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Rittenhouse assolto. La «gun culture» è viva e non morirà

Armato di fucile da guerra, uccise due manifestanti durante una protesta Black Lives Matter per "difendere la proprietà". Ora è stato assolto. Il caso di Kyle Rittenhouse evidenzia tutte le contraddizioni di un’America spaccata al suo interno.

11 minuti di lettura

Kyle Rittenhouse è stato assolto da tutti capi d’accusa. Una giuria popolare lo ha ritenuto innocente e così si è concluso uno dei molti, contestatissimi, processi che hanno scatenato, oppure seguito, le proteste legate al movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti. Come riportato da tutte le testate giornalistiche, i fatti accaduti non sono oggetto di disputa. Tutto nasce da un video, in cui si vede un uomo afroamericano, verso il quale un agente di polizia spara a bruciapelo sette colpi di pistola mentre sta per salire in auto. Il contesto inizialmente era poco chiaro, sembra che la polizia fosse stata chiamata per sedare una lite famigliare, e che lo stesso Blake, l’uomo che ora vive paralizzato dalla vita in giù, fosse lì per lo stesso motivo e che non fosse coinvolto direttamente nei fatti che portarono all’arrivo della polizia. Tutti gli agenti coinvolti furono subito sospesi dal servizio in attesa di sviluppi, ma le proteste cominciarono subito. Migliaia di persone raggiunsero Kenosha, nel Winsconsin, ed iniziarono a esprimere il loro dissenso verso il razzismo sistemico, la violenza della polizia e la parzialità del sistema giudiziario. La guardia nazionale fu allertata, e le manifestazioni presero, come spesso accade in queste situazioni, due strade: da una parte moltissimi cittadini espressero in modo pacifico il dissenso, altri invece diedero inizio a violente proteste che misero a ferro e fuoco la città per diverse ore.

È a questo punto che Kyle Rittenhouse sentì il bisogno di dover avere una parte in ciò che sta accadendo. Costi quel che costi. Il ragazzo salì in macchina insieme ad un giovane amico, armato di un fucile d’assalto semi automatico, e percorse i 30 km che separano casa sua da Kenosha con in testa un obiettivo ben preciso: difendere i “business” che rischiavano di essere devastati dai manifestanti. Un’interpretazione oltremodo estensiva del già sentito diritto alla difesa della proprietà privata; l’unica, piccola differenza è che qui la proprietà da difendere non era la sua, ma di altri.

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Rittenhouse e l’amico si appostarono nei pressi di un concessionario d’auto ed aspettarono. Poco oltre la mezzanotte si trovarono di fronte a dei manifestanti: due rimasero a terra, brandivano rispettivamente uno skateboard e una borsa, un terzo invece, armato di pistola, fu ferito e sopravvisse. La sentenza ha stabilito che Rittenhouse sparò perché si sentiva in pericolo, poco importa che fosse uscito di casa armato di un fucile da guerra per autoproclamarsi vigilante durante una protesta che in parte era degenerata in violenze. L’imputato si sentiva in pericolo, e nonostante le lacrime in cui si sciolse durante l’interrogatorio del procuratore, durante il quale ammise di aver sparato per uccidere, la giuria popolare ha stabilito che in un momento così concitato per l’imputato fosse impossibile stabilire con esattezza quanto fosse davvero in pericolo la propria vita. E quindi era autorizzato ad uccidere per mettersi in salvo.

Oltre Rittenhouse, la gun culture

L’aspetto interessante di questo processo è che ha colpito maggiormente l’opinione pubblica europea che quella americana. Qui è semplicemente impossibile immaginarsi un ragazzo, ancora minorenne, che imbraccia un fucile e gira liberamente per le strade durante delle proteste. In America evidentemente lo è molto meno, lo dimostra il fatto che il focus del processo fosse appunto non sul ruolo che Rittenhouse si era auto assegnato, ma su quanto la difesa fosse legittima. Una volta accertato che la situazione fosse caotica ed effettivamente complessa, la giuria non ha esitato nell’assolvere il ragazzo dalle accuse. Non vi è alcun problema nel girare armati come durante la guerra d’indipendenza, quando il secondo emendamento fu pensato. Se poi il fine è proteggere la proprietà privata, allora si è degni magari anche di un monumento per ricordare ai posteri il coraggio e l’attaccamento alla bandiera dimostrati.

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È inutile qui discutere della Costituzione e delle diverse interpretazioni che ne vengono date. Le radici del secondo emendamento affondano in un periodo di estrema incertezza ed anarchia in tutte le colonie, ed afferma il diritto di costituire milizie armate di liberi cittadini autorizzati a portare armi per difendere uno stato libero. Con il tempo ovviamente le milizie sono state convertite nelle regolari forze di sicurezza, ma la giurisprudenza americana ha elevato il diritto a possedere armi a elemento fondante.

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I commenti nel dibattito statunitense

Il caso di Kyle Rittenhouse ha messo alla luce ancora una volta le contraddizioni e la divisione di un’America spaccata la suo interno, con i democratici che hanno accusato il ragazzo di essere un terrorista suprematista bianco, mentre i repubblicani ne hanno elogiato il comportamento, eleggendolo a paladino della difesa della proprietà, della libertà individuale e offrendogli addirittura un posto come assistente al congresso. Mark McCloskey, l’avvocato che uscì nel giardino di casa con la moglie, anch’egli armato di mitra, per “difendere” la sua proprietà da un gruppo di manifestanti di passaggio, ha accolto con piacere le sentenza, aggiungendo che servirebbero più “veri americani” come il giovane Kyle.

L’America profonda

Da questa parte dell’oceano è difficile comprendere questi avvenimenti ed il dibattito che li circonda, principalmente a causa del fatto che spesso si commette l’errore di approcciarvisi secondo canoni di pensiero prettamente europei, dimenticandoci invece che la cultura occidentale, la quale dovrebbe accomunarci tutti in senso lato, presenta invece sfumature e differenze nette. Il secolo americano ha portato noi europei a immedesimarci e assimilare la cultura americana in un certo senso, guardando agli USA spesso come l’apogeo dei valori occidentali, fino al momento in cui avvenimenti come questo ci risvegliano come una doccia fredda. L’America autenticamente liberale, di Hollywood e New York, della Silicon Valley e di Apple, è un prodotto da esportazione. Accanto a questa coesiste un universo fatto di valori che possono rivelarsi in aperta contrapposizione con i nostri, dalla gestione del welfare, al militarismo ad ogni costo, fino alla concezione di libertà individuale che spesso a noi sembra scontrarsi con la comunità nel quale il singolo è calato. La stessa gestione dell’epidemia ne è un esempio lampante, con la salute pubblica che è sempre passata in secondo piano di fronte ai diritti individuali. Il dibattito in questo caso sarebbe interessante e non tutti, nemmeno in Europa, sono sicuri che l’emergenza non costituisca una limitazione della libertà personale più o meno giustificata, ma è di pochi giorni fa la notizia che la giurisprudenza americana ha rigettato con forza l’obbligo di Green Pass nelle aziende, ritenendola un’ingerenza inammissibile da parte del governo.

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Il tema delle armi poi sembra essere in realtà meno divisivo rispetto ad altri, tanto che nessun presidente si è mai preso la responsabilità di proporre una revisione costituzionale per introdurne il controllo. Gli appelli dei democratici fanno più riferimento a limitazioni sulla vendita, che in realtà sarebbero decisamente blande se paragonate agli standard europei. La sensazione degli americani di essere perennemente sotto attacco, che questo possa arrivare dall’interno, e che quindi si debba essere pronti a difendersi, magari anche dal governo, è troppo diffusa e radicata in tutte le classi sociali. 

Capire gli USA è un’operazione complessa ma necessaria. Considerarli come un monolite è quanto di più sbagliato si possa fare, e capirne le tensioni e le faglie interne costituisce una chiave di lettura indispensabile per comprenderne la politica estera, la produzione culturale ed i messaggi che l’America manda al mondo rispetto, ai quali spesso siamo spettatori involontariamente coinvolti. Per esempio, si potrebbe iniziare dal fatto che i poliziotti coinvolti nei fatti che lasciarono Blake semiparalizzato non hanno dovuto nemmeno affrontare un processo. Sono rientrati semplicemente in servizio.

 

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Michele Corti

Nato a Lecco nel 1996, studente di Scienze Politiche. Amo la montagna in ogni sua veste, il vento in faccia in bicicletta, la musica e provo a destreggiarmi nella politica internazionale, cosa fortunatamente più semplice rispetto a quella italiana."

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