«Rocketman»: la fantastica storia dell’uomo-razzo

Presentato fuori concorso in anteprima alla 72ª edizione del Festival di Cannes, Rocketman racconta la vita dell’inimitabile stella del rock Elton John. Il film è stato girato da Dexter Fletcher, stesso regista di Bohemian Rapsody, biografia in musica di Freddie Mercury, che ha portato a casa quest’anno quattro premi Oscar.

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Rocketman
Elton John e l’attore Taron Egerton alla 72ª edizione del Festival di Cannes – fonte: www.media1.hw-static.com

L’incipit del film è il più classico dei classici. Elton “Hercules” John si ritrova in una clinica di riabilitazione, si definisce «alcolizzato, dipendente dalla cocaina e dal sesso, incapace di gestire la rabbia» e inizia a ripercorrere la sua vita attraverso una serie di flashback in musica che riprendono le note delle sue canzoni più celebri.

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La trama di Rocketman

Il giovanissimo Reginald Dwight, questo il suo vero nome, vive a Pinner, nella periferia di Londra, in una famiglia che non lo ama e ancor meno lo incoraggia, tra da una madre frivola e un padre totalmente assente. Il talento e la passione per la musica diventano l’unica salvezza, l’unico spazio in cui essere se stessi, in cui emergere per «uccidere la persona che ti volevano far essere». L’ascesa di Reginald si traduce in una travolgente catena di concerti, premi e grandi successi che portano il nuovo “Elton” all’incontro con il suo paroliere e fedele amico Bernie Taupin (Jamie Bell) e con il manager John Reid (Richard Madden), dipinto nel film come vero antagonista della storia.

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Importante ricordare che il film é prodotto dallo stesso Elton John, che ha voluto raccontare la storia “secondo lui”, fornendo una sua personalissima e non per questo meno emozionante versione dei fatti. É inutile quindi ricercare l’autenticità storica in Rocketman, un film che più che rispettare la realtà rispecchia i sogni e la fantasia del suo protagonista.

Un “biopic” tra fantasy e musical

Se Bohemian Rapsody era più fedele alla storia originale, Rocketman, che teme forse il confronto con il pluripremiato racconto dei Queen, fin dalle prime battute tenta di distinguersi andando oltre i limiti del reale, evadendo dalla dimensione del film “biopic” per trasformarsi in un vero e proprio spettacolo, ricco di effetti speciali, costumi sgargianti e improbabili calzature.

Tale ricostruzione può piacere o no, ma fa pensare che Rocketman non avrebbe potuto essere diverso, perché è proprio così che Elton John ha sempre immaginato la sua vita: un film raccontato con lo sguardo di un bambino che non è mai cresciuto, e per questo a tratti fantastico e surreale, come un musical di Broadway.

Il protagonista

Emozionate è l’interpretazione di Taron Egerton, che non imita mai l’originale, ma che piuttosto reinventa se stesso come uomo e attore, lanciandosi in una performance che in fondo gli appartiene in tutto e per tutto. La sua prova quindi non delude le aspettative e si dimostra all’altezza di un ruolo impegnativo che richiede ballo, canto, estro trasformista e tanta energia.

Luci e ombre dell’ “uomo-razzo”

Rocketman, titolo tratto dall’omonima canzone dell’artista, è un viaggio musicale colorato e irriverente che racconta, divertendosi, la storia dell’uomo che ha preso (letteralmente) il volo facendo sognare e, per questo, “planare” milioni di fan in tutto il mondo. Il senso di leggerezza che accompagna gli spettacoli “dell’ uomo-razzo” si contrappone invece alla pesantezza, alla paura e alla depressione che sfociano in un tentato suicidio dove il cantante per una volta smette di “volare” gettandosi a peso morto nella piscina della sua stravagante villa californiana.

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Come tutte le storie di successo, la vita di Elton John è fatta di contrasti, di alti e bassi, di luci e di ombre.  Apparenza e intimità, a metà strada tra fama e solitudine, sono i due aspetti che scandiscono il ritmo del film. Due volti opposti di una stessa carriera si scoprono però essere inevitabilmente complementari, merce di scambio e passaggio obbligato per avere accesso al seducente mondo dello spettacolo.

Rocketman: il prezzo del successo

Come in tanti altri appassionanti film che raccontano ai comuni mortali la caduta e la rinascita di stelle che hanno segnato la storia, la cifra da pagare è sempre la stessa: la propria vita in cambio della fama, perdere sè stessi per appartenere agli altri. Questo irresistibile “patto con il diavolo” (costume che lo stesso Elton John indossa entrando in riabilitazione) determina il tormento dell’artista, come si nota nella scena nel camerino, poco prima di uno dei tanti concerti. Il tentativo di un finto sorriso cerca di rimediare a uno sguardo in realtà spento e triste, segnando l’incontro (e lo scontro) di due modi di essere incompatibili per natura ma che si trovano a convivere nello stesso uomo. L’abbondanza delle “cose” tenta di compensare un incolmabile vuoto affettivo e lo scarto emotivo che ne deriva si risolve qui felicemente, con un happy ending degno delle più belle commedie musicali americane.

Conciliarsi con il proprio passato e imparare a accettare se stessi, anche se diversi dagli altri, sembra essere infatti il messaggio che Elton John vuole trasmetterci. Bisogna amarsi così come si è, senza per forza cercare l’affetto intorno a noi. É la pace con la propria natura che porterà poi l’amore degli altri.




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Valentina Cognini

Nata a Verona 23 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Dopo uno stage al Museo del Louvre e alla Pinacoteca di Brera, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Ora è tornata a Parigi per specializzarsi in Museologia all'Ecole du Louvre, la cricca di storici dell'arte più ganzi che ci sia. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.
Valentina Cognini
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