che l’essenza dell’uomo è l’insieme delle sue relazioni sociali. Vale a dire che non esiste un Sé assegnato d’ufficio alla nascita, ma ognuno di noi è il risultato, il prodotto, delle relazioni che intesse nel corso della sua vita con le altre persone, in quanto individuo parte di una società. È quindi il nostro essere “animali sociali” che definisce la nostra natura di individui, il nostro Sé.

In questa quarantena, in questo periodo a tempo indeterminato di sacrosanto e doveroso isolamento, abbiamo dovuto sopprimere la nostra socialità. In un certo senso, abbiamo dovuto rinunciare a ciò che ci definisce in quanto esseri umani. È come se la società, per salvarsi, si debba distruggere. Distruggendo tutti noi con sé.

Chi è chiuso in casa con il partner. Chi con la famiglia. Chi con i coinquilini. Ancora, e forse è la condizione più difficile, chi è chiuso in casa da solo. Ma a tutti noi sembra mancare qualcosa. Qualcosa di fisico, di umano troppo umano, demandato per ora alla sola sfera digitale che però non può bastare. Solitudine. Ansia. Paura. Stress da convivenza forzata. Quando tutto questo finirà, che ne sarà di noi?

Poi c’è l’economia. La sacrosanta, seppur tardiva, chiusura di tutte le attività produttive non essenziali annunciata da Giuseppe Conte. Tutto questo avrà delle ripercussioni. Difficili da immaginare, ad oggi. Qualcuno pensa che questa possa essere l’occasione per ripensare radicalmente l’intera struttura del sistema economico occidentale. Qualcuno pensa che la crisi economica che seguirà la fine della pandemia spazzerà via posti di lavoro. Una nuova disastrosa crisi finanziaria, dopo quella del 2008. Che verrà pagata, ancora una volta, da chi è meno tutelato. E dai più giovani, che sono quelli che hanno più da perdere. Che vedono un futuro già incerto sgretolarsi davanti ai propri occhi.

Eppure. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia era un Paese in ginocchio, lacerato nel suo tessuto economico e ancor di più nel suo tessuto sociale. Devastato dalle perdite materiali e immateriali subite nella guerra. I bombardamenti. Persone care morte, o di cui non si avevano più notizie da tempo. Eppure, dopo le macerie della Guerra c’è stato il boom economico. Ci rialzeremo ancora una volta, anche questa volta. Ci sarà tanto ricostruire, ma ce la faremo. E dalla crisi nasceranno nuove opportunità.

Verrà il tempo in cui potremo ragionare, con il giusto distacco, su cosa è stato fatto in questi giorni, se si poteva fare di più, se sono stati commessi errori. Giorni in cui potremo chiederci perché non sia stata istituita, fin da subito, la zona rossa anche nella bergamasca, o perché non è stata fermata subito la produzione non essenziale, lasciando invece che gli operai continuassero ad affollare le fabbriche in molti casi senza le necessarie precauzioni. In cui ci chiederemo se sia stato giusto, almeno nella prima fase del contagio, anteporre l’economia alla salute.

Ma non è questo il tempo per farlo. Questo è il tempo del silenzio e del dolore. È il tempo di piangere i morti, senza neppure poterli salutare per l’ultima volta, e della speranza per chi versa in condizioni gravi. È il tempo, per tutti gli altri, di fare la propria parte restando in casa. Ma sopratutto questo è il tempo di ringraziare chi in queste settimane ha rinunciato alla propria famiglia, ai propri affetti, mettendo a rischio la propria vita per combattere in prima linea questa battaglia invisibile.

Non sappiamo quando e come ne usciremo. Ma ne usciremo. Cambiati, senz’altro. Diversi. Forse più forti. Sicuramente più uniti.


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Michele Castelnovo
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