Ritornare a casa
per raccontare
il nostro “Spaesamento”

Entrando in una libreria, oggi, si potrebbe rimanere afflitti dalla moria di autori italiani degli ultimi dieci anni: ci sono – difesi dal nome Adelphi, certificato di qualità – gli Sciascia e poi, qualche scaffale più in giù, i Fabio Volo; girandosi, ecco qualche titolo di cucina o di problem solving o il Canzoniere di Petrarca o una guida per imparare il linguaggio del proprio animale domestico. Ma ci sono eccezioni che smentiscono la regola. Una di queste è Giorgio Vasta, per cui vale la tesi di Italo Calvino, in chiusura de Le città invisibili, che richiede «attenzione e apprendimento continui» per «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Nel 2010 la casa editrice Laterza ha pubblicato Spaesamento, il resoconto di un ritorno a casa, tre giorni trascorsi dallo scrittore a Palermo.

Palermo

Fuori dall’ordinario l’esordio nel 2008, con Il tempo materiale. Il lavoro sul linguaggio del romanzo è abbagliante, e lo stesso potere mitopoietico, compatto e disciplinato, capace di rendere funzionali tutte le sfaccettature della lingua, anche quelle più rare e marcate, si ripete in Spaesamento. Il genere questa volta è diverso: c’è stato un passaggio dal romanzo a quella che la critica italiana contemporanea chiama autofiction, definendo così la trasposizione narrativa – in chiave autobiografica – di esperienze personali. Non è una cronaca, non un reportage, non un diario, ma, la differenza è sostanziale, un racconto di tre giorni a Palermo. Inventare, dire, allora, diventa uno strumento critico per conoscere.

Già nell’incipit, punto di rilievo per elezione in letteratura, si riscontra la maestria stilistica di Vasta, come se avesse passato ore e ore chiuso in un laboratorio di lingua italiana a scavare minuziosamente nelle strutture del nostro patrimonio espressivo. La scena è questa: arrivato all’aeroporto di Palermo, per buttare la carta d’imbarco si avvicina a un cestino. Nonostante sia lì apposta per la raccolta differenziata, la gente getta i rifiuti alla rinfusa; episodio ordinario, nulla di trascendentale. Ma Vasta dà al cestino il nome di «orologio della decenza organizzata», e ciò che sta nel sacchetto (uno solo al posto di tre) «in fondo al quale i rifiuti si raccolgono senza distinzioni» viene chiamato «composto detritico ancestrale». C’è qualcosa di poetico in questo rigoroso lavoro sulla parola. 

A stupire, in effetti, è l’assenza di piacere per – imitando un francesismo – la parola pour la parola. Ed è un rischio che uno scrittore con un così elaborato stile, coscientemente, rischia di correre; un pericolo ancora più vicino se si considera la materia di Spaesamento: penetrare col pensiero da una parte nella propria città d’origine, dove si sono stratificati i ricordi d’infanzia, voci e brusii ovattati dal tempo; e dall’altra, nella Sicilia come metafora dell’Italia, per decodificare gli effetti della mutazione. In questo libro, la città di Palermo è indagata nelle sue contraddizioni, soppesata con sguardo da scienziato, ma non per questo freddoRimangono barlumi di umanità in ogni occasione. E lo scrittore non può che vagare (una «sonda umana», si definisce)  sotto il sole di fine agosto, raggiungendo posti affollati, come Mondello.

La spiaggia del capoluogo siciliano è la meta del primo giorno. Il lungomare è «pieno di motorini parcheggiati e di gente in costume, i piedi nudi cosparsi di sabbia». Giunto in spiaggia, il Giorgio Vasta narratore incontra un personaggio che gli trasmette quel senso di spaesamento che dà titolo al libro. Una donna abbronzata, la «donna cosmetica» dal fisico tonico e consapevolmente femminile, attira l’attenzione dello spazio circostante «con lo sguardo di chi non guarda nessuno ed è guardata da tutti». Il suo corpo è una «raccolta di ex voto in ostensione». Ed è proprio questa esibizione del corpo a far scattare la riflessione: è, ovvero, il simbolo di una generazione che adotta stratagemmi, apparentemente conformisti e sciocchi, per arginare altri problemi; e l’io narrante, svelto, approfitta degli spazi lasciati ancora liberi dall’azione azzerante di queste tecniche quotidiane, e vi si immerge. Un procedimento ripetuto per ognuno dei tre giorni.

«Quando esce dal mare e per la resistenza dell’acqua contro le ginocchia la sua andatura si fa ancora più indolente, la pelle bagnata delle braccia del petto e del viso è un vetro scuro. La donna cosmetica, con lo sguardo di chi non guarda nessuno ed è guardata da tutti, raggiunge il suo posto e scompone di nuovo il corpo sul telo bianco restituendosi accidiosa ai raggi del sole, profondamente estranea all’esistenza di chiunque intorno a lei e in particolare a questi focolai di desiderio sparsi per la spiaggia come falò diurni. […]

Il panico della donna cosmetica è anche il mio, perché mia è la paura quotidiana del tempo sterile, del corpo che sfrega contro se stesso – gli organi interni sfregano, le ossa sfregano, il corpo invecchia e invecchiare è questo sfregamento  continuo, questa meccanica da preparazione di un fuoco, ma il corpo è una pietra focaia bagnata, è rametti che si spezzano, il tempo che se ne va senza frizione, senza scintilla».

Dalle ossessioni cosmetiche di una trentenne, alla paura del tempo – in mezzo c’è Palermo. Per il lessico di Spaesamento, Vasta modella voci oniriche, scientifiche, poetiche e quotidiane, oscillando tra un’indeterminata rarefazione, come se le parole gli cadessero sopra gli occhi, in cielo, e una sobrietà asciutta. Il risultato è una specie di chirurgia surrealista: il narratore taglia col bisturi la società italiana e poi dallo spaccato escono, via via, i motorini di Mondello, i negozi d’abbigliamento desertici, chioschi e arancini, ragazzi emo in piazza. Il vicino anziano che di notte, accaldato e insonne, si appoggia al cornicione del balcone e guarda il vuoto di Palermo al buio.

Emblematico è l’epilogo di Spaesamento. Dopo aver assistito, inerme, seduto in Piazza Politeama, a un rogo di palme assieme alle incarnazioni di tutti i personaggi incontrati nei tre giorni – fra cui la donna cosmetica, che ora, per il modo in cui conduce il narratore alla comprensione, sembra «Socrate» – dopo la visione allucinata di un incendio che attanaglia l’intera città, per tutte le vie fino al mare, il narratore torna a casa e trova per terra il ventilatore rotto. L’ennesimo segno della crisi. Ma è finito il letargo, ora, «tra infiniti tentativi a vuoto e rarissimi innesti riusciti» si impegna a riparare pezzo dopo pezzo:

«Tra poco, nel pieno buio, ci saranno solo le dita, i polpastrelli pesti e arrossati, a formare e a riparare, a farmi muovere limpidamente alla cieca attraverso Palermo e l’Italia, attraverso questo presente – a fabbricarmi un sentimento per l’uso dell’umano».

Andrea Piasentini

Piazza Politeama, Palermo. Fonte: www.blogsicilia.it

Piazza Politeama, Palermo. Fonte: www.blogsicilia.it

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