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Seduzione, furbizia e ironia:
La Fontaine dipinto da Manara
nella raccolta “Favole Libertine”

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7 minuti di lettura

La cicala e la formica, Il corvo e la volpe, La rana e il bue: favole che abbiamo sentito più volte durante la nostra infanzia e che nascono tutte dalla penna di Jean de La Fontaine (1621-1695), uno degli autori più celebri in questo campo. Eppure, oltre alle favole dal valore morale, dove la società umana viene criticata in modo satirico attraverso la messa in scena di animali simbolici, l’autore si è dedicato anche a un genere molto lontano, quello dei racconti e sonetti a sfondo sessuale, per esempio in Contes et Nouvelles (1665). Nel 2011 Milo Manara, campione italiano nel genere dell’illustrazione erotica, ha deciso di interpretare le opere più belle di La Fontaine caratterizzandole col suo tocco unico e personale. Favole libertine raccoglie quindi 12 immagini che riassumono i poemetti licenziosi dello scrittore, riportando il testo originale in francese dietro alla tavola.

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Tra i racconti divertenti e sensuali di La Fontaine possiamo citare per esempio Il basto o La cintura di castità: un pittore costretto a lavorare lontano da casa vuole assicurarsi che la moglie non lo tradisca in sua assenza. L’uomo dipinge quindi un asino sul pube della donna ma, al suo ritorno, il pittore trova una sella dipinta sull’animale. Come in ogni storia di La Fontaine, dietro alle avventure dei suoi personaggi si nasconde una critica sociale ben evidente e ricca di ironia, così da svelare in modo semplice e divertente i capricci e i vizi della società seicentesca.

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L’anello di Hans Carvel, storia sviluppata in più versioni da autori come Ludovico Ariosto e François Rabelais, narra invece la disavventura di Hans, un anziano che, sposata una donna molto giovane, ha paura di essere tradito. Durante il sonno decide quindi di confessare i propri timori al Diavolo, che per aiutarlo gli infila al dito una anello: la moglie non lo tradirà fino a che rimarrà sul suo dito. Al suo risveglio Hans si ritrova però con il dito nel sesso della donna.

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Sempre il Diavolo è protagonista di Il diavolo dell’isola di Papafichi, pure in questo caso un’opera interpretata anche da Rabelais. Umiliato da Phlipot, un contadino, il diavolo lo sfida a un duello a colpi di unghiate. Perrette, la bella moglie di Phlipot, sentito il diavolo bussare alla porta lo invita a entrare in lacrime: il marito, allenandosi per la sfida imminente, l’ha graffiata tra le gambe. La donna alza quindi la gonna fino al viso e, mostrata al diavolo “la ferita”, lo fa fuggire impaurito. Come in molti altri casi, più che la virtù è l’astuzia a trionfare in questo racconto.

Un altro esempio è La giumenta di compare Pietro: un prete convince un uomo piuttosto ingenuo ma di grande onestà a trasformare l’affascinante moglie in una giumenta, essendo a suo dire un animale che si sarebbe rivelato più utile della donna. L’opera si ispira all’omonimo racconto di Giovanni Boccaccio, da cui La Fontaine attinse in innumerevoli occasioni per contenuti e stile. Tra gli altri autori che influenzarono la produzione dell’autore francese abbiamo poi Fedro, Esopo – da cui riprende soprattutto la componente animale – e Orazio.

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Seppur molto apprezzate, le opere furono proibite perché «piene di parole indiscrete e disoneste la cui lettura non può portare ad altro che alla corruzione del buon costume e al libertinaggio». Effettivamente, il mondo tratteggiato in queste brevi opere e vissuto in prima persona dallo scrittore è quello fatto di vita mondana e di galanti libertini che si intrattengono con incontri segreti. La Fontaine si salva dal tracollo finanziario proprio grazie ai suoi protettori e, soprattutto, grazie alle sue protettrici, tra cui la duchessa di Orléans, la duchessa di Bouillon, e madame de la Sablière.

I testi, pur presentando una morale tutta loro, intrattengono, svagano, offrono una nuova opzione in un contesto di classicismo. I poemetti in questione sono caratterizzati da qualche arcaismo e termini specifici, ma si abbassano anche a un registro più popolare, risultando quindi diretti, fruibili, di stampo orale e poetico al tempo stesso. I versi infatti sono liberi, privi di regole ma con un buon ritmo in grado di coinvolgere anche a livello popolare.

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Manara riprende così con abilità quello che viene definito «un mondo di gioconda impudicizia, avventure amorose e festive». L’ambientazione è quella Seicentesca, ma le donne sono quelle che ben conosciamo se siamo fan della matita dell’artista: labbra carnose, fianchi larghi, gambe lunghe e snelle. Nei loro abiti antichi le donne di Manara fanno un effetto tanto insolito quanto piacevole, trasportandoci in un mondo lontano e contemporaneo insieme. Come in ogni opera di Manara, la tensione erotica è fondamentale ed è qui data dal guardare di nascosto le avventure di protagonisti che, a quattro secoli di distanza, ancora sono in grado di farci invaghire e sorridere.

Manara non è l’unico artista ad aver messo su tela le rocambolesche avventure narrate nelle favole di La Fontaine: già Pierre Subleyras (1699-1749) ne aveva data una versione personale incredibilmente esplicita per l’epoca. Tra gli altri, un esempio più recente è invece quello di Gerda Wegener – moglie di Einar Wegener, la cui storia è stata raccontata nel film The Danish Girl – che si è occupata delle storie di La Fontaine negli anni Venti del Novecento.

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Dalila Forni

1991. Studentessa di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee a Milano. Vivo di letteratura, pastasciutta e buona birra.

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