Santa Estasi: “Elena” o della contraddizione

La schiera dei magnifici ragazzi di Latella ci aveva lasciati con una agghiacciante risata. Un anticipo di quanto ci aspetta in questo secondo episodio del progetto Santa Estasi, Elena, un racconto tragico costruito con dinamismo e autoironia. L’adattamento, a cura di Camilla Mattiuzzo, gioca sul chiaroscuro.

Guerra, violenza e arroganza

Al centro della scena, un cavallo di legno, che però forse è un unicorno, cioè simbolo della fantasia. Ed eccola, la donna dalla mitica bellezza causa di guerra tra Greci e Troiani, stretta in un body e pelliccia, provocante e sguaiata, Elena (una convincente Barbara Chichiarelli). Canta Yellow Submarine dei Beatles, dissacrante paragone con la situazione dei guerrieri Achei rinchiusi nel ventre del cavallo, che lei cavalca lasciva e, imitando le voci delle spose, cerca di convincere gli eroi a uscire, per affrettare i tempi della disfatta troiana (episodio narrato nell’Odissea). A un segnale tutti gli attori escono in scena armati di spada, impegnati in corse, inseguimenti, duelli corpo a corpo, in una girandola di energia che restituisce il caos dell’ultima notte di Troia.

© Brunella Giolivo

Questa premessa dà l’avvio alla sezione delle Troiane di Euripide: sentiremo il pianto di Ecuba (Giuliana Vigogna), la vecchia regina che non ha perduto la propria dignità, il delirio di Cassandra (Barbara Mattavelli), che legge sui dadi le prossime sventure dei Greci. A completare il quadro c’è anche il commovente addio alla vita del piccolo Astianatte (Gianpaolo Pasqualino), stroncato dalla cieca violenza dei vincitori. Elena trascina un divano, forse simbolo di quanto pesino la colpa, la bellezza e la fama di sensualità che le attribuisce la tradizione. Ora dovrà affrontare Ecuba, che riesce a smontare tutte le sue argomentazioni, una vittoria della logica che non vale però a riscattarla dalla condizione estrema dei vinti. Prevale quindi Elena, eppure si profila già un’ombra: la donna, arrogante e sicura della sua bellezza, ha paura di essere dimenticata, di tramontare e finire in cenere come questa città gloriosa.

Elena sette bellezze

Ed è sulla parola “paura” che si avvia la scoppiettante seconda parte, tratta dall’Elena di Euripide. La tragedia viene rivoltata come un calzino per far emergere il lato paradossale e comico. Euripide immagina che la vera Elena non sia mai stata a Troia: il rapitore Paride ha condotto con sé un’immagine fittizia della bella spartana, che invece in tutti questi anni è rimasta in Egitto. Dunque i Greci hanno combattuto per un fantasma. La vicenda gioca sulla seduzione del doppio, quando Menelao sbarca naufrago sulle coste dell’Egitto (insieme al fantasma di Elena) e la sua sposa dovrà convincerlo della propria identità, viva e reale.

Con un colpo di genio Latella decide di ampliare il tema dello sdoppiamento: Elena viene impersonata dalle sette ragazze del progetto. Body e pelliccia, gambe bene in vista e labbra rosse, appollaiate sul divano, divertite nel gioco di una seduzione sopra le righe che ci travolge e subito scatena l’ilarità. Parlano all’unisono, in affannose ripetizioni, oppure in briose staffette alternate, su tonalità di cantilena infantile, con teatralità affettata, pose di studiata ingenuità, larghi sorrisi, ammiccamenti, smorfie di disgusto e orrore. Applausi a scena aperta, che premiano l’impegno di una condivisione sempre cangiante. Infatti questa Elena che si scioglie in una femminilità corale non ha naturalmente una versione univoca dei fatti, e l’ambiguità regna sovrana. La grazia di questo momento teatrale è una delle perle dell’intero progetto.

Un cavallo multi-tasking

Importante anche il cavallo, oggetto scenico che continua a cambiare di segno: giocattolo del destino fra le cosce di Elena, poi totem di guerra che sovrasta i duelli e residuo di un’infanzia negata per il piccolo Astianatte che lo cavalca come fosse un cavalluccio a dondolo. Ora diventa debole feticcio della virilità: dapprima è la cavalcatura di Teucro (Isacco Venturini), un vacuo miles gloriosus, poi altura di avvistamento o sdraio per il naufrago Menelao (Ludovico Fededegni), in costume da bagno, bandana e corona di fiori al collo, un cialtrone incerto e confuso. Chi è Elena? L’ombra lasciata nella grotta o questa presenza fisica davanti ai suoi occhi, scomposta in sette bellezze? Il fuoco di fila di domande, opzioni, soluzioni, con risvolti comici sottolineati anche da altre figurine di contorno (Alessandro Bay Rossi, che regala esilaranti cammei nelle vesti della Vecchia e del Servo), è dominato dal gioco, come nell’indimenticabile scambio verbale in cha-cha-cha proprio nel momento di acmé tragica.

Due diversi finali

Avvenuto il riconoscimento, sarà facile convincere l’ingenuo re Teoclimeno (Emanuele Turetta, in divisa da ufficiale di marina), innamorato naturalmente di Elena, a concedere una nave per un finto rito funebre, che sarà coronato invece dalla fuga dei due sposi. L’intervento finale dei Dioscuri (Isacco Venturini e Alessandro Bay Rossi) commenta il senso di spaesamento che coglie i mortali: il mondo appare sempre diverso, impossibile fissarlo in un’identità compiuta.

© Brunella Giolivo

La drammaturga Mattiuzzo aggiunge un’appendice comico-tragica. Dal letto dove Menelao riposa dopo la notte d’amore, Elena parla al microfono: sta chiamando al telefono Teoclimeno: «Brucerei tutto pur di poter ricominciare. Vieni a prendermi». È la richiesta d’aiuto al nuovo Paride perché il ciclo ricominci. Tornata alla realtà ordinaria, Elena vuole evadere, ricrearsi l’ennesima identità seduttiva. Le lotte in nome del fantasma della bellezza non sono finite. Intanto sul tavolo che fra poco ospiterà il Coro del prossimo episodio hanno preso posto Agamennone e Cassandra. Il sorriso si spegne. La tragedia continua.

 

 Santa Estasi. Elena
da Troiane e Elena di Euripide – adattamento di Camilla Mattiuzzo
regia di Antonio Latella
produzione ERT 2016
visto il 26 maggio 2018, Piccolo Teatro Studio Melato, Milano

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