Ritratti da un’altra America

«Tutti gli uomini hanno bisogno non di qualcosa con cui fare, ma di qualcosa da fare, o piuttosto di qualcosa per essere».
Walden ovvero Vita nei boschi – Henry David Thoreau

Essere in certi casi significa staccarsi dalla massa, lasciarsi dietro anni di sacrifici. Significa andare, senza nessuna ragione, senza nessuna meta, andare per andare. Una ripetizione forzosa proprio per cercare di tracciare nuove strade, nuove vite.

The return © Adrain Chesser

The return © Adrain Chesser

Ecco la storia di un qualsiasi occidentale, portato al limite che diventa nomade, per scelta o per vocazione non ha tanta importanza, l’importante è partire. Un nomade un giorno o l’altro parte, perché deve partire verso un movimento perpetuo che lo porterà verso la sua salvezza, inebriandosi di spazio e luce, di cieli ardenti come braci. Un’iperattività retribuita solo con il moto continuo. Si parla di un ritorno. Un tornare indietro alle radici, al contatto con la terra, a qualcosa di ancestrale, quasi divino stato di benessere.

The return © Adrain Chesser

The return © Adrain Chesser

Così con The return abbiamo tra le mani il frutto dell’immaginazione di un mondo possibile, ancorato su quel contatto lontano nato tra l’uomo e la terra. Frutto della collaborazione tra il fotografo Adrian Chesser , classe 1965 e il ritualista Timothy “Aquila Bianca” che qualche anno fa, incontrandosi, si sono riproposti di creare il ritratto mitico di un popolo, un luogo, un ideale che, forse, non esistendo in nessuno Stato comunitario, in nessuna ideologia condivisa, hanno ritrovato in una comunità nomade degli Stati Uniti occidentali.

The return © Adrain Chesser

The return © Adrain Chesser

È il 2007 quando Adrian Chesser va in Tennessee per il Naraya, una cerimonia tradizionale dei nativi americani. Sua madre è appena morta e l’esperienza diventa un momento di cambiamento radicale nella sua vita. Conosce Finisia Medrano e JP Hartsong, che vivevano come cacciatori-raccoglitori nel Great Basin, un bacino idrografico endoreico negli Stati Uniti occidentali, insomma senza immissari, che comprende parti del Nevada, Utah, Oregon e California.

The return © Adrain Chesser

The return © Adrain Chesser

«Era un periodo in cui, per motivi di salute, mi sentivo intrappolato in una logica di lavoro, assicurazione medica e medicina occidentale dalle quali dipendevo per mantenermi vivo e vegeto. Quando ho saputo come vivevano Finisia e Hartsong, ho capito che avrei dovuto seguirli e scattare le foto che sono poi diventate “The Return”. La mia anima aveva bisogno di immagini di persone che vivono libere, svincolate dalla società, persone la cui esperienza di vita riflettesse il mio sentirmi diverso. Quando ho sentito che stavano vivendo questa esperienza libera e selvaggia mi è esplosa la testa».

Chesser si trasferisce a Seattle in modo da poter frequentare regolarmente la coppia di amici, che nel frattempo cominciano a riunire un gruppo di persone impegnate a vivere una vita libera, un esistenza in natura e senza vincoli. In poco tempo Chesser si accorge di aver trascorso sei anni a documentare gruppi come questo. Per lui l’esperienza che più ha cambiato la sua vita con individui che non professano alcuna fede, oltre a quella simbiotica con la Terra, basata proprio sul legame originale delle tradizioni dei nativi americani.

The return © Adrain Chesser

The return © Adrain Chesser

Proprio come le api che si spostano, con un atto di puro nomadismo, per seguire le fioriture delle varie piante, così l’uomo descritto da Adrain Chesser si muove tra Idaho, Nevada, California e Oregon in base alle stagioni, usando tecniche tradizionali di caccia e raccolta.

«I più non sono nativi nel senso stretto del termine: hanno antenati europei, e provengono dai margini alienati dell’America mainstream» – spiega Timothy “Aquila Bianca” – «sono principalmente poveri, gay o transessuali, altri eremiti o di tendenze politiche radicali, e credono che siano necessari cambiamenti sostanziali nel modo in cui la società moderna interagisce col mondo naturale. Si aggirano su terreni incerti, in cerca di qualcosa che è andato perso da generazioni».

The return © Adrain Chesser

The return © Adrain Chesser

Proseguendo la loro avventura Chesser e Timothy con una scrittura che tende ad abbracciare più di un’idealizzazione di tornare alle radici, tra i frutteti abbandonati, una cultura invece che è stata lasciata in disparte con l’arrivo dei coloni americani che hanno cambiato il destino dell’America. Le fotografie di Chesser sono poco gentili, riuscendo a mostrare le difficoltà di una scelta di vita del genere e la sua bellezza. Un forte legame personale tra il fotografo e i suoi progetti, una simbiosi emotiva tra lui, i soggetti e la natura che segnano i suoi scatti.

The return © Adrain Chesser

The return © Adrain Chesser

In ogni fotogramma, questo legame tra i vestiti prodotti in serie e scorci di strade in cemento che si estendono anche nei luoghi più remoti, viene spezzato; la modernità arriva dappertutto e sembra aggrapparsi come bava ai suoi uomini.

The return è una descrizione accurata di una cultura che è nata con l’uomo e che non è mai morta. Un grande affresco, tra forme di vita sociale e immaginari che vengono in esso delineati, che tenta di restituire a noi, che viviamo nell’era della globalizzazione – o della mondializzazione come preferiscono i francesi il senso di un’esperienza per molti versi arcaica, per altri viva. 

The return © Adrain Chesser

«Non è mai troppo tardi per rinunciare ai nostri pregiudizi». 
H.D. Thoreau

 

 

 

 

 

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