Storia breve de «La Repubblica» (e di tutto quello che sta succedendo)

La settimana trascorsa, per intenderci quella che va più o meno dal 20 al 26 aprile 2020, resterà per molto tempo nella memoria di chi conosce, legge o lavora per il quotidiano italiano La Repubblica. E i motivi sono tanti. In primo luogo perché dallo scorso 23 aprile, il quotidiano – uno dei più famosi d’Italia – ha una nuova guida: Maurizio Molinari, che ha preso il posto del giornalista milanese Carlo Verdelli. Verdelli ha guidato Repubblica 14 mesi circa, era stato nominato nel febbraio 2019. 

Il cambio di dirigenza arriva in un momento particolarmente delicato per il Paese: l’Italia vive sulla propria pelle quella che è stata definita l’emergenza sanitaria più grande della storia moderna. Una crisi che, a quanto pare, ha colpito in modo molto serio anche i quotidiani, costringendo i vertici del gruppo GEDI – il gruppo a cui appartiene anche Repubblica – a fare delle scelte editoriali, rivoluzionando l’assetto degli organi decisionali nei singoli giornali del gruppo. Sì, perché a cambiare direttore non è stata solo Repubblica, ma anche La Stampa e Huffington Post Italia, anch’esse attività editoriali del gruppo GEDI. 

Fonte: Pixabay.

In questi ultimi giorni si è parlato molto di questa rivoluzione tra le fila di Repubblica e co. La rivoluzione vera però è accaduta qualche mese fa, precisamente nel novembre 2019, quando è avvenuta l’acquisizione della maggioranza relativa del gruppo editoriale GEDI da parte di Exor, la più grande società italiana per fatturato, di proprietà della famiglia Agnelli-ElkannIl Post ha definito questo passaggio «la storia più grossa in mezzo secolo di giornali italiani». 

Per capire come siamo arrivati a La Repubblica di oggi bisogna fare qualche passo indietro. Noi lo abbiamo fatto, ripercorrendo le principali tappe del quotidiano italiano. È una storia che, a nostro parere, ogni giornalista dovrebbe conoscere. E anche ogni lettore: perché l’informazione è un bene (e un diritto) molto prezioso. Ricordiamocelo sempre.

La nascita del quotidiano

Repubblica nasce nel 1976, da un’idea di Eugenio Scalfari, giornalista e scrittore italiano classe 1924. Scalfari, già direttore del settimanale L’Espresso, chiama con sé alcuni colleghi e amici fidati per dar vita ad un progetto editoriale che nel giro di pochi anni sarebbe diventato un punto di riferimento per il giornalismo italiano: La Repubblica. Tra questi ci sono Gianni Rocca, caporedattore centrale, poi Amedeo Massari direttore amministrativo, Giorgio Bocca, Sandro Viola, Mario Pirani, Rosellina Balbi, Barbara Spinelli, Natalia Aspesi, Corrado Augias, Paolo Filo della Torre, Enzo Forcella, Giuseppe Turani. 

La nuova testata si colloca apertamente nell’area della sinistra laica e riformista. E non ha paura di dirlo. Debutta nel gennaio nel 1976, precisamente il 14 del mese. Si presenta al pubblico con un formato berlinese, un formato più piccolo di quelli usualmente adottati all’epoca dagli altri giornali nazionali: sei colonne invece delle tradizionali nove. E’ composto di 20 pagine ed esce dal martedì alla domenica. 

La prima pagina del primo numero di Repubblica.

Il giornale inizia ad avere il suo pubblico di riferimento e vive la sua svolta editoriale nel 1978, seguendo con molta attenzione il caso Moro. Sul finire del ’78 la Repubblica arriva a toccare una vendita media intorno alle 140.000 copie. Negli anno ’80 diventa il vero competitor del Corriere della Sera, il quotidiano numero uno (secondo i numeri di vendite lo è ancora adesso) del Paese. Negli anni, la testata continua a crescere e nuove iniziative editoriali arricchiscono l’offerta informativa del quotidiano.

La Repubblica di Ezio Mauro

Nell’aprile 1996, dopo le elezioni politiche dominate dallo scontro PDS/Forza Italia, la direzione della testata passa di mano: Eugenio Scalfari dopo vent’anni lascia il timone del giornale. Il nuovo direttore sarà Ezio Mauro.

Con Ezio Mauro – piemontese, classe 1948 – la testata si trasferisce nel quartiere romano dell’EUR e viene prodotto un settimanale femminile che porta il nome D – La Repubblica delle donne. Il 5 aprile viene aperta la versione sperimentale del quotidiano sul web. I contatti sono una cifra modesta, circa 16mila al giorno, ma la strada è aperta: da lì a pochi anni la testata si sarebbe scontrata (come tutte le altre) con l’avvento del digitale. A cavallo tra gli anni ’90 e 2000 si verificano alcuni episodi inusuali, che segnano però la storia della testata: lo sciopero (lungo una settimana) dei dipendenti, le confessioni di Veronica Lario che accusa il marito (allora premier) Silvio Berlusconi di frequentare ragazze minorenni e un accordo di collaborazione tra testate europee, tra cui spiccano Die Welt, Le figaro e El Pais.

D – La Repubblica delle Donne. Da Twitter.

Dal 2016 al 2019: Calabresi e Verdelli

Passano 10 anni. Nel 2016 il nuovo direttore è Mario Calabresi: La Repubblica ha appena spento 40 candeline. Calabresi è un giornalista giovane (ha 46 anni quando accetta l’incarico) e con lui la testata cambia, forse maggiormente di come era avvenuto con il suo predecessore. La famiglia di Repubblica però Calabresi la conosce bene: scrive per la redazione politica dal 1999. Con lui direttore inizia un’operazione di restyling del quotidiano, soprattutto sul cartaceo, che inizia così ad ospitare quei famosi “titoloni” da prima pagina che non eravamo soliti vedere nel giornale.

A poco più di tre anni di conduzione, il 5 febbraio 2019 Mario Calabresi annuncia la fine della sua direzione. E così arriviamo più o meno ai giorni nostri: il 19 febbraio 2019 si insedia come nuovo direttore, Carlo Verdelli. Verdelli ottiene la fiducia della redazione il giorno seguente con 296 sì, 13 no, 6 schede bianche e 1 nulla.

Da L’Espresso al Gruppo GEDI

In parallelo alla storia del giornale, esiste la storia dell’editore. Si tratta del gruppo GEDI. La società nasce nel 1955 a Roma con il nome Società Editrice L’EspressoAdriano Olivetti – figlio di Camillo Olivetti, fondatore della prima fabbrica di macchine per scrivere in Italia – è il principale azionista. Ai primi di ottobre prendono il via le pubblicazioni sotto la direzione di Arrigo Benedetti. Nel 1956 il 9º Principe di Castagneto, e 4º Duca di Melito Carlo Caracciolo diventa l’azionista di maggioranza della società e nella compagine azionaria. Entrano nella società anche Benedetti e Eugenio Scalfari. Nel 1979 si aggiunge la Compagnie Industriali Riunite (CIR) di Carlo de Bendetti, che investe cinque miliardi di lire nel progetto. Sarà una figura chiave per le sorti del giornale.

1992, Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo. La foto è di Wikipedia.

Il 2 marzo 2016 il Gruppo L’Espresso annuncia l’incorporazione di Italiana Editrice (la società che pubblica tra le altre cose il quotidiano torinese storicamente legato alla famiglia Agnelli, La Stampa, e in molti si domandano se è «Repubblica ad avere comprato la Stampa, o la Stampa ad avere comprato Repubblica»). La clamorosa fusione darà vita alla più grande realtà editoriale italiana nel settore dei quotidiani. Il gruppo editoriale dà contestualmente il via alla vendita di alcuni quotidiani locali. L’8 maggio dell’anno successivo l’Assemblea degli azionisti approverà la modifica della ragione sociale da Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A a GEDI Gruppo Editoriale S.p.A..

La cessione alla famiglia Elkann 

E arriviamo al 2019. Sarebbero tante le parentesi da aprire a questo punto: la prima legata alla gestione del Gruppo da parte della famiglia De Benedetti, che, tra le altre cose, ha visto un rigido braccio di ferro tra il padre, Carlo De Benedetti, e i suoi figli, più volte indicati, da Carlo stesso, come “incapaci” nella gestione del gruppo. La parentesi meriterebbe un pezzo a parte: in questa sede accenniamo solamente al fatto che il padre Carlo cercò di intervenire sulla gestione del gruppo, facendo anche un’offerta economica – mai accettata – ai figli per ricomprare le quote da loro ereditate.

John Elkann. La foto è presa da Calciomercato.com

Nella giornata del 30 novembre 2019 le voci che circolano già da qualche giorno su una vendita del gruppo a John Elkann, trovano una conferma. Exor NV, la finanziaria olandese che altro non è che la cassaforte degli Agnelli e che in GEDI ha già una partecipazione di quasi il 6%, acquisirà per 102,4 milioni di euro il pacchetto di maggioranza del gruppo editoriale. La controparte è la già citata CIR, holding dei De Benedetti che detiene il 43,7% del gruppo e che comunque manterrà una quota del 5% nella società. Il 2 dicembre 2019, al termine del consiglio di amministrazione della Cir, si ha l’ufficialità: Exor compra la quota Cir con un premio di oltre il 64% sulla chiusura di Borsa di venerdì del titolo GEDI. 

È la fine di un’era: il quotidiano La Repubblica non è più della famiglia De Benedetti.

Oggi: aprile 2020

Adesso ci tocca fare un salto in avanti di qualche mese: siamo ad aprile 2020, in piena emergenza Coronavirus. Il 23 aprile il comitato di redazione – l’organo che rappresenta i giornalisti del quotidiano – annuncia che Carlo Verdelli non è più direttore di Repubblica. Il Consiglio di Amministrazione del Gruppo Editoriale GEDI ha nominato Maurizio Molinari, ex direttore de La Stampa, nuovo direttore del quotidiano. 

Non è tutto: “Il Consiglio – si legge su Repubblica – ha nominato John Elkann presidente e ha conferito a Maurizio Scanavino la carica di amministratore delegato e direttore generale. I consiglieri Laura Cioli, Rodolfo De Benedetti, Francesco Dini e Monica Mondardini si sono dimessi dalla carica di consiglieri di GEDI. Il Consiglio ha cooptato quali nuovi consiglieri Turi Munthe, Maurizio Scanavino, Pietro Supino e Enrico Vellano. Maurizio Molinari è stato inoltre nominato direttore editoriale del Gruppo GEDI: in questo nuovo ruolo, Molinari avrà il compito di valorizzare la forza giornalistica, i prodotti editoriali e i contenuti intellettuali del gruppo anche attraverso lo sviluppo di progetti innovativi e multimediali.

Per Verdelli, bisogna dire per correttezza e completezza delle informazioni, era stata organizzata proprio i giorni prima una campagna di solidarietà. Da tempo era vittima di minacce da parte di gruppi neofascisti e, da quasi un mese, viveva sotto scorta. Un profilo fake su Instagram aveva individuato nella data del 23 aprile il giorno della sua morte. La storia nel dettaglio è riportata qui. Il CdR del quotidiano aveva espresso al direttore la massima solidarietà. Eppure la storia di Verdelli a Repubblica ha preso un’altra piega.

Su Tumblr una vignetta satirica racconta il caso Verdelli.

Addio a Repubblica

Dal 24 aprile 2020 Maurizio Molinari è il nuovo direttore di Repubblica. Sarà lui a guidare il giornale in questi giorni così difficile per il Paese – e chissà per quanto – per quelli che verranno dopo. Verdelli, dice addio a Repubblica. Lo fa da vero signore, con una lettera aperta, poi pubblicata sul sito della testata. Ne riportiamo un frammento.

«Eugenio Scalfari, nel 1976, ha creato il dna di questa scuola di giornalismo e i pochi direttori che gli sono succeduti, a cominciare da Ezio Mauro e poi da Mario Calabresi, l’hanno fatta crescere, gli hanno aggiunto ingredienti, ne hanno rafforzato l’identità – si legge. – Ho parlato tante volte, durante questo mio viaggio, con Eugenio e Ezio, e molto ho imparato dalla sapienza di entrambi. Soprattutto ho imparato, in un corso accelerato, quale sia l’anima profonda di questo giornale, quanto abbia a che fare con i valori forti della democrazia, dell’indipendenza, della libertà». E sul 25 aprile aggiunge: «Lo seguirò da lettore. Con l’attaccamento appassionato per un giornale che è qualcosa di più di un giornale, per una comunità di lettori che ne è la ragione prima di esistenza, per una redazione con la quale è stata una fortuna condividere questo viaggio. Partigiani si nasce, e non si smette di esserlo».

In copertina: Foto da RomaReport.


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