Se muore un palestinese

Ahmed Erakat, palestinese di ventisette anni, aveva due matrimoni imminenti. Uno era il suo, che si sarebbe tenuto dopo meno di un mese, l’altro della sorella, che si sarebbe tenuto di lì a poche ore. Non ha potuto vivere nessuno dei due. Il 23 giugno è stato ucciso a un checkpoint tra le città di Abu Adis e Betlemme, perché i soldati israeliani l’hanno creduto un terrorista: la sua auto ha improvvisamente accelerato, colpendo un soldato. Lui è sceso dalla macchina, disarmato, ed è stato ripetutamente colpito, con dei colpi di arma da fuoco. Per i militari Israeliani era un terrorista. Il beneficio del dubbio non era previsto. È stato lasciato morire dissanguato: per un’ora e mezza, ai soccorsi non è stato consentito avvicinarsi.

«I giornalisti chiedono alla famiglia di dare una spiegazione al video (video delle telecamere di sicurezza che mostrano l’auto di Ahmad scontrarsi con il checkpoint, ndr). I palestinesi sono così tanto considerati una minaccia che non possiamo compiere errori umani, come perdere momentaneamente il controllo della nostra auto – ha scritto su Instagram sua cugina, Noura Erakat, professoressa e scrittrice negli USA – la domanda ovvia dovrebbe essere perché c’è un checkpoint tra due città palestinesi?».

«Un glorioso capitolo del sionismo»

L’uccisione di un palestinese disarmato da parte dell’esercito israeliano non è cosa rara. Ma le domande che scaturiscono dal sangue ogni volta si amplificano sempre di più, si aggrappano a echi internazionali, portano a proteste in cui si grida più la parola “giustizia” che “vendetta”. È già accaduto in passato, prima delle Intifade. Accade oggi, poco prima di quello che il presidente israeliano Netanyahu ha definito «un glorioso capitolo nella storia del sionismo»: l’annessione di parte della Cisgiordania allo stato di Israele.

Abu Adis e Betlemme sono entrambe in Cisgiordania, una regione geografica più piccola dell’Abruzzo che, insieme alla striscia di Gaza, costituisce i territori palestinesi. La Cisgiordania, sin dalla guerra dei sei giorni, è sotto occupazione militare israeliana e l’occupante, Israele, le nega anche il nome, facendo riferimento a essa come Giudea e Samaria e riconoscendolo come una regione appartenente di diritto alla stirpe ebraica. Lungo l’intero territorio, e non solo lungo il confine con Israele, ma anche tra città interne alla Cisgiordania, ci sono checkpoint israeliani (alcuni permanentemente presidiati dall’esercito), cancelli, blocchi, barriere che impediscono la libera circolazione nel territorio.

Da Frammentivocali

Secondo l’OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), nel 2018 gli ostacoli alla circolazione in Cisgiordania erano più di settecento. Un numero altissimo per un territorio di 5.860 chilometri quadrati che, per intenderci, è una zona più piccola della regione Umbria e dove anche solo per spostarsi di pochi chilometri occorrono ore. Il tutto separato dallo stato Israeliano da un muro, lungo più di 500 chilometri, sormontato da filo spinato. Ma il dettaglio visivo di un territorio spezzato non è sufficiente a fornire l’immagine di quello che la Cisgiordania è diventata: centinaia di insediamenti (132 insediamenti veri e propri e 124 avamposti) sono stati costruiti dallo Stato di Israele in Cisgiordania sin dalla fine della guerra dei sei giorni. Un atto illegale secondo la comunità internazionale, ma che Israele continua a ritenere legittimo, sostenendo anche che, non essendo la Cisgiordania un territorio militarmente occupato perché appartiene storicamente allo stato ebraico, non si possa applicare ad essa il diritto internazionale di guerra.

Ed è proprio su questa legittimità che si basa il piano di Benjamin Netanyahu e che consiste nell’annessione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e della valle del Giordano, ossia della proclamazione di sovranità sul quel territorio. Un programma che potrebbe essere posto in essere già a partire da luglio e che, seppur più volte teorizzato da esponenti della destra israeliana negli scorsi decenni, è soltanto ora finalmente realizzabile grazie al supporto della politica di Donald Trump.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Da Nenenews.

Attualmente gli insediamenti fanno parte dell’Area C della Cisgiordania, cioè quell’area che, per gli accordi di Oslo II (Accordo ad interim sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza), doveva essere gradualmente trasferita sotto la giurisdizione palestinese e che era, ed è tuttora, sotto un controllo non solo militare ma anche civile di Israele. Nell’Area C, la popolazione ebraica è infatti sottoposta alla legge di Israele, mentre la popolazione palestinese è sottoposta alla legge militare israeliana e alle leggi dell’Autorità Nazionale Palestinese. Con l’annessione degli insediamenti i circa 430.000 ebrei israeliani che ci vivono saranno considerati ulteriormente a casa propria, di fatto all’interno di nuovi confini di Israele. Una nuova rottura degli accordi di Oslo, quel patto mai onorato che avrebbe dovuto portare al riconoscimento di uno stato palestinese.

Non si conosce ancora con esattezza l’interezza del territorio che Netanyahu vuole annettere allo stato ebraico, ma si tratterebbe di una porzione non inferiore a circa il 30% dell’attuale Cisgiordania. Una prima conseguenza dell’annessione è la possibilità che circa il 4,5% dei palestinesi in Cisgiordania si ritrovi a vivere in enclavi interne a territori annessi da Israele, limitando la loro già compromessa possibilità di spostarsi liberamente sul territorio. Ma una grande minaccia è costituita anche dalla possibilità che costruire in Cisgiordania diventerà più semplice, senza la trafila formale di autorizzazioni attualmente necessaria. In tal modo c’è il rischio che gli insediamenti si allarghino, riducendo progressivamente il territorio palestinese.

Le parole dell’ONU

Il 24 giugno Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, nel corso di un incontro virtuale del Consiglio di Sicurezza, ha dichiarato:

«L’annessione potrebbe costituire una seria violazione del diritto internazionale, danneggiare la prospettiva di una soluzione consistente in due stati e diminuire le possibilità di un rinnovo dei negoziati. Chiedo al governo israeliano di abbandonare i suoi piani di annessione».

Ma i moniti dell’ONU hanno storicamente poco effetto su Israele, in particolare quelli che chiedono un maggior rispetto dei diritti dei palestinesi. Già nel 1969, con la risoluzione 2546, l’ONU ha condannato Israele per violazioni di diritti umani e libertà fondamentali nei territori occupati, così come ha sottolineato più volte le violazioni della Convenzione di Ginevra che Israele ha attuato con le deportazioni dei civili palestinesi (risoluzione 636 e 641) o in generale con atti di violenza contro i palestinesi (risoluzione 672). Insieme all’ONU, anche l’Unione Europea ha più volte condannato la politica di Israele nei territori occupati e adesso più di 1000 parlamentari di vari paesi europei, con una lettera firmata, hanno espresso la loro opposizione al progetto di annessione. Eppure in Cisgiordania, come a Gaza, nulla sembra cambiare.

Ahed Tamini

Un “piano di Pace” targato USA

Questo conflitto duraturo sembra però esser peggiorato non tanto con la linea politica di Benjamin Netanyahu, che è presente sulla scena politica israeliana sin dagli anni ‘90 e, secondo alcuni, uno dei principali colpevoli della disfatta degli Accordi di Oslo. In realtà il peggioramento sembra esser arrivato proprio con la presidenza Trump negli USA e con il “piano di pace” presentato a gennaio 2020. È stato proprio dall’insediamento di Trump che Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di abolire le restrizioni alle costruzioni in Cisgiordania e le cose non sono certe andate meglio con la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. La città santa fu infatti proclamata unilateralmente capitale di Israele nel 1980 con una legge che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite definì nulla e priva di validità. Con l’endorsement di Trump, però, la destra israeliana ha assunto una spavalderia che ha portato a un veloce cambiamento nei rapporti con i palestinesi. Una nuova armatura a stelle e strisce con cui Netanyahu vuole sfruttare finché possibile, certamente temendo un cambio di politica estera statunitense con le nuove elezioni.

«Perché il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha scoperto che Israele spara a morte i palestinesi “sulla base di un mero sospetto o come misura precauzionale”? – continua nel suo post su Instagram Noura Erakat – Perché Ahmed è l’undicesimo palestinese sparato quest’anno? Perché nemmeno a un singolo israeliano è stato chiesto conto delle 97 uccisioni di palestinesi in Cisgiordania, inclusi 36 bambini, nel 2016? Perché a nessuno è stato chiesto conto dell’uccisione di 217 palestinesi che protestavano disarmati a Gaza tra maggio e ottobre 2018?».

Intanto il corpo di Ahmed viene conservato all’istituto forense dell’università di Tel Aviv dal governo israeliano: essendo Ahmed morto, secondo Israele, in un presunto episodio terroristico, non si sa quando il suo corpo verrà riconsegnato alla famiglia. Forse, dopo l’annessione.


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Gianluca Grimaldi
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