Splendore e miseria dei Bei Tempi Andati. Sul nuovo libro di Michel Serres

Finalmente. Finalmente qualcuno che la smetta di vomitarci addosso lo Schifo dei Tempi, il Fango del Presente, l’Oblio della Storia; finalmente qualcuno che, sorpresa delle sorprese, abbia il coraggio di guardare il bicchiere mezzo pieno. Questo qualcuno è Michel Serres, filosofo francese, che ha appena pubblicato un libricino di 70 pagine per Bollati Boringhieri dal titolo Contro i bei tempi andati, un pamphlet che smonta almeno un poco il mito postmoderno del Questa-è-l’era-della-globalizzazione-ovvero-la-fine-dei-tempi (con “globalizzazione” sostituibile ad libitum con “informatizzazione”, “consumismo”, “ipercomunicazione” ecc.). No, le cose non vanno così male come ce le raccontiamo.

Serres, il passato, il Nonno Nostalgico

Michel Serres oltre ad essere un signor filosofo e un gran intellettuale ha anche un altro notevole pregio: è vecchio. Ha fatto la sua vita, ha visto non tornare Regni di Saturno che tanto amiamo rimpiangere, insomma, è da 88 anni che fa l’unica cosa che i filosofi (quelli veri) sanno fare: osserva. Di cose ne ha viste parecchie, cose di cui forse, chi è nostalgicamente attratto dai Bei Tempi Andati, non ha proprio idea.

E i Bei Tempi Andati sono sulla bocca di tutti. C’è da dire, però, che il Nonno Nostalgico (sappiamo tutti di cosa si tratti) che, lamentevolmente, disprezza la contemporaneità e ricorda gli anni della giovinezza con un : «Ah, quelli sì che erano tempi» -, il Nonno Nostalgico più che essere un umano in carne ed ossa è una Categoria dello Spirito. È un transito obbligato, più o meno come il grugno adolescenziale  È nelle cose che arrivati ad un certo punto, con un piede e mezzo nella vita ma in quella fascia di tempo più che macabra chiamata da alcuni “tempo d’attesa”, si incrocino le braccia e con una lacrimuccia sul liminare dell’occhio (l’altro occhio, o meglio, l’altro sopracciglio è di solito corrucciato) e si tiri un sospiro di disprezzo misto a rassegnazione. Lo faceva Catone, 2000 anni fa, lo faceva Simmel 100 anni fa, ma la lista è potenzialmente infinita. Il problema sovviene quanto non è più a 70/80 anni che si disprezza il presente, ma a 60/70, 50/60, 40/50 e sì, anche a 20/30 (il coinquilino economista di chi scrive). La cosa è banale: quel passato che si conosce solo attraverso i libri, i racconti, gli aneddoti melanconici diventa il presente che tanto bramiamo.

Certo, certo: una volta era meglio

Allora cominciamo. Michel Serres non si risparmia nulla, perché in effetti i Bei Tempi Andati nulla ci hanno risparmiato. Erano i tempi, dice Serres, di  Hitler, di Mussolini, di Stalin, i tempi delle dittature, quando parlare era proibito e lo si faceva di nascosto, o quando il figlio non si poteva chiamare John perché nome proveniente da fazione di non alleati. E questi sono i mali minori, com’è ovvio. Si stava meglio? Va bene, gli incorreggibili inveterati ci sono sempre ed ovunque, ma i Bei Tempi Andati erano anche i tempi delle malattie («Malaticcio, paralitico, foruncolato, il corpo se la godeva su un letto di rose, una volta»), e se, ancora, le malattie non bastassero, erano i tempi della guerra e dei figli che ammazzavano i padri e delle ideologie annesse e connesse. Ideologie del tipo: morire per la Patria è una cosa sacrosanta; la difesa dell’identità etnicoculturale è altrettanto sacrosanta; l’educazione militaresca è, di nuovo, sacrosanta; eccetera, eccetera. Attenzione: questa, la nostra, quella di Michel Serres, non è retorica umanistica: sono i fatti. Basta leggere qualche riga delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana per farsene una ragione, e per non desiderare mai più che il tempo scorra all’indietro di 70/80 anni. E sì, altra cosa, noi possiamo rievocare quell’obbrobrio dal calduccio del nostro studio, mentre dall’altra parte della storia c’è chi, padri e figli, c’è rimasto ammazzato per davvero.

Ancora: pare ora che tanta parte di questa ideologia, di questa robaccia stia resuscitando. Serres, come noi, spera che non accade e che qualche provvidenziale inibizioni freni questo delirio:

«Muoiono le vecchie appartenenze, anche la Nazione, a cui abbiamo sacrificato il più delle vite per nulla, milioni di nostri progenitori. E noi cerchiamo di inventarne di nuove, locali, per esempio, in cui si scambiano nuove monete, e anche globali, con i Social Network che riuniscono milioni di persone»

Sì, avete letto bene: SOCIAL NETWORK. Vecchio Brontolone (l’anti-eroe di Serres, nostalgico, difensore dei Bei Tempi, aficionado delle mutande cambiate ogni 7 giorni (sì, c’era anche questo quando si stava meglio)), Vecchio Brontolone declama la frivolezza che spesseggia su Facebook, l’assenza di rapporti amicali veri, di relazioni profonde e vissute. Una volta gli amici erano pochi, ma erano buoni. Una volta ci si scambiava lettera d’amore a testimonianza della propria fedeltà. Eh sì, è proprio vero: lettere che impiegavano (parole di Serres) come minimo un mese per fare la sponda, mettiamo, da Parigi a Roma. E quindi la cosa andava più o meno così: 1) scrittura della lettera, 2) un mese dall’altra parte ad aspettare che la lettera arrivasse, 3) arrivo della lettera, 4) elaborazione della lettera di risposta, 5) un altro mese di attesa per il primola prima scrivente. Totale: due mesi per dirsi ti amo. Aggiungeva valore alla cosa? Al ti amo? Bah. Semmai rendeva molto ma molto più difficili le cose, ed anche più frustranti, e più difficili da sopportare, e più ansiogene. Ma se questi esempi suffragano poco o niente, elenchiamo i titoletti dei paragrafi che compongono il libro per dare un’idea generale del contenuto: Malattie, Vita e morte, Lavandaie e mestole, La schiena contadina, I viaggi ordinari, Comunicazioni, Sessualità, La fata elettricità, e così via. Serres è persuasivo, davvero

Gli esempi continuano. Non fraintendete, per cortesia: non si vuol dire che ora tutto vada bene e che problemi non ce ne siano. C’è la gente che dice “attimino”, c’è Francesco Sole che scrive poesie, c’è Fusaro che pretende di salvare la lingua italiana dicendo «lingua italica», e tutto il resto. Scherzi a parte, è ovvio che di questioni irrisolte, di malanni la terra strabordi. L’ecologia, le catastrofi ambientali, ad esempio, la povertà, la gente che fugge dal proprio paese e cerca casa in altrove remoti. E si potrebbe continuare, a lungo, tristemente. Serres, con un piglio provocatorio, non vuol certo rinnegare i difetti del presente. Ci invita, e su questo ha ragione, a non rifugiarci nel passato. Perché, ammettetelo, è più facile vedere ciò che non ci piace, o ciò che non va bene, rispetto a ciò che invece è virtuoso. E non è ottimismo cieco, quello di Serres, quando ricorda che 70 anni fa, ma anche 50, anche 30 – non nel Pleistocene, la qualità della vita stava parecchi gradini più in basso rispetto all’odierna. Saremmo ciechi, piuttosto, a negarlo. Risolutamente ciechi non solo verso un passato che ormai non ci riguarda più, ma verso il presente, ed il futuro, che proprio non possiamo ignorare.

 

Giovanni Fava

23 anni, studente di Filosofia presso l'Università di Bologna.
Giovanni Fava
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