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Innamorati di Roberto Bolaño: 3 libri per iniziare

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Bolaño è stato tutto questo, e tutto questo è la sua letteratura, i suoi romanzi e i suoi racconti, le storie nelle quali ha istoriato quest’esistenza che traduce la realtà in finzione, e la finzione in realtà, dove il limite che separa ciò che è vero da ciò che è falso resta nella penombra fino all’ultimo, per poi scoprirsi inesistente, come il bagno di Diana, simulacro fatiscente di una divinità che si sdoppia quando il suo corpo è senza veli. 

Chi era Roberto Bolaño?

No, non sono quel che si dice una persona elegante… Sono nipote di immigranti galiziani analfabeti, e dunque ho ben poco di elegante, non fa parte del mio patrimonio genetico, almeno per parte paterna.

I nonni iberici, i genitori non di certo piccoli borghesi, (il padre è camionista e amatore boxeur, la madre insegna matematica nelle scuola), Roberto Bolaño nasce a Santiago del Cile il 28 aprile 1953. Vi resta un anno. Incomincia la vita da nomade, trasferendosi, con la famiglia, da una città all’altra del Sud America. Impara a leggere prestissimo, a 5 anni; poi a 7 scrive il primo racconto nel quale alcune galline si innamorano di un’anatra, lasciando disarmati gli altri animali del recinto. La meta finale del suo ramingare è Città del Messico (1968).

Bolaño ha 15 anni e vi trova ciò di cui aveva bisogno: una biblioteca, dove passa le ore, i giorni, gli anni, letteralmente, chiuso dentro. Nel 1973 decide di tornare in Cile per appoggiare Salvador Allende insieme ad un gruppo di trotskisti scapestrati. Arriva ma è troppo tardi. In un viaggio durato settimane, nel quale via mare, strada, pullman, ha tagliato l’America Latina trasversalmente, arriva l’11 settembre e Allende cade sotto i colpi militari di Augusto Pinochet. È incarcerato, ma se la cava con tre giorni al fresco. 

Torna in Messico e fonda con l’amico e mentore Mario Santiago Papasquario il movimento poetico avanguardista dell’infrarealismo (il calco di queste vicende si trova descritto nel capolavoro di Bolaño, I detective selvaggi). Nel ’77 raggiunge la madre in Catalogna, dov’era emigrata pochi anni prima. Qui lavora come vendemmiatore, commesso, vigilante di un campeggio estivo, partecipa a infinite gare e competizioni poetiche. Muore venticinque anni dopo, il 15 luglio 2003, a Barcellona, a causa di un’insufficienza epatica, già diagnosticata da molti anni.

Per iniziare: «Stella distante» (1996)

Quando tornò a punta Arenas Wieder dichiarò che il pericolo maggiore era stato il silenzio. Dinanzi allo stupore fino o reale dei giornalisti, spiegò che il silenzio erano le onde di Capo Horn che sollevavano le loro lingue verso il ventre dell’aereo, onde somiglianti a balene melvilliane o a mani mozze che cercavano di toccarlo per tutto il tragitto, ma mute, imbavagliate, come se a quelle latitudini il suono fosse privilegio, esclusivo degli uomini. Il silenzio è come la lebbra, dichiarò Wieder, il silenzio è come il comunismo, il silenzio è come uno schermo bianco che va riempito. Se uno lo riempie, non può più succedergli niente di brutto. Secondo Bibiano, quella era la descrizione di un angelo. Un angelo fieramente umano, chiesi? No coglione, rispose Bibiano, l’angelo della nostra sventura.

Raccolta dal sapore borgesiano, che calca non il suolo della metafisica, sebbene quello della realtà – anche se di una realtà sfuggevole, piena di onirismo, pornograficamente grigia – Stella distante è un romanzo breve che amplia uno dei ritratti composti da Roberto Bolaño in quell’altro capolavoro che è La letteratura nazista in America, enciclopedia fittizia di poeti e scrittori di estrema destra del continente americano. Quindi, ad esser coerenti, bisognerebbe leggere prima il secondo e poi il primo, ma ciò non toglie che Stella distante detenga un’autonomia tutta sua, e se ne possa godere anche senza l’appoggio de La letteratura

La vicenda ruota intorno al misterioso poeta Alberto Ruìz-Tagle, unico tra i frequentatori dei circoli letterari della città di Concepción a non possedere una laurea. Eppure, è il migliore di tutti: di bell’aspetto, adorato dalle ragazze, modello dei giovani aspiranti letterati. Ruìz-Tagle è il centro del romanzo, con le sue comparse intermittenti: scompare e riappare, come un animale che si rintana per fuggire da qualcosa. Nessuno sa dove si rifugi, dove vada, dove sia finito ogni volta. Improvvisamente, sono gli anni di Pinochet, è la fama di un tale Carlos Weider a farsi strada tra i letterati della città. Anche Wieder è un poeta, ma scrive le sue poesie non sulla carta, bensì in cielo, guidando un aeroplano che col fumo tinge il cielo dei versetti della bibbia. Da qui in poi le cose si fanno complicate: omicidi, una mostra fotografica allestita da Wieder con immagini delle vittime, snuff-movie, una fuga in Europa. C’è qualche nesso tra i due, tra Wieder e Ruìz-Tagle? 

Per proseguire: «Puttane assassine» (2001)

I suoi occhi erano, come dire, potenti. Fu quello l’aggettivo che mi venne in mente allora, un aggettivo che evidentemente non nasceva dall’impressione reale che i suoi occhi lasciavano nell’aria, sulla fronte di chi riceveva il suo sguardo, una specie di dolore fra le sopracciglia, ma non trovo aggettivo che funzioni meglio. Se il suo corpo tendeva, come ho detto, a una rotondità che gli anni avrebbero finito per concedergli pienamente, i suoi occhi avevano qualcosa di affilato, di affilato in movimento.

Roberto Bolaño è stato anche un grande scrittore di racconti, e in questa raccolta, Puttane assassine, tornano tutti i temi, le preoccupazioni, le angosce attorno ai quali ruota la sua produzione. Il titolo prende il nome da uno dei racconti, forse il più bello, nel quale l’attitudine infrarealista o real visceralista (termine, quest’ultimo, usato da Bolaño nel suo capolavoro I detective selvaggi, che non abbiamo riportato in questa lista perché troppo conosciuto), trova espressione potente: una donna, una prostituta, seduce un povero tifoso di calcio, lo porta a casa sua, lo lega, e in un meraviglioso monologo gli fa capire che no, era meglio se non si fossero incontrati. Poi lo uccide. Tutto ciò all’insegna dell’epigrafe oraziana che apre il libro di Bolaño: «Con una risata finirà il processo e tu te ne andrai assolto». Quale processo? Quale assoluzione? Sono domande che, come sempre, restano sospese in Bolaño, là dove non esiste più un confine netto tra realtà e finzione. Come testimonia un altro, magistrale, racconto, Buba; nel quale Buba, per l’appunto, giovane promessa calcistica del Barcellona, mezz’ala africana, si rinchiude in spogliatoio prima delle partite chiedendo ai compagni (Alvedo, voce narrante, e Herrera, altro giocatore) di versare del sangue in un bicchiere. Riti sciamanici, musica autoctona, magia nera. Fatto sta che Buba esce dal bagno e ogni volta il Barcellona vince, rovesciando la sua posizione in classifica a fine campionato. 

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Questo misto di temi “neri” (il suicidio, la solitudine estrema, il sesso (il sesso: un altro dei racconti è un dialogo tra un necrofilo e lo spirito resuscitato della povera vittima abusata) e di ironia, di leggerezza, anche, rende il libro di Roberto Bolaño un experimentum crucis, qualcosa che mai si è fatto e mai si rifarà – almeno  a questa altezza. Si tratta di un nuovo modo di dipingere l’umano, un nuovo taglio antropologico sulla realtà che ci offre una vista spaventosa ma mediata allo stesso tempo da un’aura di magia, che l’attenua, e la rende accettabile, e quasi godibile. Così, ciò che pareva esserci di più spaventoso, si mostra sotto lo sguardo empatico di Bolaño di un’umanità inscalfibile; è questa la pretesa “metafisica” del pazzo Roberto Bolaño: mescolare gli opposti e plasmare da essi il nostro, surreale ritratto. Per poi riderci sopra. 

Innamorati di Roberto Bolaño: «Tra parentesi» (2004)

Com’è il paradiso? 

Come Venezia, spero, un posto pieno di italiane e italiani. Un posto che si consuma e si logora e sa che nulla perdura, nemmeno il paradiso, e che questo in fin dei conti non importa. 

E l’inferno?

Come Ciudad Juàrez, che è la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustrazioni e della nostre infame interpretazione della libertà e del desiderio.

Quando ha saputo di essere gravemente malato?

Nel ‘92.

Quali cose ha cambiato la malattia nel suo carattere?

Nessuna. Ho saputo di non essere immortale, una cosa che, a trentott’anni, era ora che sapessi.

Roberto Bolaño, come detto, non è stato solo romanziere e poeta, ma anche saggista. Se non ve la sentite ancora di aprire 2666 (che non abbiamo consigliato perché, si sa, Bolaño = 2666), una buonissima alternativa (anche se di genere diverso) è Tra parentesi, nel quale sono raccolti i saggi, gli articoli e discorsi composti e tenuti da Bolaño tra il 1998 e il 2003. C’è anche la sua ultima intervista a Playboy, dal quale è tratta la citazione che apre questa terza sezione. Il punto è che questo testo non è solo una raccolta, non è solo un ventaglio di scritti al di fuori della fiction composti da Bolaño per riviste, giornali, ecc.; no, Tra parentesi è un ritratto per frammenti di Bolaño stesso. Gli autori che si incontrano, ai quali Bolaño dedica recensioni o riflessioni critiche, rappresentano quella costellazione letteraria che è il terreno sul quale egli ha edificato nonché praticato la sua, idea di letteratura. E allora ecco che i nomi che compaiono, nomi come Borges, Philip K. Dick, Rodolfo Wilcock, ma anche, Cercas, Vargas Llosa si trasformano nel ritratto sì di uno scrittore, ma anche della sua epoca, del suo Cile mai dimenticato, della sua nuova terra rimasta come una madre difficile da riconoscere. E poi Tra parentesi offre la rara occasione d’introdursi nell’officina letteraria di Bolaño: cosa leggeva? Come leggeva? Come scriveva? Cosa pensava dell’Allende, Bolaño? Sono tutte questioni che in Tra parentesi trovano risposta, esplicita o implicita che sia (quella sull’Allende è parecchio esplicita). Lasciarsi influenzare da questo sciamano della parola è forse ciò che più si addice a chi sia in cerca di un educatore. Se è il vostro caso, Tra parentesi è il libro giusto. Che trapezista, Bolaño. 


In copertina: Artwork by Madalina Antal
© Riproduzione riservata


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Giovanni Fava
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