Se tutto è arte nulla è più arte: il lavoro creativo ovvero il senso dell’incanto

La folle corsa all’originalità a ogni costo, allo choc visivo, all’astruseria piatta e senza senso in un crescendo potenzialmente infinito e sempre più inconcludente hanno portato a quell’impasse nella quale si trova la storia dell’arte. Oggi il senso dell’avanguardia sembra quasi crollato perché tutto è diventato avanguardia e quindi in un certo senso tutto è diventato arte; ma se tutto è arte nulla più è arte.

Le avanguardie e le post-avanguardie di oggi, con il loro essere contro tutto, contro l’estetica, contro la forma, contro il concetto di artista, contro il concetto di opera stessa, si pongono in una posizione di continua auto-negazione che sembra convincere sempre meno e che si è convertita in semplice inibizione della potenza vitale dell’arte come creazione incessante.

Di certo la mancanza di un contesto socio-culturale definito è una delle principali cause dell’indeterminatezza, per non dire dell’insensatezza di parte dell’arte contemporanea, come profetizzato da Hegel con l’idea di «morte dell’arte».

Inoltre con l’avvento della tecnologia, la riproducibilità tecnica delle immagini ha comportato l’esplosione del numero delle stesse, motivo per cui l’artista ha oggi il dovere di creare tra la propria immagine e tutte le altre: quel fenomeno che il teorico Josè Jìmenez ha definito «distanza estetica», nel senso che deve infondere all’immagine da lui creata concettualità, poeticità ed essenzialità, che siano, però, superiori a quelle delle altre immagini prodotte per fini non eminentemente artistici.

Sarebbe inoltre auspicabile eliminare lo sterile dualismo tra forma e contenuto che caratterizza gran parte dell’arte contemporanea.

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Leonardo da Vinci, “Dama con l’ermellino” (1489–1490)

E’ vuota retorica l’idea che l’arte di oggi sia più concettuale di quella del passato e che questo giustifichi la sua minore efficacia visiva. I grandi maestri del Rinascimento; Leonardo, Michelangelo, Raffaello, partendo da poetiche opposte, hanno dimostrato la medesima cosa: che è possibile creare opere che posseggano allo stesso tempo un profondo substrato concettuale, un’eccellente qualità estetica e una suprema potenza espressiva.

E’ chiaro che a dominare non potrà mai più essere il concetto di Bello classico, che dopo una fortuna plurisecolare è stato messo già in crisi dallo Sturm und Drang, il quale configurò il sentimento della Natura come essenza del Romanticismo.

Ma è forse anche più evidente come le sole idee di novità e di originalità non possano più essere le uniche basi per il futuro. Lo stesso Charles Saatchi, forse uno dei maggiori “colpevoli” dell’impasse dell’arte contemporanea, in un’intervista al The Guardian svela la degenerazione di quel mondo che lui stesso ha contribuito in gran parte a creare, trasformando le mostre in riti modaioli e glamour, facendo trionfare banalità, kitsch e provocazione fine a se stessa. Per uscire da questo pantano la ricetta non può certo essere una pittura obsoleta che riproponga la semplice forma esteriore degli antichi, né la piatta riproduzione del reale, ma un’arte che inauguri una nuova stagione, quella che Edward Docx ha definito «Età dell’Autenticità»; nella quale si rimettano in primo piano i valori della consapevolezza tecnica e concettuale.

A guidare questo processo di nuovo orientamento del mondo dell’arte devono essere teorici e critici, in particolare questi ultimi non devono rifuggire dall’assolvere la propria funzione, che è quella di contestualizzare e valutare l’opera o, come sosteneva Adorno, separare il «contenuto di verità» delle opere dai «momenti di falsità». Vale a dire che è necessario stabilire criteri in base ai quali distinguere ciò che è accessorio o scandaloso dagli aspetti di coerenza poetica e autenticità che costituiscono il sostrato del valore reale dell’opera.

Joseph Kosuth, "One and Three Chairs" (1965)

Joseph Kosuth, “One and Three Chairs” (1965)

Al contrario, la critica spesso sembra nascondersi dietro il paravento della pluralità della rappresentazione e della mancanza di valori dell’era contemporanea, pur di non delimitare delle linee di demarcazione tra ciò che è vera arte e ciò che non lo è. E’, al contrario, proprio l’assenza di parametri culturali e estetici che deve spingerci a crearne di nuovi, a ogni costo.

Oggi la critica, perlopiù, non propone giudizi sulle opere, ma si limita a una mera cronaca sul divenire autoregolato dell’arte e, nel timore di intervenire davvero nel dibattito culturale, altro non fa che tradire il senso stesso della critica militante.

Due sono le direzioni fondamentali che ha seguito, alternativamente, gran parte della critica contemporanea: o la concezione della critica stessa come arte, da porre sotto la protezione di una fantomatica “Decima Musa”, in questo caso l’attività critica sarebbe intesa come traduzione, sotto forma di metafore poetiche e concetti intellettuali, dei simboli e delle creazioni del pittore (tra i suoi sostenitori troviamo Herbert Read e Eugenio D’Ors); oppure, d’altra parte, è stata sostenuta l’idea dell’inutilità della critica a fronte di una presunta trasparenza estetica delle opere, che parlerebbero da sé, rendendo superflua una qualsiasi retorica di accompagnamento (fautori ne furono Roland Barthes e Susan Sontag con il suo saggio Contro l’interpretazione del 1964).

In entrambi i casi, i due diversi atteggiamenti comportarono il medesimo risultato: la progressiva dissoluzione dell’attività di valutazione e inquadramento delle opere che ha prodotto un’espansione inusitata del credo per cui oggi nell’arte “tutto vale”, situazione della quale sembrano aver cinicamente approfittato diversi operatori del settore.

D’altro canto, dal punto di vista della pratica artistica in senso stretto, la guerra alla volgarità, alla mediocre improvvisazione antiestetica, potrà essere capeggiata dalla Pittura se nel futuro essa riuscirà, rompendo l’accerchiamento degli altri medium visivi, a mantenere alto il livello di un vero valore poetico, non tralasciando, anzi quasi riscoprendo il proprio valore estetico.

Sarà necessario andare oltre la vacuità contemporanea e condannare all’oblìo certe manifestazioni voyeuristiche e morbose, che pretendono di vendere come arte, oggetti appartenenti da secoli ad altri ambiti come la medicina.

Per ridare slancio all’arte e quindi alla vita dovremo andare al di là dell’atteggiamento mercificatorio che svilisce ogni cosa. Potrebbe essere infatti quella che il pittore e teorico polacco Witkiewicz chiama «perdita dell’inquietudine metafisica», tipico fenomeno dell’aridità moderna, tra capitalismo, consumismo, ipertrofia tecnologica e quant’altro, ad averci fatto smarrire la via della grandezza espressiva.

Forse riscoprendo una nuova tensione verso l’assoluto, una nuova spiritualità laica che dia valore alle cose e non un prezzo, ovvero un nuovo e diverso ritorno al senso dell’Incanto primigenio, potremo colmare la distanza che esiste tra il nostro sentire e lo spirito altissimo e immortale degli Antichi.

 Vasilij Kandinskij, "Composizione VI" (1913)

Vasilij Kandinskij, “Composizione VI” (1913)

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